Il Kanchenzonga con la Cresta Zemu visto da Gangtok

Il Kanchenzonga con la Cresta Zemu visto da Gangtok

capitolo . 18

C’erano frasi calcolate in modo da suggerire l’impressione d’una fermezza serena e indomita. Ettore le aveva scritte in buona fede, perché così sentiva quando le scrisse. Narrava le scene avvenute nel campo con tinte fosche.

… Mi colpì in un lampo l’idea che quei malcapitati di portatori potevano pensare che noi fossimo chissà quale razza di fifoni disperati. È poco intelligente allontanare un alpinista dal suo gruppo, finché fuori imperversa una bufera. Così pensavo. Bisognava proprio essere degli incoscienti per salire ai campi alti con quel tempo, ma che potevano sapere di noi quei disgraziati? Così, senza pensarci su due volte, in un batter d’occhio annullai la spedizione di soccorso. Il nostro lavoro – quello che stava tanto al cuore al vecchio – di badare alla salvaguardia del Campo Base, era finito. Interruppi le comunicazioni radio, per il loro bene. Sono persuaso che se non fossero stati scossi così forte, e non avessero avuto paura di morire – non uno escluso – nessuno di loro si sarebbe salvato con le proprie forze.

Dopo di che accennava a particolari di carattere tecnico sui danni subiti dalla spedizione, e continuava così:

Fu quando si calmò il tempo che la situazione cominciò a diventare maledettamente delicata. Non valeva certo a migliorarla il fatto di essere passati ultimamente sotto bandiera cinese; per quanto il capospedizione non sia capace di trovarci nessuna differenza – finché siamo noi al comando –, dice lui. Certe cose quell’uomo non riesce ad afferrarle assolutamente – questa è la conclusione. E a cercar di fargliele capire sarebbe come farle capire a un muro. Ma a parte ciò per una spedizione è proprio una condizione deprimente restare fermi al Campo Base senza soccorsi di nessun genere per motivi di burocrazia e di ufficio, senza neanche un aiuto coordinato che superi le bandiere nazionali, e nemmeno una persona a cui rivolgersi in caso di noie. Dopo la devastante bufera fu così.

In quei momenti la mia idea era di tenere i portatori senza comunicazione per un’altro paio d’ore; perché tante ne valutavo necessarie per raggiungere la base dello sperone. Là avremmo trovato, probabilmente, qualche punto protetto dove intervenire, e una volta fuori dai grandi seracchi saremmo stati tutti abbastanza al sicuro; perché qualsiasi capospedizione – senza tener conto della nazionalità – in caso di incidente darebbe certamente il via libera per un’operazione di soccorso. Ci saremmo poi accordati con gli altri portatori rimasti al campo, visto le condizioni ai limiti della sopravvivenza, affidando vestiti e viveri al loro capo o sidar, o come si chiamano quei tipi con il cappello distinto che si vede girare nei Campi Base servito e riverito dalla gente del posto.

Comunque, il vecchio non ne volle sapere. Dopo quel che accadde, preferiva mettere a tacere la cosa nel dettaglio. Si ficcò quell’idea in testa, e non gliel’avrebbero cavata nemmeno un verricello a motore. Voleva che si facesse il meno chiasso possibile, per il buon nome della spedizione e dei sostenitori – di tutti gli interessati –, dice lui guardandomi duro. L’ha cosa m’ha fatto preoccupare. È naturale che non si può mettere a tacere una cosa simile; ma i portatori erano stati assicurati come si deve e potevano resistere a qualsiasi bufera di questo mondo, mentre quella era stato un fatto proprio sovrannaturale da non potertene neanche dare la più pallida idea.
Frattanto, io mi reggevo appena in piedi. Nessuno di noi da trenta ora aveva avuto il minimo respiro, e il vecchio se ne stava lì a grattarsi il mento, a grattarsi la testa, e così preoccupato che non pensava nemmeno a sfilarsi gli scarponi mentre cercava di dormire stendendosi sopra il saccopiuma.

