Non sono un alpinista. Mi sono legato al capo di una corda, a volte.

Ho imparato a far sicura al compagno con il mezzo barcaiolo, a cercare l’equilibrio su piccoli appoggi di granito. Ho indossato i ramponi e impugnato una piccozza, piantato fittoni, incastrato friend e disceso pareti in doppia. Adoro il tintinnare dei rinvii appesi all’imbrago e il piacere dei piedi liberati dalle scarpette.
Da piccolo ogni albero era mio: tra i rami più alti mi nascondevo a leggere Topolino. L’inverno di città passava tra le promesse di una nuova incredibile estate. E a giugno, finita la scuola, partiva la caccia.
Boschi fitti da esplorare senza sentieri, il fiume dove pescare a mani nude, una cava di argilla che nascondeva fossili pliocenici.
Un gioco di magia e fantasia cui non serviva altro che il tempo, tanto tempo davanti a sé; e il sogno, e una voce selvatica da seguire.
La montagna è questo, e ancora qualcosa d’altro. E’ il bisogno atavico di allargare gli spazi e lo sguardo come quando si sale su un muro di cinta per scoprire “cosa c’e’di là”. E’ necessità di cogliere la propria piccola e fragile natura in un mondo di elementi primordiali che sovrasta, ascoltare nel silenzio antico della terra il battere fitto del cuore, il respiro ansimante della fatica.

Non ho mai desiderato la soddisfazione sportiva

del grado elevato, la resistenza coltivata con maniacale assiduità su plastica in serre ad aria condizionata. “Se hai quel fuoco che brucia dentro prima o poi, in qualche modo, verrà il momento di farlo uscire” mi ha detto un istruttore. Nei sogni di un ventenne quel fuoco ardeva calmo nella lettura appassionata di racconti d’ascensione e riviste di settore, con l’immagine proibita di una salita con bivacco della Aste-Susatti alla Punta Civetta.
Passati i quaranta la scintilla ancora non esausta mi ha spinto a frequentare un Corso di Alpinismo alla sezione cittadina del CAI, con più di un valido motivo per mettermi alla prova: apprendere le manovre per muovermi in sicurezza, ok, ritagliare occasioni per andare in montagna con esperti, anche questo.
Soprattutto volevo provare a vivere gli elementi, roccia che taglia i polpastrelli, neve e ghiaccio, freddo cane e vento, sole che brucia la gola e l’esposizione, il fare i conti con le proprie forze, con le paure. Tutto ciò che avevo letto in decine di libri di montagna. Ho guardato agli alpinisti in modo nuovo, toccando la roccia di vie percorse all’alba dell’esplorazione dei monti. Il gioco e il suo terreno di caccia.

Antiche tracce

Antiche tracce

Agosto. Saliamo al rifugio Palmieri

con un gruppo di famiglie e tanti bambini. Dalla strada del Giau la Croda da Lago si nasconde alla vista per ricomparire solo dopo il primo tratto di salita nel bosco di larici, oltrepassato un belvedere che svela la conca di Cortina e lascia intuire in lontananza, da una prospettiva insolita, il profilo magico delle Tre Cime.
Indaffaratissimo il gestore vola tra un boccale di birra e porzioni di strudel, dentro e fuori il rifugio la folla è da domenica in piazza o vacanze di Natale sulle piste da sci, anche attorno al lago gruppi di gitanti affollano ogni ombra (chissà perché il sole fa così paura). Non siamo da meno.
Mentre scaviamo negli zaini in cerca del cibo i bambini costruiscono capanne di rami e piccoli bivacchi di fortuna. Il gioco avventura scaturisce da ogni loro sguardo, si nutre di rocce ed alberi, pesci e foglie, nuvole in cielo e lontane torri di calcare. Alle prime gocce di una pioggia indecisa ci separiamo. Molti tornano per la via dell’andata, noi decidiamo di proseguire fino alla Forcella. Il sentiero si alza dolcemente a mezza costa, lasciandosi alle spalle il vociare della gente e il senso del tempo costretto negli orologi. Gli sguardi si fanno larghi, i pensieri randagi.

Gli sguardi si allargano

Gli sguardi si allargano

Alla Forcella un vento forte ci costringe

a una sosta al riparo, mio figlio di cinque anni improvvisa con un telo un mantello da viandante. Il Civetta da qui disorienta, non è più la grande bastionata austera che si vede da Alleghe. Il Pelmo si può toccare con la mano.
Saliamo, dopo un conciliabolo di pochi minuti, verso il Passo della Forcella Rossa, altro dislivello sulle gambe dei più piccoli, un sentiero ignoto. I minuti diventano ore ma il gioco è stato lanciato, si va avanti. Nella montagna, nel profondo del suo mistero.

Segni di un mondo perduto

Segni di un mondo perduto

Genziane e stelle alpine riempiono i prati

che presto si trasformano in ghiaioni ripidi, striature di roccia ferrosa giustificano il toponimo. I bambini salgono con un ardore nuovo, la loro fame di avventura è ripagata con un richiamo che rompe il silenzio totale del luogo: “Camosci”. Sono in cinque, ci guardano da lontano, indisturbati pascolano tra le rocce.
La discesa è quasi una corsa, prima tra grandi massi staccatisi dalle pareti chissà quanti millenni fa, poi tra i mughi fittissimi e contorti, infine nel fitto di un bosco di fiaba. La Croda da Lago ci ha concesso per un pomeriggio il privilegio di assistere a un mondo perduto. Oltre la montagna.
Siamo a cena, minestra scotta, pane e ciccioli. Niente di più buono. Non sono un alpinista ma andrò in montagna fino a quando la fiamma del gioco perduto continuerà a bruciare in me.

Alessandro Carletti autore del post

Alessandro Carletti | Sono nato a Parma, dove lavoro e vivo con la mia famiglia. Ho una laurea in Biologia e un dottorato di ricerca in Ecologia che tra tutte le discipline delle scienze naturali è a mio parere la più narrativa. Mi piace anche scrivere, infatti. Non sono un alpinista. Forse.

4 commento/i dai lettori

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  1. gaetano soriani il10 settembre 2013

    Bellissimo racconto, di grande semplicicità e genuinità che mi ha riportato indietro nel tempo quando anch’io ho provato le stesse sensazioni con l’approccio alla montagna.
    Complimenti!

  2. Giorgio Scabazzi il8 settembre 2013

    Grazie, sono sensazioni che spesso si dimenticano, ma sono quelle sensazioni che riemergono quando ti trovi davanti ai problemi di tutti i giorni e subentra la stanchezza, allora mi dico, dai affronta la vita come una grande avventura e scopri, le piccole cose che la fanno bella, come se fossero i fiori, i cristalli o i camosci, che ti danno nuova forza per continuare la salita e vai a vedere cosa c’è dietro la curva del sentiero o al di là di uno spigolo in arrampicata.

  3. Riccardo Pucher Prencis il6 settembre 2013

    bella rappresentazione delle sensazioni … devo dire mi sono anche un po’ commosso. grazie.

  4. maria antonietta il5 settembre 2013

    Ho fatto anch’io questo giro partendo però dalle miniere del Giau, condivido in pieno le tue emozioni, non sono un’alpinista ma la montagna è sempre magica saluti

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