Reportage

#50 QUANDO BRUCIA IL BOSCO

testo e foto di Davide Torri  / Bergamo

24/12/2020
8 min
Il Bando del BC20

Quando brucia il bosco

di Davide Torri

Quanto leggerete è stato scritto pochi mesi fa. Sembrano passati anni. Anzi, pare che non sia accaduto[1].

Proprio in questi giorni il Nytimes, tornato nelle Valli Bergamasche, getta un occhio tra i paesi dove  il bosco, a marzo, ha preso fuoco e quello che vede è sconcertante[2]. Gran parte degli alberi più antichi se ne sono andati e quelli rimasti non hanno forza di aspettare una nuova primavera.

Marzo 2020, Francesco lavora nei Servizi Sociali di un Ente Locale in una Valle Bergamasca, si occupa di una manciata di paesi nemmeno grandi che, davanti a montagne ancora più silenziose, oggi stanno pagando un elevato conto alla morte. Ancora difficile quantificarlo ché i numeri in televisione e sui giornali sono serviti solo a nascondere e a non far capire. Qua ci sono delle persone e giorni spesi nel trovare soluzioni e a non farsi sopraffare. Non dal virus ma dalla disumanità che lo ha accompagnato. Francesco non è un eroe, non ha fatto altro che essere sé stesso, credere nel suo lavoro e sentirsi parte della sua terra, delle sue montagne, dei suoi morti senza dignità. Di chi è la montagna? E’ sua. 

Ho raccolto un po’ del suo diario, solo qualche giorno ché di più sarebbe stato troppo doloroso, i nomi, compreso il suo, sono cambiati ma la storia è questa.

GIORNO UNO. DICIOTTO MARZO
In ufficio ci siamo io e l’assistente sociale che decido di spostare nell’ufficio adiacente per precauzione. Ho trovato delle mascherine in cotone idrorepellente, non c’è altro di meglio e quindi vanno bene così. Ne compro, quasi un miracolo, mille per circa settemila euro da una ditta di V.A. che produce mobili e tessili.

Da giorni l’urgenza più grande è rappresentata dagli anziani, isolati nelle loro case. Sono malati e nessuno, vicini compresi, li vuole avvicinare. Mi arrivano brutte notizie su una coppia di anziani che sta a R.: lei è a letto da giorni, non mangia, non riesce a raggiungere nemmeno il bagno e suo marito, cieco, non è in grado di far nulla. Abbiamo cercato di aiutarli, lei sta morendo, non arriverà a fine giornata. L’assessore di R. ed alcuni volontari mantengono i contatti chiamandoli dalla finestra.

Ancora un’altra storia comune quassù: lei 82 anni di Milano, in Valle perché è morto un fratello settimana scorsa in RSA adesso segue l’altro fratello di 89 anni che non sta bene. La febbre è passata da un giorno ma continua a respirare a fatica così da aver trascorso le ultime due notti su una sedia perché stava troppo male a sdraiarsi. Tre giorni prima avevo chiamato l’ambulanza che, dopo aver preso nota, non è mai arrivata. Il medico di base, contattato dopo qualche ora di inutili tentativi, non poteva uscire per visitarlo perché oberato di lavoro. Anche lui era in attesa di due ambulanze per altri suoi assistiti. Ho provato a chiamare la Guardia Medica a Z., presidiata al pomeriggio con medici militari, ma il telefono era sempre occupato. Ci siamo sentiti ieri mattina, fortunatamente il fratello era riuscito a sdraiarsi un po’ durante la notte e a riposare. Finché la febbre non torna si va avanti così.

La maggior parte dei pazienti ha sintomatologia compatibile con coronavirus, con tutto quello che poi ne consegue. Nuclei familiari che scompaiono in pochi giorni[3]. A livello psicologico è devastante per gli operatori e per i caregiver. Non so ancora per quanto tempo potremo resistere.

Ecco, il non mollare è una caratteristica comune dei montanari ma qua, in Valle, è veramente un tratto fondante nel quotidiano. Forza e debolezza nello stesso tempo. Resilienza ed incoscienza. Quasi che il non mollare possa essere una specie di santo, di viatico, uno scudo a cui attaccarsi anche quando la morte ti sta ridendo in faccia. Odio la prosopopea del non mollare ma oggi chiudo anche io così: non molliamo.

