Perlustazione del 2011 di Anindya Mukherjje sul Tonghsiong Glacier. Sulla destra la Cresta Zemu

Perlustazione del 2011 di Anindya Mukherjje sul Tonghsiong Glacier. Sulla destra la Cresta Zemu

capitolo . 10

E ancora udì quella voce, sforzata e fievole, ma che nell’enorme dissonanza di rumori aveva un effetto di calma penetrante, quasi venisse da qualche remoto angolo di pace di là nei deserti della tempesta; ancora egli udì una voce d’uomo – il fragile e indomito suono che può racchiudere l’immensità del pensiero, della certezza, delle intenzioni, che pronuncerà parole di conforto nell’ultimo giorno, quando i cieli cadranno e giustizia sarà fatta – ancora la udì, e gli gridava da lontano, tanto lontano: – Va bene.

Pensò di non essere riuscito a farsi capire. – Le nostre tende, dico le tende… le tende, padre! Due, via!

La stessa voce, quasi a un palmo da lui e pure così remota, urlò assennatamente: – Non c’è niente da fare.

Il capospedizione Bruno Brunelt non s’era nemmeno girato, ma Ettore colse col vento qualche altra parola.

– Che possiamo-aspettarci-quando si è sottoposti-a un tale… Dobbiamo lasciare-qualcosa dietro-è naturale.

Ettore teso in ascolto aspettava ancora qualche parola. Più nulla. Questo era quanto il capospedizione Bruno Brunelt aveva da dire: ed Ettore poté immaginare più che vedere l’ampio dorso tarchiato là davanti a lui. Un’impenetrabile oscurità incombeva sugli spettrali barlumi dei ghiacci. Ettore fu assalito dal triste convincimento che più nulla restava da fare.

Se la struttura della tenda mensa non cedeva, se l’immenso turbinio di neve non sfondava il telo o sfracellava le finestre, se i portatori lassù nei campi alti non erano morti, se l’obiettivo della spedizione poteva esser mantenuto dopo questa terribile bufera, se il Campo Base non veniva sepolto da una nuova, definitiva e mortale, valanga che le slavine d’intorno, sovrastanti la morena, sembravano annunciare con raccapriccio – allora per la spedizione c’era una probabilità di cavarsela. Qualcosa dentro Ettore sembrò vacillare, provocandogli soprattutto la sensazione che la spedizione Thanglha era perduta.

«Siamo spacciati», si disse sconvolto e sorpreso, come se scoprisse in quel pensiero un significato inatteso. Una di quelle cose doveva accadere per forza. Niente ora si poteva prevenire, e a niente rimediare. Gli uomini della spedizione non contavano più nulla, e la spedizione non poteva resistere più. Il tempo era troppo impossibile.

Ettore sentì un braccio posarglisi pesantemente sulle spalle; e a questo gesto d’intesa rispose molto sagacemente afferrando per la vita il padre.

Rimasero così avvinghiati nella notte cieca, sostenendosi l’un l’altro contro il vento, guancia a guancia e le labbra appiccicate all’orecchio, come due bandiere di preghiera legate insieme asta contro asta.

Ed Ettore udì la voce del padre poco più forte di prima, ma più vicina, come se, aprendosi un varco attraverso il prodigioso impeto delle valanghe, si fosse avvicinata a lui, creando intorno a sé quella strana quiete simile alla luminosa serenità d’un alone.

– Sai se qualcuno è rimasto sepolto? – chiese la voce, vigorosa ed evanescente allo stesso tempo, dominando la veemenza del vento, e subito portata lontana da Ettore.

Ettore non lo sapeva. Erano tutti dentro alle loro tende quando la violenza della prima devastante valanga s’era rovesciata sul bordo della morena. Non aveva alcuna idea di quanti fossero stati coinvolti. E per il conto dei danni, era impossibile farlo in piena tormenta. Ma Ettore provò lo stesso un sentimento d’angustia per quella domanda del capospedizione Bruno Brunelt.

– Volete che raduni gli uomini, padre? – gridò ansioso.

– Vorrei sapere, – esclamò il capospedizione Bruno Brunelt. – Subito al riparo!

Si ripararono. Un’esplosione di furia scatenata, un impeto maligno del vento spazzò al suolo completamente il Campo Base; per un terribile istante di sospensione le tende rimasero piegate al massimo delle loro possibilità, e parve che l’intera atmosfera infuriasse oltre, ruggendo lontano dal tenebroso monte.

Soffocati e con gli occhi chiusi, s’avvinghiarono più stretti. Dalla violenza dell’urto poterono immaginare che cosa fosse stata la valanga di neve e ghiaccio che correndo nel buio s’era abbattuta contro il bordo del Campo Base, s’infranse di colpo, e rovinò oltre, con furia devastatrice, con tutto il suo peso inerte, a lato della tenda mensa.

Un frammento, una semplice stilla volata da quello schianto li avvolse in un turbine da capo a piedi, riempiendo con forza, di polvere gelida, le orecchie, la bocca, le narici. Fece piegare le ginocchia, torse violentemente le braccia, e rapida si diffuse soffiando sotto i loro piedi; e aprendo, gli occhi, essi videro le masse di neve scendere giù frammezzo a quelli che sembravano pezzi alla deriva di una spedizione. Il Campo Base era stato colpito, pareva non offrire alcuna via di scampo. Anche i loro cuori palpitanti cedettero, di fronte al colpo tremendo; e d’un tratto la vita al campo tornò di nuovo al suo disperato dimenarsi, come cercasse di emergere dalle rovine.

