Racconto

Alpinismo demodé

Nel racconto di Armin l'incontro con la montagna e l'alpinismo dal sapore antico, fuori moda. "E l'avventura finisce quando sei tu a non crederci più"

testo e foto di Armin Speranza  / Feltre (BL)

18/04/2018
7 min

La montagna è stata abbandonata, letteralmente abbandonata.
E’ questo ciò che vedo negli occhi di un anziano che osserva un giovane (e ne vede pochi) che sale la “sua” montagna, dove intuisco ha lasciato il cuore, perché in fondo fu quella stessa montagna che gli diede da mangiare nei magri giorni dell’ultima Grande Guerra.
Strappo a lui un sorriso, lo so, vedo nei suoi occhi la voglia di salire con me. “Ormai ho novant’anni e rotti e il medico dice che se salgo sopra i 900 metri potrei rimanerci”, mi dice senza nascondere l’orgoglio ferito di uno spirito ancora giovane in fondo, intrappolato in un vecchio corpo. Puntualmente ogni volta lo incontro e ogni volta mi svela qualcosa, qualche segreto sulla montagna. Me li rivela di volta in volta però, come a dire: “Se continuerai a salire quassù ti racconterò molte cose”.

Ora posso guardarmi intorno e vedo molto di più, le slitte cariche di legna che scendono a valle tra gli immensi prati che una volta dominavano i monti, li vedo i montanari mentre tagliano le magre loppe d’erba sulle ripide pale. “Quanta gente è morta su quei prati, a quei tempi non vi erano alberi, erano stati tagliati tutti, così non avevano nulla che potesse fermarli nella caduta. E per cosa morivano? Per un po’ d’erba!”. Questo me lo raccontò un altro anziano che incontrai in Valle di San Martino, riferendosi ai prati del San Mauro sul versante ovest. Mi disse anche un’altra cosa: “A quei tempi la vita era dura, ma semplice, la Valle era un bellissimo giardino molto curato, ognuno aveva il suo pezzo di terra e seppur fossero magri raccolti la gente si aiutava, eravamo uniti, oggi invece, ognuno pensa al suo… Era forse meglio un tempo?”

Ho provato la solitudine, la paura vera, ho pianto di gioia

Iniziai a sentire queste storie nei miei lunghi giri di questo inverno, quando decisi di esplorare le montagne di casa. Niente macchina, tranne quando raramente trovavo un amico disposto a faticare su per le Vette con me. Così quando ero solo salivo in bici e da Feltre su fino al paese di Vignui o Arson o Lamen, punti di accesso alle montagne. Ho perso il conto dei giri che ho fatto, ma i ricordi sono limpidi nella mia mente, si sono uniti in un’unica grande avventura di ricerca e riscoperta. Riscoperta della storia feltrina, incisa sui monti, ricerca di me, in luoghi ove ho le mie radici. Luoghi ove posso pensare tra il tambureggiare del picchio, tra i fischi nasali del camoscio. Luoghi dove trovo me, nelle difficoltà, nelle fatiche e nella bellezza di un’alba invernale che incendia i grigi e tenaci calcari delle Vette.

Ho provato la solitudine, la paura vera, ho pianto di gioia, ho imprecato e urlato ma mai ho odiato, mai. Non si può odiare la natura, per quanto essa possa essere aspra, dura e ostile. Quale grande maestra risiede nello spirito dei monti, maestra silenziosa, maestra della libertà più pura.
Ricordo quella volta in cui tra la neve molle e rocce marce scivolai e mi ritrovai ad un passo da un dirupo. Ricordo perfettamente la solitudine immensa che provai, ricordo l’urlo che cacciai piantando la picca sulla terra, tirandomi su e con la coda tra le gambe mi ritirai verso casa. Quel giorno imparai l’umiltà.
Ricordo anche la gioia che provai dopo una bella scalata sulla cima est del San Mauro, la roccia era buona, gli appigli non mancavano e salii, libero come il vento fino a quel cocuzzolo che era la cima. Oppure sulla cresta sud ovest del San Mauro, un’idea nata dall’immaginazione nel vedere quella logica linea che porta alla cima tra sottili creste, cenge e rocce, che quasi realizzai se non fosse stato per un improvviso e brusco temporale che, ad un centinaio di metri dalla vetta, mi costrinse a scendere.
Ricordo il camoscio che mi indicò la strada su quella cresta, passando laddove non sarei forse passato se non avessi visto quella bestia farlo. Allora mi dissi, se lo fa un camoscio lo posso fare anche io. Ricordo i momenti di paura in cui mi sedetti sul filo della cresta a riflettere su che cosa realmente volevo. Ed io volevo null’altro che una bella scalata accompagnata dal vento.

