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La Gusèla del Vescovà salendo verso la vetta della Schiara (ph. Webjan”s)

Cent’anni di Gusèla del Vescovà. Ovviamente di anni ne avrà qualche milione, come dolomia, e come forma qualche decina di migliaia, chissà.
Ma a noi interessa la sua storia “umana” da quando abbiamo cominciato a “vederla”, prima di tutto, poi a ritrarla nel profilo della montagna, poi – addirittura – a tentare di salirla. Fino a riuscirci, giusto cento anni fa. Tardi, molto tardi, nella storia dell’alpinismo, iniziata nel 1786 sul Monte Bianco e nel 1857 sulle Dolomiti, con la prima salita “ufficiale” del Pelmo.
Il motivo di questo ritardo è facile: prima si sono salite le cime più alte, quelle che davano prestigio ai primi conquistatori. Poi quelle più nascoste, che consentivano una piccola fama nel mondo già evoluto dell’alpinismo. Poi quelle più difficili, dove non bastavano denaro e buone guide per aggiudicarsi il diritto di battezzare la cima, ma ci volevano passione, sacrificio, rischi.
E la Gusèla?
Visibilissima da Nord e da Sud, bella solitaria contro il cielo, difficile ma non più di altre guglie e pareti da anni già scalate (Campanil Basso, Campanile di Val Montanaia), alta quanto bastava ad avere una propria bella individualità, non da spuntone secondario, insomma. Bene, la Gusèla se ne stava lì, e nessuno la saliva. Le sezioni CAI venivano fondate (Agordo 1868, Belluno 1891) uscivano le prime relazioni sui giornali, si formavano le prime guide valligiane… Niente da fare. Cortina d’Ampezzo con i suoi fasti, il Brenta con i suoi giganti, San Martino con le sue Pale vertiginose e complesse: quelle erano le mete delle guide, dei “senza guida”, dei raduni del CAI, degli stranieri Inglesi e Tedeschi che sognavano sulle riviste dei loro club alpini le campagne dolomitiche estive. Le “Dolomiti Meridionali” – che poi sarebbero la Schiara, i Monti del Sole, le Alpi Feltrine – restavano solitarie e sconosciute.

Erano state salite giusto le cime più alte di ogni massiccio, ad opera di qualche alpinista anche ben noto alle cronache, magari straniero, che cercava ultimi scampoli di gloria su massicci sconosciuti ai più. Come Gustav Merzbacher sulla Schiara, nel 1878, o Oskar Schuster sui Monti del Sole.

Arturo Andreoletti e gli alpini che tentarono “con mezzi artificiali” la scalata della Gusela (1909)

Arturo Andreoletti e gli alpini che tentarono “con mezzi artificiali” la scalata della Gusela (1909)

Nel 1909 il primo tentativo “in artificiale”
Prima salita della Gusèla, dunque, nel 1913. Ma a dire il vero c’era stato almeno un bel tentativo, nel luglio del 1909. Il tenente degli alpini Arturo Andreoletti con il tenente Carlo Sassi, il capitano Jacopo Cornaro e alcuni alpini della 64a compagnia del battaglione Feltre, partì da La Stanga – dove pare avesse lasciato alcuni commilitoni che dovevano forgiare per l’impresa alcuni grossi chiodi – e risalì la Val Vescovà fino a Casera Pian dei Gat. Qui, tagliato un fusto di larice alto e sottile, vi inchiodarono una dozzina di scandole prese dal tetto della casera, realizzando così una alta, per quanto instabile, scala. Trasportato non senza difficoltà per il ripido Van de la Sciara, il tronco di larice venne appoggiato alla Gusèla, consentendo così di superare – forse non proprio by fair means ma in modo del tutto efficace – il primo, difficile tratto della scalata. In realtà, forse i tempi non erano maturi, o il palo era un po’ troppo corto, ma finita la scala… finì anche il tentativo. Sarebbero forse serviti i grossi chiodi che dovevano essere trasportati da La Stanga, ma nemmeno questi arrivarono. Niente da fare.
Tutto andò bene quattro anni dopo, il 16 settembre 1913, quando lo stesso Andreoletti (uno che non mollava facilmente, e lo dimostra la sua lunghissima carriera alpinistica), condotto dalla forte guida della Val di Fassa Francesco Jori e con Giuseppe Pasquali di Caviola arrivò finalmente in cima. Meritandosi così la medaglia d’oro promessa dalle autorità cittadine ai primi salitori, medaglia che, a dire il vero, gli venne effettivamente consegnata solo nel…1963, in occasione dei festeggiamenti per il cinquantenario della scalata.

