Racconto

#41 • Cap. V La resistenza

testo e foto di Silvia Benetollo  / Noventa Padovana (PD)

30/12/2019
4,30 min
informazioni
Nell'agosto del 2035 l'ultimo ghiacciaio dell'arco alpino viene dichiarato estinto, così come era stato previsto da alcuni studi condotti nei decenni precedenti.

Lo scioglimento definitivo del ghiacciaio della Marmolada determina il collasso del bacino idrico del Piave e del Brenta durante l’estate di due anni dopo, quando un’ondata di calore particolarmente intensa prosciuga tutti i corsi d’acqua e le falde freatiche non riescono più a garantire il funzionamento degli acquedotti. Nella pianura veneta i danni all’agricoltura e agli ecosistemi sono incalcolabili, mentre i decessi per disidratazione e colpi di calore ammontano a svariate migliaia.

Nei primi mesi dello stesso 2037, le indagini geologiche avviate dal governo dieci anni prima portano alla scoperta di un immenso giacimento di idrocarburi nel sottosuolo di Piazza Vecchia (Venezia). Oggi gli studiosi ritengono che l’individuazione di questa riserva sia stata determinante nella scelta, da parte del governo centrale, di accantonare i progetti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, che si ritiene avrebbero potuto arginare i disequilibri socio-economici del Vecchio Continente e la conseguente salita al potere di movimenti nazionalisti.

Infatti, nei primi mesi del 2037 in Austria si assiste alla vittoria del partito per la ricostituzione dell’impero asburgico, che dopo una votazione controversa si assicura la maggioranza al parlamento di Vienna, dichiarando di lì a poco guerra all’Italia. Lo scopo è la riannessione del lombardo-veneto, devastato dalla siccità e dall’inquinamento, ma ricco di idrocarburi. La reazione della popolazione locale, dapprima entusiasta a causa di un mai sopito sentimento filo-asburgico, vira velocemente al malcontento allorché diventa chiaro che i posti di lavoro creati dallo sfruttamento del giacimento di Piazza Vecchia sarebbero stati occupati principalmente da austriaci e da operai emigrati dalla recentemente annessa Ungheria.

La situazione del lombardo-veneto precipita nell’ottobre dello stesso anno, quando il disagio causato dalla prolungata siccità sfocia in violente manifestazioni di piazza, che vengono represse in modo brutale. A questo clima di tensione si aggiungono le sempre più frequenti offensive austriache, sostenute anche dalle falangi italiane favorevoli all’annessione. Nel dicembre del 2037 il Veneto subisce un pesante bombardamento: Padova, Vicenza e Venezia vengono distrutte, nonostante gli appelli della comunità internazionale, mentre la campagna è resa inabitabile dai prodotti di scarto del giacimento di Piazza Vecchia, il cui sfruttamento a opera di una società straniera era iniziato nell’autunno dello stesso anno.

Nel frattempo l’aspettativa di vita si abbassa drasticamente. Nel novembre dello stesso anno scoppia una guerra civile ormai inevitabile, che causa consistenti flussi migratori verso la Svizzera, anch’essa provata dalle frequenti ondate di calore ma con riserve idriche ancora in buono stato grazie alla politica di salvaguardia dei ghiacciai e dei corsi d’acqua messa a punto nei decenni precedenti. Tuttavia, migliaia di operai, impiegati e operatori call center, fiaccati da decenni di crisi economica, vista l’impossibilità di attraversare una pianura padana resa ormai inabitabile si dirigono verso la costa. Nei primi mesi del 2038 dai campi profughi di Chioggia, ormai al collasso, partono i primi barconi diretti verso l’Albania, nonostante il porto off-shore sia ormai inutilizzabile a causa dell’innalzamento del livello del mare.

Giunti a Durazzo dopo un mese di navigazione, i profughi lombardo-veneti vengono detenuti in apposite strutture, in attesa di direttive da parte dell’Unione delle Repubbliche Africane, cui il governo di Tirana è affiliato fin dal 2030. Questa alleanza aveva portato grandi vantaggi al paese balcanico che, grazie ai consistenti investimenti in campo energetico e tecnologico del governo congolese e nigeriano, era riuscito ad arginare i danni del cambiamento climatico, diventando così la prima economia tra gli stati del Vecchio Continente. L’albanese era divenuta la prima lingua parlata in Europa, soppiantando l’inglese e il tedesco. Negli anni Trenta, infatti, la ex-EU ormai in piena recessione scontava un pesante ritardo rispetto al continente nero e in special modo alla Nigeria, dove la leader hausa Zahrah Mansur aveva dato un forte impulso allo sviluppo tecnologico.

Laureata in botanica all’università di Abidjian, già negli anni ’10 Mansur aveva occupato un ruolo di spicco nella progettazione e nella messa in opera della più grande infrastruttura sovranazionale del continente africano, la piantumazione di milioni di alberi della cosiddetta Green Belt, estesa dal Senegal alla Somalia. Concepita per arginare i danni della desertificazione, ben presto questa grande opera aveva rivelato benefici inaspettati: in un contesto mondiale di depauperamento delle risorse e di degrado degli ecosistemi, la Green Belt aveva infatti determinato l’assestamento idrico e climatico dell’Africa subsahariana, portando a un imprevisto aumento del PIL, oltre che a una consistente ripresa della biodiversità.

L’elezione di Mansur nel dicembre 2025 aveva dato un ulteriore impulso all’ascesa degli stati africani: il primo decreto del nuovo parlamento stabiliva infatti la messa in stato di illegalità delle compagnie petrolifere straniere operanti nel delta del Niger. Le conseguenze sono inarrestabili: l’industria europea subisce una pesante battuta d’arresto, mentre le nuove risorse di cui dispone il nuovo establishment africano sono immense. Nello stesso periodo, nuove elezioni portano a un cambio di governo in Senegal, Mali, Congo. La Green Belt, primo grande volano dell’economia africana, viene ulteriormente ampliata, mentre i pesanti investimenti in campo scientifico e tecnologico portano nel 2030 alla scoperta di un nuovo elemento nel sottosuolo del Camerun e alla messa a punto di una centrale a fusione nucleare di nuova concezione, in grado di garantire l’autosufficienza energetica del continente.

L’inarrestabile aumento della produzione, il benessere socio-economico e l’efficace controbilanciamento degli effetti del global warming, che ormai aveva sconvolto il resto del pianeta, portarono gli stati africani a coalizzarsi: nella primavera del 2030, alla conferenza di Brazzaville, viene firmato il primo accordo che dà vita alla Unione delle Repubbliche Africane (UAR).

Oggi gli storici sono concordi nell’affermare che i primi contatti dei comitati di resistenza europea con i governi delle potenze africane, guidate dalla prima presidente della UAR Zahrah Mansur, avvennero proprio nei giorni della conferenza di Brazzaville.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Silvia Benetollo

Silvia Benetollo

Frequento le Dolomiti bellunesi fin da quando ero bambina, consumando una considerevole quantità di scarponi. Non pratico lo sci, non arrampico, non corro. In montagna cammino. Cammino e basta, possibilmente in silenzio.


Il mio blog | Darè Dôf è il blog dove cerco di dare un ordine al caos che regna nel mio poco tempo libero. Il suo nome deriva da un toponimo zoldano, e significa "dall'altra parte del passo". Contiene storie di montagna, appunti di viaggio, disegni. In ordine sparso.
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