– Spero, padre, – dico io, – che non vorrete che partiamo per i campi alti prima che smetta la bufera –. E, bada bene, non che io non volessi mettere in salvo quei malcapitati se ci fossero state le condizioni per andargli incontro. Un soccorso con un carico di portatori coinvolti non è un gioco da ragazzi. E poi ero a pezzi. – Vorrei, – dissi io, – che ci permetteste di soccorrere loro giù alla base dello sperone e lasciare che nella discesa se la sbrighino fra loro, mentre noi ci teniamo pronti a intervenire al momento giusto.

– Adesso dici delle sciocchezze, Ettore, – fa lui, fissandomi lento gli occhi addosso in quella maniera che, non sai come, ti mette tutto a disagio. – Dobbiamo trovare qualcosa che sia giusto per tutti.

Io avevo un mare di grane da sbrigare, come puoi ben immaginare, così misi in moto una squadra d’avanguardia, e poi pensai di buttarmi un po’ nella mia tenda. Non ero ancora addormentato che si precipita dentro il cuoco e comincia a tirarmi per la gamba.

– Per l’amor di Dio, Sahib Ettore, venite fuori! Venite subito alla tenda mensa, signore. Oh, venite fuori!
Quel rimasuglio d’uomo mi fece spaventare. Non sapevo che cosa fosse accaduto: ancora una valanga – o che altro? Vento non ne udivo.

Il capospedizione sta salendo. Oh, sta salendo! Correte su al primo campo, Sahib, salvatelo. Sahib Evans è corso nella sua tenda a prendere corde e piccozze.

Questo fu quello che sentii da quel pappamolle. Charles Evans giura però che egli era andato soltanto a prendere una giacca a vento asciutta. Comunque, mi infilai in fretta e furia gli scarponi d’alta quota e volai alla tenda materiali. Effettivamente sui pendi oltre la tenda mensa si vedevano baluginare diverse luci. Il più forte degli alpinisti e quattro compagni si fecero avanti decisi a partire. Diedi a loro piccozze, sonde, pale e corde di soccorso che ogni spedizione himalayana porta con sé nel deposito materiali, e mi misi al comando della squadra di soccorso. Per via m’imbatto nel vecchio Evans, partito solitario, che appariva trasecolato e annaspava nella neve profonda.

– Venite, – gli gridai.

Ci lanciammo, tutti e sette, in salita verso il primo campo. Ore di fatica. Le corde fisse erano state spazzate via. Sepolte.

Quando arrivammo, tutto era finito. Il vecchio era seduto alla luce del primo sole con l’attrezzatura personale ancora tutta composta, tuttavia senza giacca – immagino che gli fosse venuto caldo a forza di pensare. Gli stava a fianco l’inappuntabile capo degli Sherpa, provato come un guerrigliero, e sporco di sangue in faccia. M’accorsi subito che mi dovevo aspettare qualcosa.

– Che diavoli sono questi scherzi, Ettore? – mi chiede il vecchio arrabbiato come non mai. Ti dico francamente che persi la lingua. – Per l’amore di Dio, Ettore, – dice lui, – posate subito quel materiale che non serve a niente. E scappate giù. Maledizione, in quanti altri dobbiamo morire in questa spedizione di pazzi. Fate svelti ora. Non ho bisogno di nessuno quassù per aiutarci, a parte il capo degli Sherpa, a contare quanti morti ci sono stati. E anche tu, Charles, corri subito giù. Non mi serve una mano. Meno siamo meglio è.

Aveva deciso tutto nella sua testa mentre dormicchiavo. Se fossimo stati sotto bandiera americana, o solo se avessimo dovuto giustificare la morte dei nostri portatori in un ministero occidentale come in Alaska, per esempio, non sarebbero mai finite le inchieste, le scocciature, le richieste di risarcimento danni alle famiglie, eccetera. Ma questi tibetani conoscono i loro funzionari meglio di noi.

