Solleder invernale_11

“Una delle più belle giornate dell’alpinismo si è oggi conclusa nel modo più entusiasmante sulla Civetta. La muraglia di 1200 metri, che nessuno aveva mai osato affrontare in inverno, è stata vinta, a poche ore di distanza, da due cordate di giovani dal cuore intrepido…”.
Con queste parole, il 7 marzo 1963, Il Gazzettino apriva l’articolo dedicato al “Trionfo degli alpinisti impegnati sulla Civetta”.
Il giornale raccontò quell’ascensione dedicandogli diversi articoli, sicuro dell’interesse che avrebbe suscitato fra i propri lettori (oggi l’alpinismo entra nella cronaca giornalistica solo se ci sono vittime o gravi incidenti). Peraltro l’impresa di quei giovani intrepidi, per com’era stata concepita e come si era svolta, meritava di essere raccontata ora per ora: così avvincente, epica e ricca di suspense com’era. Il loro alpinismo, attuato senza supporti tecnologici e nell’incognita di una montagna gelida e immensa, fu una grande e autentica avventura che dopo 50 anni merita di essere ricordato e celebrato e con esso la storia di quella via che gli alpinisti chiamano “la Solleder”.

La prima salita – 9 agosto 1925

Il 9 agosto del 1925 Emil Solleder e Gustav Lettenbauer consegnano perennemente alla storia dell’alpinismo e dell’ardimento umano, la conquista della “parete delle pareti”, la nord ovest del Civetta, una via memorabile, di 1250 metri. Inizia l’epoca del 6° grado. La storia del sesto grado inizia con una camminata nella nebbia.

Emil Solleder a sx (Henry De Ségogne, Jean Couzy: Les Alpinistes célèbres, 1956) e Gustav Lettenbauer (Vincenzo Dal Bianco, Civetta, la soglia dell'impossibile, 2000)

Emil Solleder a sx (Henry De Ségogne, Jean Couzy: Les Alpinistes célèbres, 1956) e Gustav Lettenbauer (Vincenzo Dal Bianco, Civetta, la soglia dell’impossibile, 2000)

Un giorno d’estate del 1925 Emil Solleder, ventiseienne guida di Monaco, scende per la prima volta dal passo Pordoi lungo la valle del Cordevole. Pochi giorni prima, con Fritz Wiessner, il bavarese, ha completato la via Hans Dülfer sulla parete nord della Furchetta.
Ora va in esplorazione più a sud, verso una montagna e una parete straordinaria.

«Sapevo che laggiù nel sud si alzava un erto castello di roccia, la Civetta. Non l’avevo mai vista, ma ne avevo spesso udito parlare. Una muraglia smisurata, scariche di pietre terribili, molto ghiaccio, una schiera di celebri alpinisti l’aveva tentata invano».

Solleder s’incammina nella nebbia, poi il sole perfora le nuvole ed emerge nella bruma una montagna superba che lo lascia senza fiato. E’ uno spettacolo reale? Mai vista nelle Alpi una parete come questa. Il resto è nei libri di storia.
Il 9 agosto del 1925 Emil Solleder e Gustav Lettenbauer si strinsero la mano sulla cima, quando la luna piena sbuca dalle nebbie iniziano la discesa verso il fondovalle e la fama. Per la storia dell’alpinismo il sesto grado nasce con quella salita.

La prima invernale – 4-7 marzo 1963

Il 7 marzo 1963 sei uomini, divisi in due cordate, a poche ore di distanza fra loro, raggiungevano la cima della Civetta per la prima volta per la parete nord, seguendo la celebre via Solleder-Lattenbauer, in inverno. Per uno di questi sei uomini, tuttavia, vincere la parete aveva un significato che andava al di là del puro cimento alpinistico.

