La montagna senza la morte

di Federico Balzan (Belluno) – 2° e 3° classificatao

«Nube lenticolare!»
Aljaž lancia le sue parole con un grido nella chiara aria settembrina.

Dall’altro capo della corda rossa, più su, mezzo sbilenco nel camino di roccia dove sto cercando di issarmi sbuffando, dedico una parte del mio cervello a decodificare il suo tono, per capire se si tratti di allarme, o stupore, o altro. Poi, arrendendomi, chiedo seccato maggiori lumi al mio compagno.
«E quindi?» sbraito verso il basso.
«Porta temporale, vediamo di sbrigarci» risponde asciutto.
Incasso la sua superiorità in fatto di meteorologia e proseguo mirando con l’occhio al canalone Findenegg, sotto il quale c’è la cengia della salvezza. La corda si consuma allontanandosi dall’ombelico della sosta, un friend traballante pochi metri sotto a dare l’illusione della sicurezza.
Tasto con i polpastrelli il calcare vecchissimo, toccando con voluttà la mia amante domenicale. Posiziono le dita e faccio affidamento sulla roccia, sento il ruvido che gratta la mia pelle. Ogni appoggio dei miei piedi sono migliaia d’anni di sedimenti stratificati, preparati con pazienza affinché io potessi goderne.
In alto troneggia il Montasio, ammantato, appunto, in una regale ed elegante nube lenticolare. Attende.
Il mio amico lo chiama Montaž, ché questa è terra bilingue di confine. Un italiano e uno sloveno in questo momento si dividono le emozioni sulla grande montagna.

Una precedenza mancata, una reazione scomposta, una striscia di gomma bruciata, poi il buio. Sulla piccola strada comunale di campagna, riversa sull’asfalto, una motocicletta è aggrovigliata sotto un fuoristrada. Ancora più sotto, Aljaž. Immobile.
Attorno a lui, per alcuni interminabili secondi, solo il lento movimento del sommacco dondolato dal vento e il sommesso ronzare degli insetti, come sempre indifferenti a tutto.
Poi il conducente del fuoristrada, illeso, si scuote dallo sgomento. Ed è un turbine di ambulanze, corse all’ospedale, notizie che si susseguono.
Quando tutti vanno via, una scarpa rimane sul ciglio della strada, nessuno l’ha notata.

«Molla tutto! Recupero!»
Saliamo in fretta, le difficoltà diminuiscono. Butto l’occhio in basso sul rassicurante e verde altopiano del Montasio, che è pronto ad accoglierci in grembo quando, come tutti gli alpinisti, come tutti nella vita, torneremo giù.
Guardo Aljaž che sale tra il tintinnio della ferraglia recuperata disordinatamente, un sorriso quando mi raggiunge in sosta. Siamo assieme su una montagna, perfetti e fortunati nei nostri trent’anni. Due donne giovani, intelligenti e splendide sono a casa ad aspettarci.
«Dov’è il tuo temporale?» butto lì, beffardo, al mio compagno. Dalla nostra posizione, l’azzurro sembra aver ripreso vigore e spazzato i nembi che si avviluppavano alle creste aggettanti.
«Nel 1986 un anafronte al Cervino ha fatto abbassare la temperatura di quindici gradi in mezz’ora» ribatte, enciclopedico e colto.
Butto l’occhio in giro, svagato, tra i vecchissimi pilastri chiari della montagna.
«Certo che queste crode sembrano le mie Dolomiti, no?» svicolo.
«…seguito da un temporale devastante. E comunque le Giulie sono più belle» aggiunge e punzecchia.
Riprendiamo a salire, siamo calmi e sornioni. Ancora un po’ di sfasciumi e usciremo dalla via. La vetta è lì, ancora pochi metri e ci sarà il solito rituale: l’abbraccio, la firma, il materiale da dividere, la fotografia di due sorrisi ebeti ma sinceri.

Una stanza di ospedale in città, lui che è in coma da ormai due mesi. Mi avvicino, inadeguato, a macchinari con piccole luci e tubicini, tra tenui bip che non so interpretare. Chiudo gli occhi e mi aggrappo a ciò che ho portato con me, una speranza: la possibilità che lui si possa risvegliare anche grazie alle emozioni forti, alla musica, a un racconto.
E allora guardo il mio amico su quel letto, disteso all’insù, immobile, a parte un lieve respiro, come un pino mugo al sole, con un leggero vento a scuoterlo. È bello come un satiro, con quei capelli biondi. Da qui gli spigoli delle Alpi Giulie sono lontani un milione di chilometri.
Infine con voce rotta, sgraziata, attacco per lui il racconto di un’avventura che non abbiamo ancora vissuto. Ma che si farà, presto o tardi.
Forse l’anno prossimo, forse quello dopo. Forse quando saremo quarantenni. Però ci sarà un settembre dall’aria frizzante e tutto quello che ho immaginato inizierà così, ascoltami bene Aljaž, che adesso inizio.
«Nube lenticolare!»…

Redazione altitudini.it autore del post

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17 commento/i dai lettori

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  1. balzan piero il7 ottobre 2012

    sono orgoglioso di te nipote! Triste, toccante e purtroppo vero. nelle tue righe si sente l’affetto per l’amico e la passione per la montagna…..

  2. Luisa il5 ottobre 2012

    Bellissimo racconto con un finale inaspettato che mi ha suscitato forti emozioni.

