Reportage

#39 IMMERGERSI NELL’AVVENTURA UN PASSO ALLA VOLTA

testo e foto di Francesco Saverio Martini  / Parma

16/12/2020
9 min
Il Bando del BC20

Immergersi nell’avventura un passo alla volta

di Francesco Saverio Martini

Alle 6.30 suona la sveglia e inizio a prepararmi.

In pochi minuti ho chiuso lo zaino e indossato tutti i vestiti tecnici. Scendo le scale e trovo i miei due compagni Fabio e Francesco, anche loro ormai pronti a partire. Giusto il tempo di una veloce colazione e, calzate le scarpe da montagna, siamo pronti. Ci muoviamo di fretta ben intenzionati a non perdere nemmeno un minuto delle ore del mattino che offrono luci basse e ambienti silenziosi, ideali per l’inizio di una lunga giornata di cammino.

Dirigendoci all’imbocco del sentiero ci scambiamo qualche opinione sulla giornata che sta per iniziare. Ci aspetta la prima tappa del giro del Monte Bianco. Abbiamo optato per aggirare il massiccio in senso orario, passando quindi dalla val Veny.

Nella giornata di oggi raggiungeremo il confine con la Francia e proseguiremo ancora fino a un rifugio vicino al quale passeremo la notte. Si tratta di un percorso di circa 25 km con grande dislivello. Questa difficoltà ci intimorisce e allo stesso tempo ci galvanizza.
La giornata inizia faticosamente, dovendo raggiungere Plan Chécrouit. Si tratta del luogo dove partono le piste da sci di Courmayeur e pertanto è possibile raggiungerlo in ovovia. Il desiderio di vivere la nostra avventura in maniera essenziale ci ha portato a non prenderla nemmeno in considerazione.

Questa rinuncia, come previsto, ci mette immediatamente alla prova. Superare questa prima salita di circa 500m di dislivello si rivelerà uno dei punti più faticosi dell’intero giro. Oltre allo sforzo fisico si aggiungono tanti elementi che contribuiscono a rendere questo momento faticoso e severo. Il sentiero che si inerpica a zig-zag nel bosco si presenta polveroso e monotono. Le piante alte ci proteggono dal sole ma non lasciano passare un filo di aria e nascondono il paesaggio ai nostri occhi. Non desideriamo altro che salire di quota per lasciarci alle spalle questo tratto. I nostri zaini però sono pesanti, caricati di tutto il necessario per dormire e mangiare in autonomia per tre giorni. In questi momenti, prima di entrare ancora appieno nella dimensione della avventura, ci muoviamo come tre estranei. Ognuno cammina con il suo passo. Il notare che ognuno di noi ha un’andatura diversa mi infonde un pizzico di sfiducia. Si ha l’impressione di non essere adatti a condividere la stessa strada e in pochi minuti si fa spazio in me una strana forma di nervosismo che però nascondo, trattenendo ogni commento e comunicando solo il minimo indispensabile; “da qua si vede l’arrivo” o “la pendenza diminuisce” sono le uniche comunicazioni che ci concediamo, anche per risparmiare il fiato che sembra già mancare. L’esperienza mi ha insegnato che i primi attimi di una lunga camminata sono sempre ingannevoli, sia dal punto di vista fisico che relazionale. È necessario tempo per entrare nello spirito giusto, per armonizzare il corpo con la fatica e la mente con i compagni. Nonostante la mia consapevolezza di ciò non ricordo di essere mai riuscito a ignorare facilmente questo curioso tranello.

Mentre mi perdo in questi pensieri raggiungiamo il colle e, dopo un sorso di acqua tutta la fatica è già tramutata in orgoglio. Ci perdiamo con lo sguardo ad ammirare le prime cime che vediamo in lontananza e cerchiamo di capire fino a dove ci spingeremo oggi. Superati alcuni rifugi ci dirigiamo lungo la val Veny. Oggi la percorreremo tutta e impareremo a conoscerne alcune bellezze. Il sentiero si sviluppa sul versante sinistro della valle, mantenendo quindi sulla destra il massiccio del Monte Bianco. Il paesaggio ci appaga enormemente e ci divertiamo a cercare di riconoscere le cime più famose, senza grandi risultati. Ci fermiamo solamente per il pranzo quando troviamo una invitante sporgenza della montagna nei pressi di un lago e ne approfittiamo anche per sdraiarci qualche minuto di fronte a quello spettacolo magnifico.

Riprendiamo il cammino e iniziamo a scorgere in fondo alla valle le Pyramides Calcaires. Si tratta di due creste di roccia che si ergono parallele tra loro poco prima del confine con la Francia. La loro particolarità è quella di essere composte di calcare in un ambiente che invece è dominato dal granito. Questo le rende chiare e lucenti, inconfondibili anche agli occhi inesperti di che le conosce per la prima volta. Mi ricordano le schiene arcuate fatte di piastre ossee di certi dinosauri e questo le rende ancor più maestose. Sono entusiasta di doverle raggiungere, voglio capire meglio quanto siano grandi e che forma abbiano effettivamente.