In bilico nel vuoto sul fianco occidentale della casino spiele Schiara
Salirla oggi è un piacere non comune. Intanto perché non ci si arriva comodi, scaricati da un’auto o da una funivia a meno di un’ora di cammino dall’attacco, tempo che sembra ormai il massimo accettabile prima di metter le mani sui primi appigli. Eh no, qui bisogna salire un giorno, dormire al rifugio (a Sud o a Nord, ce ne sono due) e il giorno dopo salire ancora per una bella ferrata (da Sud) o per un sentiero non banale (da Nord), per almeno un altro paio d’ore, ma meglio tre. Poi, all’attacco, le descrizioni e le fotografie delle guide o di internet non vi serviranno più. Da dove vorreste partire, se non da quella fessura svasata a Nord, verticale sì, ma con buoni appigli? E poi, si vedono già i primi chiodi, e presto il passaggio più difficile richiede casino un moschettonaggio un po’ in affanno su un chiodone a uncino, prima di arrivare con meno impegno alla accogliente nicchia centrale.

A pochi metri dalla vetta della Gusela del Vescovà (ph. Marco Da Corte)

A pochi metri dalla vetta della Gusèla del Vescovà (ph. Marco Da Corte)

E’ strano, salire sulla Gusèla: ha ritmi e problemi di una parete ben più alta dei suoi quaranta metri e dei due tiri di corda, ma le distanze sono piccole, il nostro secondo ci guarda da lì sotto, sembra un po’ un gioco. Poi, dalla nicchia, si scende. O meglio, si traversa in discesa per un paio di metri, e anche qui non si può sbagliare, c’è una specie di cengia inclinata e sottile, ma è facile tenersi a buoni appigli. E si arriva alla fessura della parete Est, quella famosa, che viene monitorata con attenzione per spiare il futuro e temuto crollo della guglia. La cima è lì sopra, sembrano pochi metri, ma molti qui avranno una sorpresa. La guida (quella di Piero Rossi del 1982, la “Bibbia” di queste zone) dice terzo grado, o poco più, ma l’esposizione è tanta, la parete Sud è lì alla nostra sinistra, con il suo abisso, e a quest’ora – se è estate siamo a metà mattina – saliranno le prime nebbie, ad aumentare l’inquietudine. E poi la roccia bianca è vero che ha tanti appigli, ma sono piccoli e richiedono una certa decisione e i piedi devono lavorare sicuri nella fessura. Ma è il disagio di un momento, un paio di chiodi – se ricordo bene – ci aiutano a superarlo.
Poi la cima, grande quanto basta a stare comodi, con una specie di nicchia rocciosa ad accogliere la cordata. Nel settembre dell’anno scorso, addirittura, la cima è stata raggiunta da un gruppo di quindici alpinisti bellunesi, ennesimo record di gusto un po’ kitsch. Ora attendiamo, fiduciosi, la prima sci alpinistica e la prima in mountain bike.

La Gusela e il bivacco Dalla Bernardina, 2320 mt. (ph. Renato Bortot www.bellunovirtuale.com)

La Gusèla e il bivacco Dalla Bernardina, 2320 mt. (ph. Renato Bortot www.bellunovirtuale.com)

La discesa dalla nostra vetta sarà veloce ed elegante, con una lunga corda doppia (quasi 40 metri) dalla cima al piccolo prato roccioso alla base. Ma forse è meglio fare due calate, con sosta di nuovo alla nicchia, per godersi ancora un po’ questa bella guglia, senza scappare via di corsa.
L’augurio che facciamo alla Gusèla, ad ogni modo, non c’entra con la sua centenaria ma pur breve storia alpinistica: ci auguriamo ovviamente che resista, lì sul margine della grande parete, resista a terremoti e fulmini, nubifragi e infiltrazioni di ghiaccio nelle fessure.
E così resterà il piccolo e inconfondibile segno distintivo di queste montagne, non solo sfondo paesaggistico, crediamo, ma autentico scenario dell’anima per molti bellunesi.
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Info rifugio 7° Alpini http://www.rifugiosettimoalpini.com

Flavio Faoro autore del post

Flavio Faoro | Insegnante, giornalista, curatore della rassegna Oltre le vette, presidente dell'associazione Le Dolomit Bellunesi.

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