Reportage

#11 LA MONTAGNA SPOSTAMENTOSA

testo e foto di Angelo Ramaglia  / Castellanza (VA)

14/11/2020
7 min
Il Bando del BC20

La montagna Spostamentosa

di Angelo Antonello Ramaglia

Partiamo dall’alto dei 3081 metri della cima. Ci siamo io e C. Svariate montagne, cime, corni, vette, becche attorno. C’è una roccia di quarzo che da lontano pare una candida madonnina, ma che quando ci si avvicina si scopre essere solo una roccia di quarzo. Ci sono svariati milioni di sassi, rocce, piode. C’è l’ombra di un remoto ghiacciaio. L’idea di quel che un tempo era quel luogo e di quel che il tempo dell’uomo lo ha reso.

Leggendo una relazione trovata da C per arrivare fin quassù rimaniamo colpiti da un termine utilizzato dallo scrivente: Spostamentoso.
La verità è che non ascolto sempre attentamente C quando mi legge le relazioni (scusa C), e anche quando me le inoltra spesso leggo solo pochi dati tipo distanza, dislivello e tempo. Ma saltuariamente ci sono cose che mi attraggono tipo: le descrizioni apocalittiche, epiche, da eroi dell’aria anche per cose del tutto umane, o l’uso di termini errati, usati a sproposito, o del tutto inventati, come in questo caso.

C non se ne fa cruccio, di non essere ascoltata da me intendo, ella si innalza da queste cose. Probabilmente nemmeno se ne accorge. Con C andiamo in montagna da anni, secoli credo siano, camminiamo, a volte corriamo, spesso ci perdiamo, o fingiamo di farlo. Cerchiamo più o meno le stesse cose dalla montagna e per lo più non abbiamo idea di cosa sia. Non la viviamo come una ossessione, se escludiamo l’amore incondizionato di C per gli anelli rispetto alle linee rette con andata e ritorno. Cerchiamo panorami, solitudine, vie poco o per niente trafficate, non amiamo le folle, i gruppi numerosi, siamo quasi fastidiosi nel nostro ergerci contro gli incontri con nostri simili. Cerchiamo la fatica, la lunghezza dei percorsi, ma anche la spensieratezza di camminare senza considerare il tempo come un nemico. E comunque no, non siamo una coppia.

Ma non divaghiamo.

Spostamentoso è una parola bellissima e per le Piodelle è perfetto. Lo è certo per l’ultimo tratto di circa 300 metri di dislivello che dal Passo di Boccareccio o Ritterpass porta alla vetta.

Qui siamo giusto sul confine svizzero e ogni monte, passo o valle ha un nome italiano e uno svizzero, tranne le Piodelle che si chiama Piodelle o appunto… Spostamentoso, ma è probabile, quasi certo mi dicono fonti ben informate, che quest’ultimo nome sulle carte geografiche non apparirà mai. Vili cartografi, stolti topografi!

E’ un intero monte fatto di sfasciumi, rocce, sassi spaccati, resti del ghiacciaio che fu. E’ un percorso da fare saltellando qui e là, surfando su pietre instabili e dondolanti come denti che stanno per cadere, un divertente progredire su un territorio per niente fermo ma, da qui il nome, Spostamentoso. Un mondo grigio nel quale affidarsi a qualche ometto superstite che ti trascina verso la cresta e ti porta all’ultimo tratto di rocce bianche e al grande panettone che forma questa strana vetta e alla sua fiera solitudine. 

Non ci sono madonnine, croci, statue e libri, c’è solo una roccia bianca in bilico su un ometto e i 4000 svizzeri sullo sfondo. L’Helsenhorn e altri tremila che svettano a destra, la Punta Mottiscia a sinistra; l’Hillehorn, il Leone alle spalle altissimo e con un cielo nero tutto attorno. Ci siamo io e C, i nostri zaini appoggiati a terra, il silenzio e il sapore del prosciutto della Val Vigezzo dentro un panino. Non fa freddo. Perfetto. O quasi.

Il cielo nero ci lascia il tempo di mangiare e fotografare, si inserisce persino in qualche scatto, è vanitoso il cielo nero. Ci guarda come i cieli neri guardano gli uomini sotto di loro da tempo immemore, con distaccata superiorità e disinteressato cruccio, poi si avvicina un po’ a dirci, in via del tutto eccezionale, che sarebbe tempo di andare, e lo fa a suo modo. Lo fa spedendoci come messaggero un lampo giallo che squarcia il cielo seguito, pochi istanti dopo, da un lugubre tuono che ci indica la via, quella verso il basso.

