Reportage

#98 LO SPIRITO DEI MONTI DI VALBELLUNA

testo di Elisa Roldo, foto di Simone D'incà  / Limana (BL)

03/01/2021
7 min
Il Bando del BC20

Lo spirito dei monti di Valbelluna

di Elisa Roldo

La sveglia, di già. Credevo di aver appoggiato la testa sul cuscino un attimo fa.

Sono le quattro e mezza. Mi alzo a fatica e, ancora avvolta nel tepore dell’abbraccio di Morfeo, in quello che mi sembra un attimo mi ritrovo all’imbocco del sentiero. Il freddo pungente della mattina mi riporta subito alla realtà, è come uno schiaffo sul viso, una mano che mi strattona dal colletto fuori dal calore del letto dove la mia mente pigra era rimasta ben volentieri. Meglio iniziare a camminare subito. Ma il mondo ancora dorme, ho come la sensazione di poter vegliare sul sonno altrui da lì. Senza torcia, mi addentro nel bosco. Non vedo nulla, ma seguo il rumore ritmico dei passi veloci di mio zio. Ogni tanto un raggio di luna si infila come un contorsionista tra i rami degli alberi, illuminando il terreno per me. Una miriade di ragnatele mi si attacca al viso e su tutto il corpo, fanno il solletico. Non finiscono più. Significa che siamo i primi a rompere la magia della notte. Penso che a tanti farebbero ribrezzo, ma a me fanno sentire accolta. È quasi un peccato rompere un così grande lavoro con il proprio passaggio. Chissà quale insetto è autore di questo complesso intreccio. Chissà cosa succede nel bosco quando noi non siamo lì a osservare.

La Schiara
Alzo lo sguardo ed eccola, si erge all’infinito oltre la mia vista. Ho perso la concezione del tempo. Il sole sta sorgendo, sbuca dal mare di nuvole che protegge la città dormiente. Inizio a crogiolarmi nell’idea dell’imminente arrivo del suo tocco tiepido sulla pelle, in contrasto con l’apparente gelo di questa roccia. Infilo imbrago e caschetto, appoggio le mani sul primo appiglio della via ferrata e sento le farfalle nello stomaco. La Schiara, a tratti ispida e fredda, a tratti di una dolcezza disarmante. Il suo sguardo irresistibile lascia chiunque lo incroci senza fiato. Quanti si sono sentiti così prima di me al suo cospetto? Una montagna che sa sempre come sorprendere. Un po’ misteriosa, sembra nascondere qualcosa di importante. Sa accogliere con passione, ma non si fa domare, da nessuno. È con rispetto che risalgo i suoi pendii fino al punto più alto, prestando attenzione a ogni passo e a ogni appiglio, fino a quella cresta così delicata e insicura. Sento l’energia di una guerriera diffondersi in me dal terreno sotto i piedi, mi sento ricevente di un dono che non mi abbandonerà più.

Il Pizzocco
Oggi ho deciso di salire da sola. Ho bisogno di lasciar correre le gambe, voglio sentire ogni singola fibra muscolare sfrigolare come acqua fresca versata su un sasso rovente, voglio svuotarmi, alleggerirmi, ruggire. È passato qualche mese dall’ultima uscita in solitaria e già mi pare di averne perso l’abitudine. Un timido timore che dopo qualche falcata è ben che dimenticato. Supero qualche coppia che risale con calma e finalmente mi tuffo nel silenzio della solitudine. Basta l’odore del mugo a non farmi sentire più un’estranea in nessun luogo, ma qui c’è qualcosa che va oltre. Quando cerco libertà è proprio il Pizzocco il posto dove riesco a trovarla. Lo spirito libero, la montagna che dell’indipendenza fa la sua forza. A lei non interessa ciò che pensano gli altri. Da lassù sa respirare tutta la bellezza del mondo. Non cerca le cose, le vive, così arrivano da sé. Raggiungo la forcella e continuo, mi sento come un animale selvatico, mi sento un tutt’uno con l’ambiente che mi circonda. Lei brilla, splende di luce propria e così mi percepisco io quando mi siedo sulla cima e ascolto il battito del cuore che ritorna gradualmente nei ranghi, mentre la brezza mi scompiglia i capelli e li fa appiccicare disordinati al viso sudato. Stringo un sasso nel pugno e respiro con lei.

Il Serva
È tardi, accidenti a me. La cima imbiancata del Serva sbuca da una corpulenta nuvola che, mentre percorro la strada in macchina per raggiungere il sentiero, si alza rapidamente. È una gara tra me e lei, a chi arriverà prima in vetta. Primo premio, il panorama. So già che non ho grandi speranze di vittoria, ma amo le sfide impossibili. Inizio a camminare immersa nell’incertezza surreale del vapore acqueo. Risalgo nuotando tra i miei pensieri. Il grigio della nebbia assorbe ogni altra gradazione di colore, si mischia al marrone del terriccio umido e dei lunghi tronchi di pino, da cui escono minacciosi dei rami che assomigliano ad acuminate lance. Sbuco dal bosco e mi ritrovo avvolta dal bianco più assoluto. Mi fermo un attimo ad ascoltare quel suono che si sente solo quando si ha il privilegio di stare dentro a una nuvola. Ogni volta che risalgo il Serva, questo è il punto dove inizio a percepire la sua massa sotto di me. La percepisco come una presenza sicura, sempre tranquilla e pacata. D’altronde, è una montagna un po’ sorniona, con i piedi ben piantati a terra, che non farebbe male a una mosca e non perde mai la calma. Si sganascia vedendomi scivolare testardamente sulla sua prima neve, mentre affondo di continuo fino al ginocchio con le caviglie scoperte, e non posso che ridere anch’io. Ozio un po’ con lei sulla vetta e capisco che il panorama che sto cercando è diverso da quello che si coglie con gli occhi.