Scorgiamo sotto di noi il rifugio Combal, a fianco dell’omonimo lago e ci stupiamo di quanto si trovi in basso rispetto a noi. Proseguendo con il sentiero ci rassegniamo all’idea di dover effettivamente scendere in fondo alla valle per poi salire nuovamente verso le Pyramides e il Col del la Seigne. Sconsolati dalla quota che pensavamo di aver conquistato e che ci viene così rubata affrettiamo il passo in discesa e in poco tempo raggiungiamo il rifugio che ci appariva lontano. Quel posto che avevamo disprezzato per essere fuori dal percorso che ritenevamo più logico si dimostra accogliente con noi e ci rivitalizza. Il lago Combal è infatti limpido e fresco e non perdiamo occasione di rinfrescarci prima di ripartire per la salita. In questo momento il paesaggio è dolce, l’erba verdissima e tutti i colori molto saturi. Cominciamo ad assaporare il contatto con la natura e il prenderne consapevolezza ci unisce.

Non possiamo perdere tempo e partiamo alla volta del rifugio Elisabetta, non volendo rischiare di dover camminare con la luce del tramonto o peggio con il buio. L’Elisabetta è per me l’ultimo punto noto; non sono mai andato oltre. L’idea dello sconosciuto, che già ho visto illuminare i miei compagni nuovi alle valli del Bianco, comincia a farsi strada anche nei miei pensieri portandomi però anche un pizzico di insicurezza. Non so più di preciso cosa ci aspetta e mi preoccupo di essere all’altezza. I miei compagni si fidano dell’itinerario che ho scelto e della difficoltà che ho valutato adatta alle nostre capacità. So anche che la bellezza dell’avventura sta in gran parte nella scoperta dell’ignoto e soprattutto nel sapere di poter affrontare le difficoltà che si dovessero presentare. Con Fabio e Fra so’ di essere al sicuro. Ho piena fiducia in loro e sento che ognuno di noi può contare sugli altri due, nonostante le nostre differenze. Raggiungiamo faticosamente il rifugio ma non ci concediamo che qualche minuto di sosta necessario a consumare un pezzo di cioccolato e bere qualche sorso di acqua. Partiamo alla volta del confine che coincide con l’ultima grande salita della giornata. Siamo stanchi e fatichiamo a parlare tra di noi. Ci incoraggiamo di frequente e cerchiamo di continuo la conferma del nostro avanzare sulla cartina. La fatica non ci impedisce di godere della bellezza del posto. Finalmente le Pyramides Calcaires sono al nostro fianco e ne scrutiamo ogni particolare. Cerco di memorizzarle bene, nell’intento di ricordarne i particolari anche una volta lontano.

Mi perdo nell’osservazione del paesaggio fino a quando non siamo distratti dall’arrivo sul colle. Abituato all’ambiente appenninico mi stupisco nel vedere che il colle è molto ampio e quasi non se ne distingue l’apice. Ci accorgiamo di un piccolo monumento che identifica il confine e ci rallegriamo per il piccolo traguardo raggiunto. Decidiamo di scattare qualche foto. Nel vedere una coppia di ragazzi sopraggiungere ci rivolgiamo a loro per chiederne una che ci ritragga tutti. Dopo un paio di incomprensioni dovute alla lingua (si tratta di una coppia di tedeschi sulla trentina e in questa zona non ci si intende mai al volo su che lingua utilizzare tra francese, italiano e tedesco) questi si dimostrano molto gentili e disponibili. Ricambiamo il favore prima di salutarci. Quando ci si incontra in questi posti isolati, oltretutto nel tardo pomeriggio, ci si sente accomunati da una improvvisa fratellanza che rende complici, come compagni della stessa avventura. Ci tratteniamo ancora un paio di minuti, sufficienti a presentarci. Ci stupiamo della spensieratezza e dell’atteggiamento gioioso della coppia e ce ne facciamo contagiare. Ci conforta ascoltare la loro descrizione del posto dove dobbiamo arrivare entro sera: una bella valle, con un torrente dove trovare l’acqua e dove non tira vento, ideale per dormire e per una colazione con vista.

Ci salutiamo e iniziamo la nostra discesa in territorio francese. Da quello che ci hanno riferito i due ragazzi manca più di un’ora ma il sentiero è in dolce discesa e il punto di arrivo a vista. Mentre lo percorriamo velocemente siamo entusiasti di quel piccolo incontro ad alta quota. È stato un momento di gioia semplice, capace in qualche modo di infonderci fiducia nelle persone. Fantastichiamo su come sarebbe bello che tutti riuscissimo ad avere sempre un atteggiamento così positivo e cortese.