Sono le 14.00. Abbiamo iniziato a camminare poco dopo le 9.00 e lo abbiamo fatto per 14 km salendo per 1700 metri.

E questa è la fine, ma torniamo al principio.

Erano le 7.00 del mattino quando C è salita in auto mascherina munita nemmeno fosse una rapina (lei ha l’ultimo dpcm al posto del cuore) e dopo due ore, un giro al negozio di alimentari di Varzo con l’ormai consueto piacevole distanziamento sociale, un caffè covid free a un baretto di San Domenico, iniziavamo a camminare alla volta del cielo nero, che a quel tempo era ancora blu.

Salivamo al Ciamporino, un alpe dal nome abbastanza sgradevole, almeno per i miei gusti, passando sotto la seggiovia e lungo le piste da sci, raggiungendo questo angolo di montagna violentata da impianti di risalita e brutture varie. Soprassedendo a fatica alla polemica estetica seguivamo il sentiero che verso l’alpe Veglia, immersi in un caldo assurdo nonostante i quasi 2000 metri di quota, proseguiva pigro lungo il sentiero a mezza costa dove incrociavamo escursionisti (troppi escursionisti) di ogni fattura provenienti dagli impianti e diretti per lo più alla piana.

Seguivamo il sentiero che portava all’Alpe Stalaregno prima, poi al Pian di Scric e a quello dal gioioso nome di Sass Mor e infine mettevamo piede al Pian d’Erboi sotto le bastionate del Piodelle, Helsenhorn, e compagnia. Da qui, riempite le borracce in una fontanella apparsa a sorpresa, ci dirigevamo verso il bivio che riportava alla piana passando dal bel Lago Bianco. 

Lì, circa un centinaio di metri sopra, a destra, e scenograficamente ben posto, se ne stava immobile un bivacco color rosso. Sfortunatamente il nostro sentiero proseguiva davanti a noi verso il Passo Boccareccio e quindi, invece di andare al suo cospetto a porgere i regolari omaggi, come si attendeva, siamo passati oltre limitandoci a salutarlo. Non siamo stati ricambiati. 

Sono un poco suscettibili i bivacchi, soprattutto quelli rossi e scenograficamente ben posti.

Ma dopotutto che diamine, eravamo a 2200 metri e in poco meno di 3 km ci aspettavano ben 900 metri da fare, una specie di vertical insomma, quindi non avevamo tempo di portare i nostri omaggi al bivacco, nemmeno a quello rosso, nonostante, non so se l’ho già evidenziato, se così fosse perdonatemi, fosse scenograficamente davvero ben posto.

Salivamo dunque lungo il sentiero erboso ripido a stretti tornanti. Sulla destra, ormai quasi alla nostra altezza, il bivacco rosso ci guardava ancora con astio, ma noi piegavamo a sinistra mettendo piede sulla dorsale che prometteva di raggiungere la base della sovrastante gialla Torre Vitali e alla fine l’abbiamo perso di vista. Alla base della Torre abbiamo traversato verso sinistra per poi innalzarci a destra seguendo i segnali e le corde di ferro penzolanti e che hanno visto di certo momenti migliori. Infine, dopo alcuni gradini e qualche facile passaggio su roccette ci siamo affacciati sul lunare Passo Boccareccio. 

Alcuni piccoli pilastri di cemento ci avvisavano però che quella non era la Luna, ma solo la Svizzera.

Proseguivamo verso destra stando attenti a non oltrepassare i confini italiani (questa è una cretinata, abbiate pazienza) mettendo piede sull’affascinante distesa di sfasciumi della nostra montagna spostamentosa fino su alla cima e a quel che veniva descritto all’inizio di questo racconto.

Per il ritorno passavamo dal lago Bianco dove un paio di tende gialle ospitavano alcuni ragazzi pronti a passare la nottata con vino, fuoco, canzoni e qualche cosa di rilassante da fumare (o almeno così me li sono immaginati) e poco distante un gruppetto di scout sguazzava nell’acqua facendosi selfie invece di fare gli scout, soprattutto considerando le promesse di un temporale imminente nell’aria.