Un’eredità che mi lasciò mio padre 

Volevo, voglio e continuerò a voler scalare libero, dove mi porta l’immaginazione. Voglio continuare ad assaporare il senso di libertà che ho provato sulle crode. Un’eredità che mi lasciò mio padre che per primo, quando ero ancora un bimbo, mi portò sulle montagne. Mi insegnò ad osservare, ascoltare, a parlare con la montagna, a ringraziarla e a rispettarla prima che a scalarla. Ed ora con qualche cordino, qualche chiodo da roccia, ma soprattutto con la testa e la pazienza mi approccio ad un mondo antico quanto la Terra, verso la quale nutro il più grande rispetto. E la più grande lezione che ogni volta porto a casa è il rispetto della Terra, perché quella che calpestiamo nei relegati Parchi è la stessa che tanto deturpiamo, sporchiamo, distruggiamo nelle città.

Ricordo i momenti di paura in cui mi sedetti sul filo della cresta a riflettere su che cosa realmente volevo

L’avventura finisce quando sei tu a non crederci più

Il San Mauro è ed è stata una montagna con la quale mi sono spesso confrontato durante lo scorso inverno. Non ha nulla di speciale, niente di meglio rispetto a molte altre cime. Sarà forse perché è tra quelle più vicine a casa ed offre quattro versanti ben delineati, ognuno con le proprie caratteristiche. Ad esempio sul versante nord, silenzioso, freddo, aspro e totalmente selvaggio, avevo qualche progetto che non ho realizzato per vari motivi, ma soprattutto perché era troppo per me, da solo. Forse il prossimo inverno sarò pronto.

Ma non voglio soffermarmi su questo, piuttosto vorrei cogliere l’occasione per dire a tutti coloro che credono l’avventura sia una cosa non più attuale, non più possibile, che si sbagliano.
L’avventura finisce quando sei tu a non crederci più. Forse è più comodo non crederci che mettersi uno zaino in spalla e partire soli, lasciare ogni comodità, spogliarsi di tutte le illusorie sicurezze che ci accompagnano nella banale piattezza delle città, invece di inseguire il nostro progetto con l’immensità della montagna.
Certo se si frequentano i classici posti con sentieri battuti, indicazioni, gente che spesso non ha molto a che vedere con le montagne, lì non troveremo avventura ma un prodotto turistico finalizzato a fare soldi, tracciando strade, sentieri, vie ferrate e ahimè vie alpinistiche spittate ogni tre metri in barba all’etica degli apritori. Però grazie al fatto che molti disdegnano l’avventura vera, molti, moltissimi luoghi rimangono là, incantati nel tempo e nella natura delle cose. Ed è proprio in questi luoghi che troveremo l’avventura. Succederà di aver paura, di sentirsi enormemente fragili, di rischiare, di perdersi, di farsi male… Ma è proprio questa l’avventura. Sennò si chiama turismo, con i suoi innegabili vantaggi e con i suoi imprescindibili difetti. Invece di guardare dentro ad un o schermo, guardate fuori, osservate le montagne.

Un misero cocuzzolo dove a malapena potevo stare in piedi

Da sempre credo di essere legato alla montagna da un filo tanto invisibile quanto robusto. Quale grande maestra ho trovato in questo inerme ammasso di rocce. Non saprei dire quali strade avrei potuto intraprendere se non avessi deciso di dare tutto me stesso nell’andare per monti. Di sicuro strade meno rette della via che la montagna mi ha silenziosamente indicato.

Voglio ricordare un fatto personale che effettivamente ha dato inizio al mio alpinismo.
Era la fine dello scorso autunno, la prima neve era caduta e solo le crode più alte ne erano imbiancate. Decisi, dopo un giro di ricognizione sul Monte Grave, di salire sul vicino Monte San Mauro per la prima volta. Ricordo che lo osservai con grande riverenza, ero un po’ spaventato. Così la mattina seguente, ancora immerso nel buio, salii all’eremo del monte. Ora è una chiesetta ma per me rimane il luogo ove l’eremita Mauro, molto tempo addietro, decise di stabilirsi.
Un’ alba grandiosa colorò di rosa tutta la montagna, incontrai altre tre persone ma non avevo voglia di parlare con nessuno, tanto ero preso da un intimo dialogo iniziato il giorno prima con la montagna.
In breve giunsi in prossimità delle cime che compongono la sommità di questa montagna. La cima est mi rapì, un centinaio di metri sopra di me. Facili rocce, una stretta cengia dove trovai un vecchio cordino, strapiombi impressionanti sulla Val Canzoi. Ma non guardai in basso, volevo avvicinarmi al cielo e così altre rocce, ancora una stretta cresta e arrivai in cima. Un misero cocuzzolo dove a malapena potevo stare in piedi. Gioia e soddisfazioni incredibili. L’inizio di una grande passione, sopita negli anni ma mai scomparsa.

Succederà di aver paura, di sentirsi enormemente fragili, di rischiare, di perdersi.
Ma è proprio questa l’avventura.
Armin Speranza

Armin Speranza

Vivo a Feltre da dove parto per girare le montagne, ho studiato fotografia a Padova, lavoro con quello che trovo ma il mio sogno sarebbe vivere di montagna e fotografia. All’età di 15 anni ho iniziato ad arrampicare, su roccia e talvolta anche su ghiaccio, ho sempre girato le montagne ma solo a 23 anni ho iniziato ad andarci da solo e ad avventurarmi dove voglio io.


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