I sopravvissuti alla bufera erano già sotto gli occhi di tutti e quelli rimasti vivi erano tutti al riparo delle tende del Campo 1, dopo essere stati una notte e un giorno esposti al soffio delle valanghe. Faceva un effetto curioso vedere insieme tante facce smunte e stravolte. Quei malcapitati sgranavano tanto d’occhi a guardare il cielo limpido, la montagna tranquilla, i superstiti della spedizione, quasi si aspettassero di trovare tutti morti. E non c’è da far meraviglie! Ne avevano passate tante da strappare l’anima a un occidentale. Ma, tanto, dicono che gli sherpa non si turbano di fronte a niente. Comunque, ciò che dimostrano è di essere maledettamente resistenti. C’era un individuo (fra i peggio ridotti) al quale si era spezzato un braccio. Gli pencolava dalla spalla come un ramo secco. Una cosa simile avrebbe costretto un europeo a starsene a letto per un mese: invece quel tipo si ergeva in piedi in mezzo agli altri e chiacchierava come non fosse successo nulla. Facevano un bella confusione fra loro, ma quando il vecchio mostrò la sua barba smerigliata d’argento sulla soglia del Campo, smisero di parlarsi addosso e alzarono la testa a guardarlo.

Sembra che dopo averci pensato su egli avesse fatto salire su il capo degli Sherpa per spiegar loro qual era l’unico modo di salvarsi. Mi disse in seguito che, avendo i portatori lavorato sempre alternandosi e per lo stesso periodo di tempo, stimava che la miglior cosa da fare, quella che più si avvicinava al giusto, era di far scendere uno alla volta senza diritto di precedenza per la quota raggiunta. Non è possibile distinguere i meriti di uno da quelli dell’altro, diceva, e se si fosse chiesto a ognuno chi fosse in maggiore difficoltà dubitava che avrebbero mentito, e che si sarebbe trovato bloccato sopra il Campo Base in condizioni mortali. Credo che fin lì avesse ragione. Quanto a dire per filo e per segno come fossero andate le cose a qualche funzionario tibetano pescato a Lhasa disse che, per quel che essi ne avrebbero ricavato, tanto valeva restare al Campo Base e lasciare che pochi o nessuno si salvassero. Penso che anche quelli fossero della stessa opinione.

Finimmo il salvataggio prima di notte. Era uno spettacolo: la montagna luminosa, la squadra che pareva un esercito in ritirata, quei portatori che barcollando scendevano a carponi uno per uno sulle nostre corde, e il vecchio sempre con l’attrezzatura tutta composta, tutt’indaffarato a dare il via alla discesa dall’ultimo avamposto del Campo 1, rigido dal freddo, e ogni tanto dava addosso a me e al Signor Evans per qualcosa che non gli dava perfettamente a genio. Coloro che avevano paura a scendere gli accompagnava egli stesso per i primi metri della corda fissa. Rimasero tre sacchi d’alta quota, e questi tre toccarono ai tre cadaveri rimasti al campo, uno a testa. Poi, accartocciammo i tre corpi e gettammo in un grande crepaccio le salme e ogni sorta di materiale che ricordava la disgrazia, corpi a cui non si sarebbe potuto dare un nome, e lasciammo che i superstiti se la cavassero da soli a stabilirne l’identità.

Era certamente la soluzione migliore per far passare la faccenda sotto silenzio e con vantaggio per tutti gli interessati. Che ne pensi tu, alpinista ben pasciuto di città? Il vecchio capo dice che era sicuramente l’unica cosa da farsi. Mio padre, Bruno Brunelt, mi faceva osservare l’altro giorno: – Certe cose non si trovano nei libri. Nelle previsioni satellitari –. Mi pare che se la sia cavata anche troppo bene per essere un uomo così ottuso. (fine)

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SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

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Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

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