Reportage

#30 IL SENTIERO DEL BRIGANTE

testo e foto di Francesco Campironi

10/12/2020
8 min
Il Bando del BC20

Il sentiero del brigante

di Francesco Campironi

La Peugeot arranca sulle curve in salita che portano a Gambarie, la prima tappa del nostro Cammino, in macchina un sottofondo reggae accompagna le parole di Nicola, la nostra guida, quando parla del sentiero del brigante o della Calabria i suoi occhi brillano…

Questo particolare mi colpisce subito, ma ci farò presto l’abitudine, lungo il Cammino rivedrò quegli occhi molte volte, capisco da quello sguardo che ciò che ci aspetta sarà qualcosa di unico e speciale.

Quando arriviamo a destinazione l’aria è fresca e frizzante, sa di montagna, di pini, di cataste di legna per l’inverno. Ci accomodiamo intorno ad un tavolo per le ultime raccomandazioni, il sorriso non lascia mai il volto di Nicola, dalle sue parole traspare passione e professionalità, ci parla degli animali che incontreremo, dei pastori sempre pronti ad offrirti qualcosa (non rifiutate mai! Si raccomanda Nicola) un misto di ospitalità e muto rispetto quasi sacro in Calabria.

Mentre parla fuori, in strada, è un susseguirsi di camion pieni di fiori con sopra dei musicanti cha cantano inni alla Madonna questa sera, ci spiega Nicola, c’è la festa della Madonna della Montagna, una delle più sentite della Calabria, con tanto di messa celebrata dal vescovo che arriva in elicottero sulla cima del monte, mentre centinaia di fedeli si accalcano per seguire la benedizione, tra canti e musica. Un misto di sacro e profano sapientemente amalgamati insieme da anni di venerazione e leggende.

Mentre siamo a tavola il proprietario dell’hotel ci spiega che Gambarie è stata la prima località sciistica del sud Italia, il primo impianto fu costruito nel 1935 e da allora è sempre meta di sciatori da tutte le parti del sud, persino dalla Sicilia (mi perdo nell’immaginare un siciliano che carica gli scii sulla sua macchina per andare a sciare in Calabria). Tira fuori alcune foto, «Vedete, questa è la cima degli impianti, da qui si vede il mare». Osservo la foto e il colpo d’occhio è incredibile sembra quasi un fotomontaggio, uno sciatore solitario che dalla cima di un monte innevato guarda il mare all’orizzonte, bianco e blu si fondono creando un effetto affascinate. Siamo in un posto unico al mondo.

Benvenuti in Aspromonte, benvenuti in Calabria.

La mattina è carica di nubi, un timido sole cerca di farsi largo quasi volesse farci sentire il suo calore prima di intraprendere il Cammino. Il primo impatto con il sentiero, dopo un breve tratto di asfalto, lascia senza fiato, gli alberi nel bosco nel quale ci inoltriamo seguendo le indicazioni, sono enormi, non si riesce quasi a vederne la fine, sono i guardiani silenziosi di queste montagne, di questi sentieri, pronti a proteggerci e assisterci lungo il sentiero. Ci addentriamo tra i faggi, guadiamo piccoli torrenti, calpestiamo foglie e sassi ricchi di muschi, l’aria è fresca e carica di odori del bosco, il silenzio è quasi irreale, siamo soli a camminare e ogni nostro passo sembra risuonare nel bosco usando i grossi tronchi come cassa armonica.

I segni del cammino sono ben presenti su quasi ogni albero o roccia, le tracce GPS del cammino fanno il resto, fugando ogni dubbio di perdersi nel bosco. Ben presto però le nuvole hanno il sopravvento sul sole e inizia a cadere la pioggia, i grandi alberi guardiani ci proteggono finché possono con le loro possenti fronde, ma anche loro ad un certo punto devono cedere e lasciare “spazio” alla loro sorella pioggia che diventa sempre più intensa. Ci arrendiamo così ad una sosta forzata nei pressi della Fiumara Vasi, ne approfittiamo per mangiare e quando la pioggia cessa ci rimettiamo subito in cammino, guadati due fiumi mentre riprendiamo il cammino dal sottobosco di foglie e muschi ecco spuntare timido il muso di una Salamandra dagli sgargianti colori giallo e nero, ci blocchiamo di colpo appena la vediamo e telefoni alla mano iniziamo un servizio video/foto da far invidia a Super Quark (dite quello che volete, ma io le salamandre le ho sempre e solo viste dietro una teca di vetro), a pochi pass distanza ecco spuntarne un’altra dal fogliame e poco più in là un’altra ancora, più andiamo avanti più loro aumentano, quasi ricercassero aria dopo la scrosciante pioggia di poco prima, decine di piccoli cuccioli drago che sembrano quasi farci da scorta lungo il sentiero che nel frattempo si inerpica nel bosco regalandoci scorci sempre più belli.