Il 15 agosto 1959, Roberto Sorgato era stato colto da una violentissima bufera, che lo aveva costretto ad un terribile bivacco nella parte superiore della parete. La pioggia, dapprima, e il gelo poi, avevano stroncato il suo valentissimo compagno Gianfranco Gech De Biasi. Sorgato era riuscito a portarlo fino in vetta, negli ultimi tratti issandolo di peso, sempre in mezzo alla bufera. Ma, sulla vetta, il cuore di Gech aveva ceduto.
Da allora Sorgato aveva pensato a questa scalata invernale, che egli e il suo sfortunato compagno avevano per primi progettato, come a un rito doveroso, a un voto, il cui assolvimento avrebbe potuto, esso solo, lenire la ferita di quella tragica esperienza. Questo pensiero lo aveva accompagnato sulla cima Ovest, sulla Cima Su Alto, in tutte le sue più o meno fortunate, ma sempre audacissime imprese. Ed ora, al momento della partenza, ancora la sfortuna, che sembra precludergli la vittoria tanto sognata.
E’ necessario conoscere questi precedenti per comprendere lo stato d’animo del protagonista e il prodigioso sforzo di volontà, che gli ha permesso di riprendersi, contro ogni previsione, e di fare anch’egli la “sua” epica scalata, sulla smisurata “parete delle pareti”.

I sei protagonisti della prima invernale alla Solleder, da sx: Tony Hiebeler, Giorgio Redaelli, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato, Marcello Bonafede e seduto Natalino Menegus (© Archivio Giorgio Redaelli/ MOdiSCA)

I sei protagonisti della prima invernale alla Solleder, da sx: Toni Hiebeler, Giorgio Redaelli, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato, Marcello Bonafede e seduto Natalino Menegus (© Archivio Giorgio Redaelli/ MOdiSCA)

«In inverno è un’impresa impossibile, dicevano, ed anch’io l’avevo giudicata tale, ma per me, ormai, quella immensa muraglia rocciosa era come una dolorosa barriera eretta fra la realtà e il sogno, il tormento di una realtà sofferta e l’esaltazione  di un sogno, improvvisamente divenuto dramma… E sopra tutto ciò un nome, un nome caro…
Avevo pensato a tutto, previsto tutto, organizzato tutto con decisione freddamente calcolata e Toni Hiebeler, con la sua incomparabile esperienza, aveva maturato la mia caparbia determinazione e aveva accolto con entusiasmo la proposta di formare un’unica cordata con Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli. Ora, tutti insieme, dal rifugio Tissi, avevamo preparato il primo tratto della salita e portato il materiale sino alla grotta di attacco. Eravamo ormai pronti. Tutto mi sembrava troppo bello e troppo facile, perché potesse continuare così.

Quando, al ritorno da una delle uscite di preparazione, sentii le mie gambe tremare sugli sci e il corpo diventare debole, fiacco e pesante, compresi che la mia volontà avrebbe dovuto lottare ancora, prima che con la parete, con il mio stesso corpo. Una banale tonsillite e una stupida febbre. Tanto basta a far svanire d’un tratto un magnifico sogno!
Pregai gli amici di andare pure senza di me, approfittando del tempo che, ormai da troppi giorni si era mantenuto favorevole. E quando riuscii a superare la riluttanza di Toni e degli altri amici a lasciarmi, sentii che l’antica ferita si faceva ancora più bruciante e che per me la parete Nord della Civetta era il simbolo stesso della montagna.

Il giorno seguente, 1° marzo 1963, seguendo il consiglio del medico, scesi a valle con la teleferica che collega il rifugio Tissi ad Alleghe e di lì tornai a Belluno, a casa, a letto. Fu per me come un addio definitivo. Mi sentivo ferito e deluso, tradito da quella stessa montagna, da quella parete che ora mi appariva veramente come una barriera invalicabile.
Stranamente, dopo due giorni, la febbre diminuì e sentii crescere prepotente, sordo e rabbioso in me l’antico richiamo. Decisi di ritentare. Ma con chi? Da solo sarebbe stato una pazzia e, d’altronde, trovare buoni compagni in brevissimo tempo mi appariva poco meno che impossibile. Ma, almeno per una volta, la sorte mi fu benigna. Avevo conosciuto al Tissi due giovani di San Vito di Cadore che ora, probabilmente, avevano abbandonato il progetto di aprire una nuova via sulla Cima Su Alto. Bastò una telefonata e Natalino Menegus e Marcello Bonafede mi raggiunsero il giorno seguente a Belluno.