Siamo quindi avvolti da una sensazione di benessere e di felice stanchezza. La valle sembra creare una sintonia con questa condizione e ci offre un paesaggio diverso da quello ripido e roccioso delle ultime ore. Le alte montagne che la delimitano scendono infatti dolcemente verso il fondo lasciando spazio al verde dei prati. Diversi torrenti nascono dalle nevi glaciali e scendono fino a unirsi tutti nel fiume al centro della valle. Qui sappiamo di poter trovare l’acqua per lavarci e per cucinare.

Iniziamo la nostra ultima discesa lungo uno stretto sentiero che scende dolcemente, snodandosi a serpentina sulla destra orografica della valle. L’ultima ora passa veloce e cominciamo cercare il posto migliore dove piantare la tenda. È la caparbietà di Fabio a tirarci fuori le ultime energie per evitare di fermarci nel primo luogo capace di ospitare la tenda in piano. Duecento metri a monte del rifugio si erge sul fianco della montagna erbosa uno sperone di roccia scura che ci offre una piccola protezione dal vento (o almeno la sua illusione) e ci nasconde alla vista del rifugio Des Mottes e delle tende di altri camminatori che si sono fermati poco distante. Crea uno spazio riservato, accogliente e pacifico. Montiamo velocemente la tenda per poterci recare al fiume a lavarci prima che gli ultimi raggi di sole spariscano dietro le alte montagne a ovest. L’acqua fredda lava via le fatiche della giornata e ci fa pregustare il riposo della notte.

Siamo soddisfatti ed entusiasti della giornata di cammino, delle incertezze superate e della scelta del luogo dove dormire che sentiamo speciale. Più di tutto ci stupisce la varietà dei luoghi attraversati, dalla lunga val Veny alle piramidi di roccia, l’altopiano del colle e infine la valle erbosa. La cena cucinata insieme è un degno festeggiamento nonostante un po’ di polenta finisca per terra. Gustiamo quel pasto semplice ma gustoso mentre viene buio e freddo.

Il tempo di sistemare le proprie cose nella tenda e il Monte Bianco ci offre l’ultimo maestoso spettacolo della giornata. Il cielo diventa scuro fino a lasciare spazio alle stelle. Decidiamo di fotografare quello spettacolo con l’intento di ritrarre anche noi tre. Passiamo più di un’ora a fare tentativi, contribuendo ognuno a modo suo nella scelta dell’inquadratura, nel posizionare la macchina fotografica e nell’impostarla al meglio. Le nuvole ci invitano a rinunciare coprendo il cielo e così ci ritiriamo nella tenda. Ormai è tardi e sappiamo di dover riposare.

Il vento soffia forte e scuote la tenda. Il rumore rende difficile riposare e mi spaventa. Restiamo per ore in silenzio, sdraiati uno a fianco all’altro nel tentativo di prendere sonno. L’idea di non riuscire a riposare mi preoccupa. Ho paura di essere in difficoltà al mattino sapendo di avere una giornata impegnativa davanti. Mi domando se la tenda possa resistere e se possa venire a piovere. Mi rendo conto di non essere veramente in pericolo ma la precarietà della prima notte in tenda non mi ha ancora abbandonato in tutti questi anni.

Sono però felice di questa giornata, di come la nostra avventura sia iniziata al meglio, non senza qualche attimo di difficoltà. Divido le mie paure e condivido le mie gioie con due compagni su cui posso contare. Dell’ignoto che ci attende è rimasto solo il fascino, l’incertezza è svanita. Ormai completamente immersi nell’avventura, siamo come una sola persona.

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foto:
1. Gli ultimi istanti della giornata.

2. Pyramides Calcaires, in fondo alla Val Veny.
3. Ultima discesa nella valle francese.

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Francesco Saverio Martini

Francesco Saverio Martini

Sono Francesco, ho 24 anni e sono studente di ingegneria. La mia passione per la montagna nasce dall'esperienza scout e anno dopo anno si spinge sempre un passo oltre. Mi piace la fotografia, in particolare di reportage. Penso che in qualche modo sia un punto di contatto tra quello che studio e le mie altre passioni, con aggiunto anche un pizzico di fantasia. Amo condividere le mie piccole avventure cercando sempre nuovi compagni; trovo che siano un luogo di relazione privilegiato e così cerco di coinvolgere sempre un nuovo amico.


Il mio blog | Non ho un blog/pagina digitale, eleggo altitudini.it come la mia rivista digitale. Non ho alcuna esperienza di scrittura. Dopo anni di lontananza dalla lettura negli ultimi mesi ho riacquistato questa passione, a piccoli passi. Grazie ai grandi esploratori e alpinisti del passato ho compreso l'importanza di mettere per iscritto ciò che osserviamo e sentiamo. Scrivere questo breve racconto è stato come raggiungere una cima per la prima volta, dovendo affrontare difficoltà sconosciute e inaspettate.
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