Poco dopo, forse un po’ come avvertimento per i distratti ragazzini in bermuda blu e un po’ per spingerci ad affrettare il passo, un sordo brontolio seguito da un bel boato prolungato e profondo squarciava l’aria e ricordava a tutti qual era il posto di ognuno.

Tuttavia, forse perché soddisfatto del proprio lavoro, il buon cielo, grazie a se stesso, si limitava a minacciare senza mantenere e ci lasciava così proseguire indenni il nostro cammino senza nemmeno una goccia a bagnare il nostro capo, un albero a premergli sopra o una saetta a bruciacchiarlo.

Dal lago Bianco quindi scendevamo alla piana del Veglia, ci abbeveravamo ad una fontana, e prendevamo infine la via per San Domenico seguendo la ripida gippabile sovrastante il canyon quasi verticale formato dall’impetuoso torrente Cairasca, che ribolliva un centinaio di metri sotto la strada.

E’ stata una lunga escursione. Quasi 11 ore di cammino, 26 km, poco più di 2000 metri di dislivello.
Il temporale è stato clemente e non si è scatenato.
Il prosciutto di Vigezzo era, a dire il vero, un po’ troppo salato.
Il numero di persone incontrate è stato in linea con il nostro ideale di numero di persone da incontrare in montagna, quindi molto prossimo allo zero.
A questo proposito ci scusiamo con chi invece ama la compagnia di grandi gruppi, il chiasso, i richiami e il chiacchiericcio continuo, non ci biasimi troppo per questo nostro caratteraccio poco affabile, se ci dovessimo mai incontrare un sorriso, due parole e un saluto, seppur veloce, non lo neghiamo mai a nessuno. Non siamo cattivi, siamo solo contemplativi. Ecco, diciamo così, contemplativi.

L’orso Bruco ha detto di tornare quando vogliamo.
L’orso Bruco, per chi non ne fosse a conoscenza, è un enorme bruco che si fa chiamare orso perché dotato di grande autostima e che abbiamo incontrato strada facendo. Ci ha intimato di fermare il nostro passo al fine di porgergli i nostri omaggi e chiedere educatamente il permesso di passare oltre. Naturalmente l’abbiamo accontentato e lui ci ha regalato la possibilità di immortalarlo, oltre il permesso di tornare liberamente nei suoi luoghi.

Siamo riusciti a non perderci, cosa che non facciamo in realtà quasi mai, se non per accrescere un poco il dislivello finale o il computo dei chilometri, o per circondarci di un’aurea di inaffidabile simpatia, di perplessa incostanza e al fine di permettere ai miei resoconti di non cadere nell’epica pioneristica rimanendo nell’intorno della relazione semicomica.

La perfezione è parecchio timida, qualcuno sostiene addirittura che non esista; ma a volte, a cercarla bene, e avendo un po’ di pazienza, la si può sorprendere a darci la possibilità di sospettarne almeno l’idea.
Magari dentro una parola, magari una parola inesistente, una parola spostamentosa forse, chissà?

_____ 
foto:
1.
Spostamentoso è una parola bellissima e per le Piodelle è perfetto.
2. C’è una roccia di quarzo che da lontano pare una madonnina, ma che quando ci si avvicina si scopre essere solo una roccia di quarzo.
3. L’orso Bruco ha detto di tornare quando vogliamo.

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Angelo Ramaglia

Angelo Ramaglia

Il mio superpotere è dare ragione a chi la vuole a tutti i costi. Il mio desiderio è scrivere cose il più possibile senza senso. Il mio benessere lo raggiungo su sentieri di montagna molto in salita e molto solitari. Il mio cruccio è la ruota del criceto. Il mio bisogno è non aver bisogno. Questa bio lascia a desiderare, avete ragione.


Il mio blog | E’ un blog legato alla montagna, alla corsa, alla scrittura, ma non esclusivamente. E’ il diario di uno con poca memoria, il foglio bianco da imbrattare con pensieri troppo lunghi per un social e troppo poco importanti per un’altra bibbia, è la lista della spesa, la presunzione della scrittura, la litania delle lamentele. Per ulteriori info chiedere a Gandalf il cane, il #DogGhostWriter del blog.
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