Il 4 marzo 1963, alle ore 4 del mattino, con il nostro equipaggiamento piuttosto sommario, giungiamo al culmine dello zoccolo iniziale dove, con la fessura obliqua, comincia la vera e propria arrampicata. Al termine del primo giorno, stabiliamo il bivacco sotto il camino bloccato, lo stesso della cordata di Piussi e compagni, che da quattro giorni ci precede.
La brezza pungente del mattino ci risveglia. Il cielo è terso, trasparente, l’aria limpida, stimolante. Con queste condizioni si arrampica fino a mezzanotte, la via è tracciata, gli appigli puliti da Piussi e compagni, non c’è pericolo di sbagliare; e dentro, sempre quel matto desiderio di raggiungerli e superarli. Poi, man mano che salivo, questa scoria di debolezza umana perdeva sempre più consistenza e questo senso di competizione che mi aveva preso alla partenza perdeva ogni sua forza.

Al pallido chiarore della luna, continuiamo a salire su ripidissimi scivoli di neve, che colano giù dal ghiacciaio. Tutto è ora diventato favoloso, irreale, magico. Sembra che la stessa neve emani questa luce diffusa, fosforescente, che attenua i contrasti delle ombre e sente stranamente viva questa montagna così singolare, questa montagna che conosco così bene che adesso, come per un artifizio dell’ora, sento nuova, vergine, inviolata.
Fu così che arrivammo, a mezzanotte, all’ultimo bivacco, dentro la grotta dove gli amici, che stavano dormendo poco più sopra di noi, avevano fatto il loro 6° bivacco. Basterà partire presto e li raggiungiamo prima della vetta».

Ma proprio quando li ha ormai raggiunti, qualcosa improvvisamente cambia nell’animo di Roberto, si rende conto che quell’inseguimento non ha più alcun senso, e invece di partire all’alba aspetta fino alle 11 prima di lasciare la grotta e il bivacco.

«Risvegliati dal rumore di un elicottero e da due piccoli aerei che compiono evoluzioni intorno alla vetta, deduciamo che Piussi, Hiebeler e Redaelli debbano aver raggiunto la cima.
Proseguiamo senza interruzioni e senza soste, decisi che questa dovrà essere l’ultima fatica. La cima è a non più di un centinaio di metri, ma l’oscurità ci sorprende ben presto. Sarà ancora una volta, la pallida luce della luna a guidarci benignamente verso la vetta, che raggiungiamo alle ore 20 del 7 marzo 1963.
Il ricordo più bello di quell’impresa lo ebbi sulla via del ritorno; poco prima di arrivare a Listolade, vidi venirci incontro un individuo, finalmente avvicinandosi riuscii a riconoscerlo: era Ignazio Piussi, senza parlare mi abbracciò e qualcuno scattò una fotografia che io conservo, perché in quella foto sfocata e mossa si vede e si capisce la spontaneità di quell’abbraccio, e non dicemmo nulla».

Da quel momento l’amicizia tra Ignazio e Roberto diventa qualcosa di grande e profondo, un sentimento che li accompagnerà per tutta la vita. Saliranno insieme molte vie e tenteranno più volte di scalare la parete nord dell’Eiger, arrivando anche molto in alto, ma venendo sempre respinti dal cattivo tempo.