All’improvviso un urlo rompe il silenzio del bosco, ci sorprendiamo di quell’insolito rumore e ci avviciniamo alla sua fonte, scopriamo che poco più avanti lungo il sentiero c’è parcheggiato un pick up, fuori dal pick up un uomo e una donna si guardano intorno mentre raccolgono alcuni rami non bagnati dalla pioggia. Sono Antonio e Teresa, i proprietari del Rifugio Biancospino, la meta di questa nostra prima tappa, capiscono subito appena ci vedono chi siamo.
«Siamo venuti a vedere come stavate, la protezione civile ha diramato l’allerta per la pioggia e mi sono preoccupato» ci dice Antonio, «Volete che vi porti al rifugio? Almeno gli zaini?»
«No, grazie» rispondiamo con il sorriso, li rassicuriamo sul fatto che stiamo bene e che la bellezza del Cammino è anche arrivare alla meta con le proprie gambe e i propri zaini.
«Ci vediamo al rifugio allora» risponde con un sorriso.

Arriviamo che ormai è pomeriggio inoltrato, dopo aver affrontato un tratto di asfalto appena usciti dal bosco. Siamo immersi dalla natura, intorno a noi piante da frutto, ortensie di un blu intenso, cavalli, cani, galline e Margherita un capriolo femmina cresciuto da Antonio dopo che le guardie forestali gliel’hanno portata perché si era persa nel bosco. A farci compagnia sui tavolini immersi in questa natura ci sono anche un chirurgo e un attore di teatro entrambi romani, amici di Antonio e Teresa.

Davanti ad una fumante tazza di tè e un piatto di biscotti fatti in casa le discussioni passano dalla politica al territorio, ma soprattutto si parla di salvaguardia dei boschi, argomento che ad Antonio appassiona particolarmente (essendo lui una guida dell’Aspromonte) ci racconta di un vecchio episodio di quando un suo amico grazie ad una bottiglia di vino ha salvato lui gli altri da una situazione che stava precipitando velocemente per via di una carta buttata per terra con noncuranza da un turista. Si ride, si scherza, ci si confronta e si riflette mentre il fuoco nel camino mano a mano si esaurisce, salutiamo l’attore e il chirurgo e ci prepariamo per la cena.

Il cibo preparato da Teresa è buonissimo.
«Questi sono prodotti della nostra terra, coltivati qui fuori in questo giardino» ci tiene a sottolineare, come se ce ne fosse il bisogno, già dal primo boccone sento che il sapore di una “semplice” zucchina è molto diverso da quello che il mio cervello e le mie papille gustative hanno immagazzinato per decenni.
«Altro che Bio», aggiunge Antonio «oggi giorno tutti si riempiono la bocca con la parola Bio, non sanno nemmeno il suo reale significato, tutti a dire Bio di qua Bio di là». I bicchieri si riempiono di “Vino Fiuggi” e le conversazioni si fanno sempre più fitte e il cibo sempre più buono.
Andiamo a letto con le gambe stanche ma con la testa piena di storie e racconti.

La mattina dopo un abbondante colazione andiamo a salutare Margherita, ringraziamo Antonio e Teresa e ci inoltriamo di nuovo nel bosco, non molto distante dal rifugio.
Il sentiero ci regala fin da subito bellissimi paesaggi boschivi, i faggi enormi sono sempre nostri guardiani, incombono ancora le nubi e il sole si fa desiderare anche oggi, appena usciti dal bosco i faggi lasciano il posto a felci più alte di noi, il sentiero continua inerpicandosi sulle rocce , il fogliame umido attutisce i nostri passi e il silenzio del bosco è quasi denso, carico di umidità e odori, lo percepisco sulla pelle, mi scopro a guardarmi intorno ad annusare l’aria, allungo le orecchie in cerca di un suono, l’atmosfera di questi boschi mi coinvolge, mi attira alla ricerca di qualcosa che nemmeno io so. Per ora posso solo lasciarmi trasportare dai miei passi e lasciar andare i miei sensi perché possano assorbire più cose possibili da ciò che mi circonda. Seguiamo con cura i segni del cammino, scavalchiamo piccoli d’acqua, entriamo e usciamo dal bosco e prima di arrivare a Zervò, al limitare del bosco, ecco una felice coppia di cinghiali (mamma e un cucciolo)attraversarci allegramente la strada, senza badare minimamente alla nostra presenza, e rinfilarsi tra gli alberi.