GIORNO DUE. DICIANNOVE MARZO
La mia giornata inizia alle 10 con una video-riunione dove definiamo i budget disponibili per realizzare quanto necessario. Mi viene il magone e non riesco a dire nulla perché mi rendo conto che non basta scrivere ciò che si deve fare se poi non ci sono i mezzi, e che non servono nemmeno i soldi se non ci sono le persone che fanno i servizi. Sto pensando alla coppia di anziani che stavano nella vecchia casa in pietra su a G.d.Z, una frazione alta di S.G.B. morti in mattinata. Sono morti in solitudine dopo una vita spesa per la banda del paese lui e per i tanti nipoti lei. Però mi passa, me lo faccio passare pensando alle parole di una mia ex collega che mi ha telefonato ieri: la sua voce e la sua comprensione mi hanno fatto desiderare un abbraccio forte di conforto. Mi viene un mezzo sorriso sghembo: un abbraccio, chissà quando?

Fatico ad avere un monitoraggio da parte dei medici: o sono anch’essi malati o comunque non sono più in grado di rispondere a tutti coloro che dovrebbero farsi prescrivere farmaci necessari per le altre patologie. Anche il servizio con i disabili è frammentato: molti di loro si spaventano nel vedere il loro educatore con guanti e mascherina e forse si crea più danno che beneficio.

Intanto a L. gira, senza controllo, un ragazzo psichiatrico che dovrebbe stare in quarantena perché il padre è risultato positivo. I parenti hanno chiamato i Carabinieri che hanno rimbalzato la cosa all’assistente sociale. Ma cosa potrà mai fare l’assistente sociale, una ragazzina quasi, con un omone di novantacinque chili totalmente scollegato dalla realtà? Anche i matti sono un problema: chi spiega loro che devono restare a casa. Poi, però, alla ricerca di un appiglio, mi dico che è l’unico in giro per il paese, tanto male non potrà fare, no?

Quasi mi dimenticavo: nel pomeriggio mi affaccio alla finestra e vedo il Sindaco che, con il tutone bianco, occhiali, mascherina e guanti, svuota i cassonetti. Eh, già anche il messo comunale è malato. L’ho rivalutato (ma continuerò a non votarlo).

GIORNO TRE. VENTI MARZO
Una mia collega, che lavora al piano di sopra, da parecchi giorni ha il padre malato, lei dice per infezione alle vie urinarie, io non credo alle coincidenze e soprattutto penso che, in questi giorni, se in casa hai un parente che sta male devi stare con lui. Fosse anche per farlo sentire meno solo. Va dicendo a tutti che il padre non ha il corona virus, c’è anche questa paura, quello dello stigma dell’essere malato. Lei però non indossa alcuna mascherina e scende pure al nostro piano: entra prima nel mio ufficio e poi in quello a fianco. Ci sarà rimasta meno di un minuto ma, porcatroia, perché devi scendere per dire una cosa, usa il telefono. Alla mia richiesta di mantenere la distanza di sicurezza mi manda a quel paese. Siamo tutti nervosi. Non so perché si debba nascondere il fatto di essere stati contagiati, non è una colpa di cui vergognarsi[4]. Qualche ora dopo vengo a sapere che il padre della collega è morto. Ecco ora chi avrà il coraggio di dire ciò che ho espresso qui senza passare per insensibile stronzo? Decido che nessuno di noi del sociale andrà più in ufficio fino alla fine dell’emergenza.

Qualcuno mi ha detto che le persone in queste situazioni mostrano il peggio di sé, per me semplicemente portano all’estremo ciò che sono mostrando la loro vera natura. Passo e chiudo un’altra giornata di merda e ricomincio a vivere nell’angoscia di essere stato contagiato.

GIORNO QUATTRO. VENTUNO MARZO
Da oggi siamo ufficialmente chiusi. Tutti a casa tranne i Servizi Sociali e la Protezione Civile considerati servizi essenziali. Siamo già quotidianamente in difficoltà nel lavoro normale figurarsi se, in questo periodo di emergenza gravissima, abbiamo sufficienti forze da mettere in campo. Tutto ciò ci tornerà indietro come un boomerang. Mi ritrovo a gestire casi di ogni tipo: telefonate di anziani che sono in fin di vita, mancanza di personale per somministrare flebo a domicilio, ricerche di un medico disponibile. Infermieri disperati, che non ce la fanno più ad accudire i malati, mi insultano al telefono. Per disperazione.