Nell’oscurità le slavine sembravano accorrere da ogni parte per infierire sul campo fino alla perdizione. C’era dell’odio nel modo in cui si svolgevano gli accadimenti, ferocia in quei colpi che si abbattevano sul piano del campo. Sembrava il terreno eletto a un folle bombardamento: colpito con violenza, percosso, polverizzato, calpestato da una natura crudele. Il capospedizione Bruno Brunelt ed Ettore, avvinghiati fra loro, padre e figlio, erano storditi dal frastuono, imbavagliati dal vento; e il tumultuare immenso degli elementi che si abbatteva sul corpo arrecava nell’anima un profondo turbamento, come per uno scoppio sfrenato di passione. Uno di quegli urli selvaggi e terrificanti che s’odono a volte aleggiare misteriosamente in cielo nell’incessante ruggire d’un uragano, piombò sopra le tende come emesso da un rapace. Ettore tentò di rispondere con un grido.

– Ce la faremo?

Il grido gli fu strappato dal cuore. Involontario come il sorgere d’un pensiero, egli stesso non ne udì il suono. Immediatamente tutto svanì, pensiero, intenzione, sforzo, e la vibrazione impercettibile del suo grido si aggiunse alle tempestose volute di neve.

Non s’attendeva nulla da quel grido. Assolutamente nulla. D’altronde che risposta gli si poteva dare? Eppure un istante dopo udì con stupore la voce fragile e ostinata nell’orecchio, l’esile suono indomito in quel tumulto gigantesco.

– Forse!

Era un grido sordo, più impercettibile d’un sussurro. E immediatamente ritornò la voce, quasi sommersa dagli enormi stridori, come di un uomo in lotta contro la furia degli elementi.

– Speriamolo! – gridò tenue, solitaria, ferma, senza inflessioni di speranza o timore; indi tremò in parole sconnesse; – Campo Base… Questo… Mai, comunque… per il meglio –. Ettore rinunciò a capire.

Poi, come se avesse trovato il solo modo per vincere la violenza della bufera, la voce sembrò acquistar maggior lena e consistenza con le ultime parole spezzate:

– Continuare a resistere… portatori… bravi… E arrischiare… Campi alti… Charles… bravo.

Il capospedizione Bruno Brunelt tolse il braccio dalle spalle di Ettore, cessando così di esistere per il figlio, tanto immensa era l’oscurità; e Ettore, dopo la tensione disperata di ogni muscolo, si lasciò cogliere da un rilassamento generale. Lo affliggeva il tormento di un profondo sconforto unito a una sonnolenza incredibile, come fosse stato percosso e malmenato fino all’intontimento. La quota 5450 metri si faceva sentire. Il vento impadronitosi del suo capo cercava di sradicarglielo dalle spalle; gli abiti, incrostati di ghiaccio, erano pesanti come piombo, freddi e rigidi come un’armatura di vetro che sta per frantumarsi: aveva continui brividi – e restò a lungo così; con le mani strette alla sua presa, si lasciava sprofondare pian piano negli abissi della sofferenza fisica: il suo spirito si ripiegava in se stesso sterile e senza mira, e quando qualcosa lo urtò leggermente dietro le gambe egli sussultò come colpito da una scarica elettrica.

La scossa in avanti lo fece battere contro la schiena del capospedizione Bruno Brunelt, che non si mosse; poi una mano gli afferrò la coscia. Era sopraggiunto un intervallo di calma, una calma minacciosa del vento, come se la bufera trattenesse il fiato – ed egli si sentì palpare lungo il corpo. Era il capo degli sherpa. Ettore riconobbe quelle mani, solide, come appartenenti a una nuova generazione di uomini.

Sonam Sherpa era giunto presso la tenda mensa, strisciando carponi contro il vento, e aveva sbattuto la testa contro l’alpinista. Subito si rannicchiò e cominciò a tastare dal basso la persona di Ettore, toccandolo cauto e con quel rispetto che si addice a uno straniero. Era un arcigno montanaro sulla cinquantina, agile, di statura superiore alla normale, rubicondo, con le gambe lunghe, le braccia corte, e l’aspetto di una tigre matura. La sua forza era immensa; e gli oggetti più pesanti diventavano tanti gingilli nelle sue zampe che, all’estremità delle braccia glabre, apparivano arcuate come gli artigli di un aquila.

Tranne la pelle bruciata dal sole, l’aria mansueta e la voce sonora, per il resto non aveva alcuno dei classici attributi della sua categoria. La sua aggressività rasentava addirittura la temerarietà: gli alpinisti lo prendevano in giro, e si richiava ogni volta di finire a botte per quel suo carrattere irascibile, difficile e di poche parole. Per queste ragioni Ettore non l’aveva in simpatia; ma, con suo grande dispetto e indignazione, sembrava che il capospedizione Bruno Brunelt l’avesse invece in conto di ottimo capocordata.

Si tirò su attacandosi al piumino di Ettore, e prendendosi con la massima discrezione solo quel tanto di libertà cui era costretto dall’uragano.

– Che c’è, Sonam Sherpa, che c’è? – strillò Ettore, con impazienza. Che diavolo veniva a fare quello sciagurato nei pressi della tenda mensa? La bufera aveva scosso i nervi di Ettore. Il sonoro muggire dell’altro, per quanto incomprensibile, sembrava esprimere un tono di viva soddisfazione. Non c’era da sbagliarsi. Quel superbo imbecille era contento di qualcosa.

L’altra mano dello sherpa aveva trovato un altro corpo perciò cambio tono e cominciò a chiedere: – Siete voi, Sahib? Siete voi, Sahib? – il vento soffocava i suoi ululati.

– Sì, – urlò il capospedizione Bruno Brunelt. (continua…)

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SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

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Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

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