  3. Giacomo il4 ottobre 2012

    Ogni volta che lo rileggo mi commuovo. Fa riflettere, nel racconto, la differenza tra la gioia della scalata, che ti fa immaginare un’avventura felice di due amici e la descrizione dell’incidente che ti scombina lo stato d’animo con cui hai affrontato la lettura. Significative le foto. Complimenti.

  4. carlo il3 ottobre 2012

    pensavo di aver letto qualche cosa (..) di montagna ma questo tuo mi ha lasciato con un groppo ( si dice ancora così?) in gola forse perchè non è solo montagna ma… vita. complimenti. continua!!

  5. Marco il1 ottobre 2012

    Un racconto eccellente così come la consecutio temporum, il gioco tra presente passato e futuro crea una suspance incredibile e contribuisce a plasmare una storia sapientemente narrata, coinvolgente ed emozionante, breve ed intensa come davvero pochi sanno sintetizzare così bene.
    Anche le fotografie contribuiscono a contestualizzare quasi misticamente la narrazione generando nel lettore emozioni forti e vere.
    A mio parere si tratta del miglior racconto.

  6. Tra tutti mi è piaciuto molto più di ogni altro. Come altri lettori, anch’io mi sono commosso. Non è facile parlare di montagna in questo modo. Mi augurerei di avere anch’io un amico così caritatevole come il narratore, tanto quanto mi auguro che una mia uscita in montagna non si concluda come il viaggio in moto di Aljaž: fammi finire subito buon Dio, subito. Anch’io a casa ho una donna più giovane di me, intelligente e bellissima che mi aspetta, non vorrei che le capitasse di passare anni nelle strette corsie di un ospedale, guardando attraverso la condensa alle finestre fino al termine dell’orario visite.
    Avete notato le didascalie delle foto? Che incredibili ed inaspettate metafore!

  7. Francesca il27 settembre 2012

    E’ un racconto o meglio una poesia triste e dolce al tempo stesso. Continuo a rileggerlo e mi commuovo. Complimenti per come hai saputo trasmettere emozioni così forti. Nulla di scontato o di banale. In bocca al lupo per la tua carriera letteraria.

  8. Alberto Piovesan il26 settembre 2012

    Voglio anch’io, se il concorso me lo consente, spendere il mio commento per questo post. Quando l’ho letto, appena uscito, ero all’università e mi sono dovuto trattenere perchè un’emozione forte mi stava attanagliando. Non ci sono parole adeguate per comprendere appieno ciò che hai vissuto, solamente un silenzio rispettoso.
    Hai colto l’occasione per raccontare un episodio forte, un episodio che mi ha fatto riflettere: per me la Montagna è ricerca di vita, il contrasto nelle tue frasi merita se non altro un plauso morale.
    Grazie Federico, voglio stringerti la mano il giorno della premiazione.

  9. gianni.gnb il26 settembre 2012

    E’ un racconto breve ma ricco di contenuti riflessivi e quel tanto di suspence che basta per arrivare alla fine con l’incertezza dell’epilogo. Lo trovo molto coinvolgente ed anche commovente per la delicatezza del ricordo. Complimenti a Federico che non conoscevo come scrittore …

  10. Lorenzo Filipaz
    Le Cavre - Lorenzo il25 settembre 2012

    Non so quale sia la tua professione caro Federico Balzan ma t’invito a considerare la carriera letteraria nel caso essa non rientri nelle tue attività precipue… questo post è da concorso letterario più che da blogger contest! Scritto magnificamente. Complimenti

    • Federico Balzan
      Federico il25 settembre 2012

      Grazie Lorenzo, complimenti anche a te per la vittoria e per la gustosa ironia che si assapora nel tuo post.
      Non sono uno scrittore, ma è stato bello per una volta, noi tutti, provare ad esserlo e divertirci. :-)
      Io ho parlato del Montasio, tu del Fuart: il vecchio Kugy ci ha evidentemente scrutati con benevolenza, da qualche parte.
      Ti incontrerò con piacere alla cerimonia di premiazione.

      • cavralorenz il7 ottobre 2012

        Riguardo a Kugy: è vero :-D …. Montasio e Fuart: eravamo quasi sulla stessa “cresta”! D’altronde si è sempre sulla stessa cresta quando si condivide l’amore per la montagna, sia che lo si manifesti sul versante più impegnativo dei terrazzini e delle pareti, sia che lo si professi su quello più turistico delle vie normali.
        Del tuo scritto ho apprezzato, oltre all’inventiva nell’intreccio, anche la competenza tecnica mostrata senza appesantire il racconto ma anzi rendendolo ancora più intrigante. Forse il tuo è un racconto di fantasia, forse è vita vera… preferisco non saperlo, a meno che tu non voglia di tua sponte sciogliere il riserbo in merito, dopo tutto anche la più ingegnosa finzione afferisce inevitabilmente alla vita vissuta, è solo una questione di dettagli.

  11. Luisa il25 settembre 2012

    commuovente. bravo frè

  12. tanja il25 settembre 2012

    dalla prima lettura in poi questo scritto ha sempre suscitato in me forti emozioni…

  13. barbara daffronto il25 settembre 2012

    tristissimo e dolce.

  14. Patrizia il25 settembre 2012

    Leggere il tuo racconto mi ha veramente commossa. Sei riuscito a trasformare la sofferenza in poesia.

  15. silvia il25 settembre 2012

    È toccante, meraviglioso.

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