Il Pelf
Sta mattina fa più freddo del solito. La brina ha vestito la vegetazione di un bianco sfavillante, preparandola all’imminente sposalizio con l’inverno. Già dai primi passi, fiuto quell’odore di mistero misto a eccitazione che mi fa sentire particolarmente frizzante. Non so bene cosa sia, ma questo luogo mi affascina, forse proprio perché non riesco a comprenderlo a fondo. Seguo mio zio in un’ascesa che si prospetta una vera e propria ricerca di un tesoro perduto. Provo un timore reverenziale al cospetto di queste pareti che mi circondano mentre mi addentro con passo sicuro nel cuore della montagna. Gocce d’acqua scandiscono il tempo battendo sulla roccia, scivolano come il rigolo di sudore che si forma sulla mia tempia. A ogni svolta, accolgo con stupore un panorama nuovo, immagino di essere un rapace che si tuffa a capofitto nelle gole e nei dirupi e gode della leggerezza del vuoto. È quando resto indietro che percepisco l’anima del Pelf. Un sasso smosso da un camoscio rimbalza tra le rocce. All’arrestarsi dell’ultimo eco, resto sola con la montagna. Il mio ansimare sembra un boato. L’odore delle rocce umide nelle narici. Rimango immobile e trattengo il respiro, per ascoltare con ogni senso quella quiete che contiene tutti i suoni del mondo. Una montagna che medita, riflette, impara dalle creature che l’attraversano e dai fatti del mondo. Mi sento stringere in un abbraccio di commozione. Dev’essere questa la saggezza.

Il Peron
Sono nervosa. Ho un sacco di tensione da buttare fuori. Ma dove diavolo era la traccia per risalire, se proseguo ancora finisco in Pala Alta. Oggi mi perdo in un bicchier d’acqua. Ecco il sentiero. Che cima irritabile, insidiosa, scivolosa. Non me ne faccio nulla delle gambe allenate qui, devo avere occhi dappertutto. Se mi slitta un piede sul fango, sono sotto. Mai sottovalutare questi luoghi docili solo all’apparenza. Preferivo farmi una bella sfaticata su qualche pendenza come si deve. Oppure stare in compagnia e arrampicare con gli amici, invece che fare l’eremita sull’ennesima cresta. Le morderei queste rocce. Inspiro profondamente. Se sono finita sul Peron, un motivo sicuramente c’è. Mi interrogo sull’esistenza della casualità, ripenso a tutte le persone che ho conosciuto tra i sentieri, a ciò che mi ha dato ogni luogo, ogni voce. Sempre la cosa giusta al momento giusto. Sarà colpa di qualche stramba legge di attrazione quantica? Rifletto sulla verticalità come contrapposizione al pensiero orizzontale e monotono della pianura. Sembra così insignificante il brulichio là sotto. È questa montagna a parlare, non sono io. Si rischia di sentirsi superiori osservando il mondo a cavalcioni di queste vette. Una montagna dispettosa e viziata questa. La definirei quasi supponente. Sarà che deve difendersi dalla maestosità delle cime alle sue spalle. Mi calmo, capisco che le cose vanno accettate per quello che sono, che agitarsi e disperare non ha mai senso. Il segreto è godere di ciò che si ha, è una questione di approccio.

Il Visentin
Il fascio di luce della torcia illumina i due binari paralleli lasciati da mio zio. Una gamba dopo l’altra, faccio scivolare gli sci sulla sua traccia e mi concentro sullo strofinio prodotto dall’attrito delle pelli sulla neve, fino a che il movimento non risulta così naturale da diventare automatico. La neve è intarsiata con mille pietre preziose, le stesse che costellano il cielo buio della notte. Le sagome nere degli alberi risaltano maestose sul pallore invernale della montagna. Sono in mezzo al nulla. Un mondo latteo, dove arriva la luce, e il resto color carbone. L’oscurità non fa paura, è premurosa come questa montagna. Il Col Visentin è una madre affettuosa e protettiva. Il suo essere così accogliente, la rende spesso fin troppo affollata. Ma lei è sempre lì, pronta a insegnare, rassicurare, incoraggiare. Penso a qualche settimana fa, quando ne ho percorso le creste correndo, al sorgere del sole. Il netto confine tra giorno e notte che si spostava rapidamente sul terreno ghiacciato, come a inseguire ogni mio scivoloso passo. Schiena al mare e occhi alle vette più belle, sognando di riuscire a esplorarne ogni anfratto e ogni sporgenza. Ora sono su questa stessa cresta che tolgo le pelli agli sci e subito rifluisco a valle seguendo goffamente l’andamento sinuoso della montagna. Curvo una volta, curvo la seconda, cado nella neve polverosa. Mi rialzo. Con pazienza, lei asseconda i miei movimenti insicuri, affinché io possa sognare di arrivare sempre più in alto.

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Elisa Roldo

Elisa Roldo

Vivo a Belluno e passo il tempo con la montagna in ogni sua forma. Amo dare vita alle parole. Lavoro a Treviso, dove sono assegnista di ricerca in innovazione sociale per l'Università Ca' Foscari Venezia. Faccio parte del consiglio direttivo dell'Associazione Culturale Veses e collaboro con il TEDx Montebelluna.


Il mio blog | Ho divorato ogni pagina di Arcipelago Altitudini. Tra le righe ho ritrovato emozioni, sensazioni ed esperienze che sono anche le mie. Altitudini mi piace perché credo che raccontare la montagna tramite la letteratura sia un modo importante per ridarle quella voce che si è fin troppo affievolita.
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