La strada è incredibilmente sgombra, nessun rallentamento o imbuto del traffico. Nessuna colonna di auto cariche di buste della spesa che salgono alle seconde case. Niente autobus di turisti della neve con i finestrini appannati. Il paesaggio fuori è tristissimo, incontro un camion e poi auto della protezione civile, carabinieri, ambulanze e stop. Fa uno strano effetto la desolazione che vedo. Mi ha ricordato una serie televisiva che vedevo da piccolo, credo si chiamasse I Sopravvissuti e raccontava le vicende di un gruppo di uomini scampati a non solo quale calamità che aveva ucciso la maggior parte dell’umanità. Si proprio manca l’umanità, penso che è meglio non uscire, se uscire vuol dire vedere il vuoto. Consegno ciò che devo e corro a casa, dove mi faccio subito una doccia talmente bollente da spellarsi le spalle.
La casa non mi era mai sembrata così sicura e accogliente come oggi.

GIORNO CINQUE. VENTIDUE MARZO
Dopo le mascherine ora l’emergenza è un’altra, ben peggiore: l’ossigeno. Manca a quanti si stanno curando a casa, nonostante gli sforzi di tutti. E sono in molti. Ognuno cerca di fare la sua parte: quelli che lo producono, i carabinieri che raccolgono le bombole vuote e i tanti che si affannano a trovare soluzioni per rendere la distribuzione più rapida possibile. Ma non funziona. Annegare è uno dei modi peggiori per morire e dicono sia questa la sensazione di chi si trova a guardare la propria bombola di ossigeno. Vuota.

Ogni cosa è una urgenza, ogni azione deve essere fatta velocemente, le soluzioni ai problemi vanno trovate subito e, presto, ci troveremo ad affrontare le dimissioni precoci di molti positivi: come organizzare il rientro a domicilio? chi li accompagnerà a casa? E a quelli che a casa non possono tornare ma nemmeno restare in ospedale, perché lì c’è bisogno di letti, cosa potremo offrire? Pensiamo a strutture lasciate vuote in Valle e alberghi che possano essere utilizzati come ricoveri post covid. Si, una cosa l’ho imparata da questo macello: non c’è fine all’emergenza e appena risolvi una situazione o, nella maggioranza dei casi ci metti una toppa, ecco che si presenta un nuovo scenario da affrontare. Una sfida continua per trovare soluzioni. E non è un gioco: non sono ancora riuscito a salire al livello superiore.

In tarda mattinata mi videocollego con gli Ambiti della Città e dell’altra Valle per definire il progetto sul gioco d’azzardo. È strano come Regione Lombardia si ricordi di certe scadenze anche in periodo di guerra. Ho fatto questa riflessione sul gioco d’azzardo: forse il progetto sarà inutile perché la quarantena forzata disintossicherà tutti i ludopatici, il più importante target a rischio ludopatia è rappresentato da uomini anziani. Un target in via di estinzione. Che macabra considerazione.

Leggo un po’ di pagine da Delitto e Castigo di Dostoevskij, chissà che che il mio spirito si elevi e (magari) anche la mia scrittura.

(…) lasciatevi andare alla vita, così, senza stare a ragionare, non preoccupatevi, vi trarrà dritto alla riva e vi metterà in piedi. Lo so che non mi credete ma, diamine, la vita vi trarrà in salvo.
Fedor Dostoevskij

_____
note:
1. A fine giugno di quest’anno ero su altre montagne, in Centro Italia, e qualcuno mi disse, mentre eravamo seduti davanti ad una grande parete di calcare, “ma… certo… voi lassù a Bergamo… non è tutto vero, no?”
2. www.nytimes.com/it/2020/12/06/world/europe/italia-bergamo-coronavirus.html
3. www.ecodibergamo.it/stories/premium/Cronaca/coronavirus-il-numero-reale-dei-decessiin-bergamasca-4500-in-un-mese_1347415_11/
4. www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/malattia-come-metafora

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Davide Torri

Davide Torri

Insegno a scuola (chi non sa fare nulla, insegna), ed insegno pure scienze motorie (e chi non sa insegnare, insegna ginnastica). Sarà per questo che sono obbligato alla curiosità. L'ho indirizzata verso le cose più visibili che ho davanti agli occhi: le montagne. E così mi sono accorto che, molto piccole, come formiche, sulle montagne ci stanno le persone. Forti e fragili.
Collaboro da anni con altitudini.it e pubblico lì sopra i miei racconti.


Il mio blog | Scrivo su altitudini.it da molto tempo. Mi piace starci perché, nonostante sia virtuale, è un luogo dove la concretezza delle persone e delle montagne è sempre lì: da toccare.
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