Racconto

#32 • Forse era solo il vento

"Taci un attimo e lasciami ascoltare il vento come facevamo una volta. E’ da molto che non mi capita. Lo senti mentre passa tra i castagni? E‘ la voce del vento o la voce dell’albero?"

testo e foto di Daniele Ceddia  / Milano

Forse era solo il vento. Sembrava mi chiamasse, volesse dirmi qualcosa.
28/12/2019
4 min
informazioni
«Anche tu qui?»
«Si, sono venuta anch’io per rimanere da queste parti.»

«E’ molto bello vederti, sono passati anni ormai.»
«Si, quasi trenta.»
«Ti ricordi com’era questa zona una volta?»
«Certo. Qui venivamo io, te e gli altri di pomeriggio, con i cestini, quando eravamo bimbi per cercare i funghi e catturare le rane. C’era un laghetto dove ci bevevano gli animali proprio qui, vedi? Più in là, in quei boschi di pini, raccoglievamo le mazze di tamburo. Sono stati gli anni più belli ma chi lo sapeva? Tutto il patrimonio che avevamo intorno era scontato, era lo scenario delle nostre avventure da sempre, la tela sulla quale abbiamo dipinto ogni giorno d’estate. Quanto era importante quello che avevamo lo capiamo solo adesso quando è rimasto poco o niente.»
«Quindi sono stati qui i tuoi momenti più felici?»
«Credo di sì, per questo sono voluta tornare. Voglio starmene tra quel che resta di questi boschi di castagni e pini, vagare sui sentieri, passeggiare nei luoghi delle mie migliori memorie.»

«E tu che fine hai fatto? Non ci si vede da un secolo.»
«Io sono qui già da un bel po’ sai? Saranno passati una decina di anni. Sai che poi mi sono iscritto all’università?»
«Davvero? Non l’avrei mai detto, eri una testa di cazzo da ragazzino.»
«Ma no, ero solo inquieto e curioso. Studiare mi è piaciuto molto, son contento di averlo fatto. Mi ricordo di uno splendido corso tenuto da Telmo Pievani. Diceva che non esiste il problema della fine del mondo ma soltanto quello della fine dell’uomo. Poi diceva che se la storia del pianeta fosse una giornata di 24 ore, Homo Sapiens ne occuperebbe soltanto gli ultimi 15 secondi e che la terra è sopravvissuta a 5 estinzioni di massa di cui una nel Triassico che ha distrutto il 96% delle specie presenti sul pianeta. La terra è sopravvissuta ogni volta e la vita è continuata sempre, in qualche forma, nonostante tutto. E continuerà ancora con o senza umani.»
«Ah.»

«Ti rendi conto di quante cose abbiamo inventato? Con quanta tecnologia, meccanica, ingegneria, comunicazione abbiamo foraggiato il nostro ego? Ci siamo creduti onnipotenti, i padroni del pianeta. Abbiamo pensato di contar qualcosa, che esistesse un senso all’evoluzione e di rappresentarne il gradino più alto, l’essere perfetto, l’immagine di Dio. Ma niente di ciò che abbiamo creato è paragonabile alla vita, a quel sedimento abissale di tempo che ha preso forma nel corso di milioni di anni. Un percorso tortuoso fatto di un’infinità di interazioni, tentativi e casualità.»
«Taci un attimo e lasciami ascoltare il vento come facevamo una volta. E’ da molto che non mi capita. Lo senti mentre passa tra i castagni? E‘ la voce del vento o la voce dell’albero? Quando passa tra i pini fa un altro rumore, più acuto e meno grandioso. Sa di montagna e di vette innevate. E questo profumo di terra e foglie marce? Che meraviglia. Respira. Respira e taci. La vita è qui, in questo profumo di bosco.»

Noi stiamo qui tra i raggi di sole, radicati alla Terra. Fermi e pazienti ad aspettare.
Starei ore ad ascoltare i tuoi racconti. Tu sei vita.

«Siamo natura. Siamo sempre stati natura anche quando abbiamo creduto di poterci elevare al di sopra di essa e di poter vivere senza farne esperienza. Relegati nell’Immaginario luminoso di un display, estraniati dal Reale. Almeno noi siamo stati fortunati: abbiamo fatto in tempo a conoscere la bellezza dei monti, i suoni dei sentieri e le sensazioni del corpo quando lo porti in cima a uno sperone di roccia a picco sull’oceano. L’emozione di arrivare in vetta per poi guardare giù. Istanti di felicità, di fremiti delle membra. L’aria fresca inspirata che ti riempie i polmoni. Poi l’Immaginario ha riempito tutto ed è sparita l’esperienza del Reale. Ci siamo addormentati sotto controllo. Ha vinto il desiderio di prevaricazione, distruzione e profitto di pochi. Ed eccoci qui.»
«Vabbè adesso non esser troppo tragico, è andata così e basta, non pensiamoci più. Stai un po‘ vicino a me che sento freddo. Sediamoci qui come facevamo da piccoli davanti a questa fontanella di acqua dei monti. Guarda quanti insetti ci sono ancora. Son sopravvissuti anche al meteorite che ha estinto tutti i dinosauri. O era un Bondì Motta?
«Ahahah, che scema.»

«Senti ti va di andare alla Casa Rossa dall’altro lato della valle? Ti ricordi quando entravamo in quel rudere abbandonato dove si sentiva la musica di un pianoforte? Credevamo ci fossero gli spiriti. Non staremmo meglio là? Potremmo finalmente sapere se ci sono davvero.»
«No, io resto qui nei boschi. Rimango qui tra il vento, gli alberi e le foglie. Chissà che un giorno non torni qualcuno a camminare su questi sentieri. Magari un sopravvissuto o una nuova specie di Homo. Homo Insipiens finalmente. Un essere umano consapevole della sua limitatezza e di non sapere nulla di fronte alla vastità dell’universo, all’abisso vertiginoso del tempo. Un umano a cui sussurrare nelle orecchie, insieme alle altre mille voci del vento, di fermarsi a osservare, respirare e sentire la natura. Suggerirgli di abbandonarsi e di fondersi con essa, di accettare la propria piccolezza e fragilità. Svelargli che la vita è semplice e che non ha altro senso che quello di essere vissuta. Che la vita è proprio qui, adesso, intorno a lui.»

«Va bene, sto qui con te. Pianoforte. Voglio imparare anch’io a suonare il pianoforte.»

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Daniele Ceddia

Daniele Ceddia

Si occupa di pedagogia nell'ambito della salute mentale. È camminatore e flâneur. Esperto di metodi e pratiche autobiografiche e biografiche. Frequenta la Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari dove coltiva il sogno di diventare biografo di comunità.


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