Marco Anghileri nel bivacco xx giorno

Marco Anghileri nell’ultimo bivacco poco sopra la cascata (17 gennaio 2000)

La prima invernale in solitaria – 14-18 gennaio 2000

La sera del 16 gennaio 2000, verso le ore 19, suonò il telefono di Vincenzo Dal Bianco:
— Ciao, ésto ti Titi? Són el Bepi da Falcade.
— Sasto che ghe ne un che rampeghéa su per la Solleder?
— No… ma élo da sól?
— Sì, ’l é sol, l’é Marco, Marco Anghileri, chél bocia de Lecco, fiól de me amigo Aldo.

Alle ore 17.40 del 18 gennaio 2000, dopo 5 giorni e 4 bivacchi, Marco Anghileri raggiunge in solitaria la cima della parete Nord-Ovest della Civetta per la via Solleder-Lettenbaur.

«Credo che, ad essere soli in questo selvaggio paesaggio roccioso, si verrebbe presi dalla disperazione» (Toni Hiebeler)

Video: Breve storia della via Solleder-Lattenbauer, di Paolo Sibillon, realizzato da Robertro Soramaè, voce di Loris Santomaso (estate 2009, Racconti in Valle di S. Lucano). Il video è pubblicato in versione ridotta, per proiezioni della versione integrale contattare Roberto Soramaè.

Foto gallery: archivio di Gabriele Arrigoni, archivio Giorgio Redaelli/MOdiSCA

Si ringrazia per la gentile collaborazione: Gabriele Arrigoni, Loris Santomaso, Mirco Gasparetto, Marco Anghileri, Roberto Soramaè.

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9 commento/i dai lettori

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  1. Pingback: E l’alpinismo entrò dalla finestra | racconta e discute di montagna e alpinismo 17 Feb, 2015

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  2. Pingback: E l’alpinismo entrò dalla finestra | racconta e discute di montagna e alpinismo 22 Ago, 2014

    […] sono una ricorrenza importante e la redazione di altitudini.it ne ha tratto un bell’articolo commemorativo dell’evento alpinistico. Anche l’ex ragazzo lo legge e lo apprezza alla luce della sua […] http://altitudini.it/e-lalpinismo-entro-dalla-finestra/

  3. Massimo Bursi
    Massimo Bursi il16 gennaio 2014

    Ciao a tutti, vi giro (in inglese) la testimonianza che ho raccolto via mail del figlio di Lettenbauer che ho rintracciato dopo un po’ di tempo… mi sembra interessante.

    Dear Signore Bursi ,
    sorry for the delay with answering your questions!
    My father finished climbing in the year 1929 when he married and I was born.
    My father was very disappointed about the behavior of Solleder, who used the
    successful climbing in the Civetta for his personal advantage especially for his
    plan to become a professional guide. In our family and with friends the theme
    Solleder was not often discussed , because it was for my father a reason for
    anger.
    Sincerely yours
    Dr. G. Lettenbauer

  4. Massimo Bursi
    Massimo Bursi il20 aprile 2013

    Grazie Marco delle tue informazioni preziose.
    Chiedevo delle soste non perché sia un problema attrezzarle ma per capire se si riesce ad uscire in giornata o se bisogna preventivare il bivacco: ovviamente dipende dalla velocità della cordata.
    È chiaro che è una via scaltra per vecchie volpi ma non pensavo che fosse più complicata del Philipp…
    Comunque il tuo post ha acceso ancora di più il mio interesse verso il primo sesto grado.
    Per te Marco ti segnalo questa raccolta di salite da fare in concatenamento : il primo ottavo delle Alpi (mephisto o messner al sass de la crusc) il primo settimo (fessura pumprisse) il primo sesto (Solleder al civetta).
    Ciao massimo