Arrivati al Sanatorio di Zervò ci accomodiamo sotto una tettoia per mangiare, visto che nel frattempo ha iniziato a piovere, ho l’occasione di guardare la struttura da fuori, è immensa, imponente, austera, incute anche un certo timore con tutta questa predominanza di cemento e il cielo cupo che la sovrasta.
Finito il pranzo iniziamo ad esplorare i dintorni, notiamo subito un camioncino sgangherato parcheggiato a lato di una struttura adiacente al Sanatorio, ci avviciniamo con fare circospetto, ma ecco che dalla struttura fa capolino un signore.
«Buon pomeriggio, cercate qualcuno?»
«Sì, dovremmo dormire nel sanatorio sta sera, sa stiamo facendo il sentiero del brigante».
«Ah benissimo, piacere io sono Antonio, volete un caffè? Ora lo preparo subito».
Ringraziamo, poi si volta e dice «Lo faccio con la scorza di limone, ricetta di mamma, va bene lo stesso?», dice sorridendo, un attimo di smarrimento, «Ma certo sicuro, non l’abbiamo mai provato, perché non iniziare adesso».

E mentre ci adoperiamo alla preparazione del caffè in una sgangherata cucina (uso lo stesso termine per definire la cucina e il camioncino di Antonio, perché la confusone era identica). Nel frattempo iniziamo a parlare con Antonio, ci racconta di essere il proprietario, di una cooperativa di giovani che lavorano alcune terre nei dintorni del Sanatorio.
«I nostri prodotti li vendiamo ovunque anche a Milano», ci dice tutto orgoglioso, ecco che scorgo ancora quello sguardo, quella luce negli occhi, la stessa che ho visto negli occhi di Nicola, quando mi raccontava dei questa terra. Rimaniamo incantati dai suoi racconti e della sua vita, una vita spesa per gli altri, una vita di sacrifici e rinunce tutto per questa terra, per i suoi giovani e per il futuro di entrambi.

Il tempo vola e non ci accorgiamo che sono già due ore che parliamo, qualcuno si starà domandando che fine abbiamo fatto, salutiamo Antonio che come ultimo gesto ci accompagna davanti all’entrata del Sanatorio, con il suo furgone. All’entrata del Sanatorio troviamo una coppia di volontari ad attenderci, quando ci vedono arrivare sul furgone di Antonio si “rincuorano” ed esclamano «Ah ma eravate con Antonio, vi ha rapito lui quindi?».

Ceniamo con loro e con Padre Benedetto, un omone molto simpatico e gioviale, un classico prete di montagna, che con il suo coltello ci taglia prima la carne poi il formaggio ed infine i suoi sigari. Ci fanno provare la Struncatura, una pasta povera fatta con gli scarti della farina, ricetta povera che si tramanda da generazioni.

«Qui una volta ci si arrangiava con poco, ora la Struncatura dicono che è Bio e costa 5 euro al pacco», torno a pensare alle parole di Antonio, alla sua cooperativa, ai ragazzi che lavorano la loro terra così come i loro padri o il loro nonni gli hanno insegnato, la coltivano usando la natura, come è giusto che sia, la natura per crescere come si deve non ha bisogno di nient’altro che di se stessa, un ciclo continuo e unico che non avrà mai fine. Qui non esiste il Bio ciò che produce la terra, anche gli scarti, è per tutti e tutti ne possono usufruire, non si può sacrificare la natura in nome di un marchio.

La serata si conclude ascoltando i racconti di padre Benetto sull’Aspromonte e sulle persone che lo abitano, il tutto innaffiato da alcuni giri di grappe. Ci salutiamo presto perché domani ci aspetta la tappa più lunga del Sentiero e tanto per cambiare danno pioggia.

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Francesco Campironi

Francesco Campironi

Sono un ragazzo appassionato di cammini, escursioni e montagna. Curioso di scoprire tutte le realtà "nascoste" del nostro paese, di conoscere le persone che vivono e rappresentano il loro territorio, la terra dove sono nati e cresciuti cercando di valorizzare le loro storie.


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