    • marco anghileri il22 aprile 2013

      no, non credo sia attrezzare le soste che fa bivaccare in Solleder! Certo son tante soste da fare se si fanno tutti i tiri e non si va di conserva, e se non si è veloci ad attrezzarle almeno un’ora abbondante la si sciupa…..ma da quel che posso vedere quando sono in giro ed incontro altra gente, vedo che una cordata che si muove bene in arrampicata è altrettanto efficace nei punti di sosta, mentre quelli che già nell’arrampicata non sono molto rapidi o disinvolti paradossalmente perdono anche il doppio del tempo nelle soste……semplicemente anche solo per fare il barcaiolo al ghiera, o stando lì a slacciarsi le scarpette prima di gridare al socio ok molla, o x bere e mangiare qualcosa prima di far partire il socio dalla sosta…tutte cose che si potrebbero tranquillamente fare mentre il socio è già partito!! 30 tiri, 30 soste, 3 minuti sciupati a sosta….90 minuti andati!!

      bè il leit-motiv dei primi gradi (VI° – VII° – VIII°) sarebbe anche bello…..ma forse il paletto/gioco del “tutto nelle 24 ore” a cui faccio fede nei concatenamenti non credo verrebbe mantenuto……volare da una parete all’altra non son ancora capace!!!

      comunque restando in tema concatenamento e tornando a tempistiche x Solleder, se può esserti utile come temine di paragone, quando feci il concatenamento Marmolada-Civetta-Agner, questi son stati i tempi: 2:40 Vinatzer/Messner – 2:15 Solleder – 3:25 Spigolo Agner….quindi la più veloce delle tre!

      Ciao Marco

      • Massimo Bursi
        Massimo Bursi il22 aprile 2013

        Marco è vero che se su una via di 30 tiri non ti muovi velocemente in arrampicata, soste e con un occhio sempre attento a non sbagliare itinerario non ti passa più. E’ l’insieme di quell’arrampicata in ambiente che fa la differenza fra ad esempio le vie a più tiri fra gli spit e la vecchia arrampicata dolomitica.
        Quanto alla “conserva” probabilmente è vero che se non si va di conserva sui tiri semplici forse non si è realmente pronti per questa via.
        Onestamente non so se sono pronto… ma mi piacerebbe farla, magari con mio figlio! Dipende da quanti metri riesco a mettere giù quest’estate
        ciao Massimo

  5. Ernesto Majoni
    Ernesto Majoni il11 aprile 2013

    Bell’articolo, che ricorda un fatto importante, e per certi aspetti commovente, dell’alpinismo italiano del Novecento. Bisognerebbe ringraziare ancora oggi i pochi rimasti vivi, per questa grande impresa. Speriamo non ne facciano una fiction come quella sul K2.
    Ernesto Majoni

  6. Massimo Bursi
    Massimo Bursi il11 aprile 2013

    Ma oggi la Solleder quante ripetizioni conta in un anno?
    È veramente marcia e friabile come si dice nelle palestre di arrampicata indoor fra i vecchi e residuati alpinisti?
    Ci sono le soste già chiodate?

    • marco anghileri il15 aprile 2013

      credo che la Solleder non veda più di 10 cordate all’anno, un pò perchè facilmente resta più sporca e bagnata rispetto ad altre, un pò perchè è davvero lontana alle tipologie di salite che piacciono al giorno d’oggi!
      palare di marcio e friabile direi esagerato…ma questo è un discorso molto soggettivo!!
      magari può essere considerata più complicata (ripeto complicata e non difficile) di altre classiche – esempio Philipp – che le stanno vicino, e sicuramente se si è preparati e/o abituati a muoversi con arrampicata che a me piace chiamare “scaltra” ci si diverte e si va bene, ma se ci si si ferma ogni poco a cercare la linea invece di salire a colpo d’occhio dove sembra buono, se si guarda sempre con attenzione cosa si prende e dove ci si appoggia, se si ha necessità d’avere ogni pochi metri un buon punto di rinvio, ecco, in questo caso può risultare davvero eterna!!
      chiodi di sosta se ne trovano…ma credo che per una cordata che va ad affrontare la Solleder attrezzare una sosta sia davvero l’ultimo dei problemi!
      Ciao Marco

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