Saggio

Cinque libri per l’estate e per pensare #1

Immancabili come le sagre del patrono nelle sere calde dell’estate arrivano i consigli per la (buona) lettura da spendersi all’ombra di un faggio, aspettando il calare del sole dietro le ultime pietre.

testo e foto di Davide Torri  / Bergamo

16/06/2019
6 min

Immancabili come le sagre del patrono nelle sere calde dell’estate arrivano i consigli per la (buona) lettura da spendersi all’ombra di un faggio, davanti ad un tavolone di un rumoroso rifugio in montagna, aspettando il calare del sole dietro le ultime pietre. Si perché i libri di questa nuova serie di recensioni sono libri di montagna (beh, in un modo o nell’altro) e vanno letti in montagna. Pertanto se con l’altra vostra metà, suocera, badante – per la suocera, non per voi – figli, nipoti e animali al seguito, avete già versato l’ingente caparra per due ombrelloni e relative sdraio alla fila quattro dei Bagni Vittoria, non continuate sotto. Oppure sì e ripensateci. A volte meglio una fuga precipitosa che un’avanzata penosa.

P.S. Come sempre vi invito a dare una occhiata anche alle note e ai loro rimandi: fanno parte del tutto.

— Qui puoi leggere la seconda parte di “Cinque libri per l’estate e per pensare” .

COME SI FANNO LE COSE, Antonio G. Bortoluzzi, ed. Marsilio, 2019, 16 euro

Antonio G. Bortoluzzi (la G puntata gli dà subito un ché di nobile) ha il sorriso e lo sguardo di Buzzati (Dino) e tra le sue righe si trova qualcosa del bellunese (a vivere sulle stesse terre si assorbono meglio alcuni accenti). Non – ancora – la punta di surrealismo de “I sette messaggeri” ma, certamente, le attese irrisolte.
Uscito da poco per la casa editrice veneziana Marsilio, è un libro che vale la pena di incrociare perché, come in una trasmissione dell’Angela padre, ti fa scoprire la vita, anche segreta, di una specie che credevamo estinta da molti anni: gli operai[1] ed anche, altrettanto da proteggere ma con maggior gentilezza, le operaie.

«Massimo afferra d’impeto il martello grosso posato sul banco, lo solleva in alto e lo cala con tutta la forza sulla lastra di metallo da otto millimetri».

Sono operai che vivono con gli occhi puntati alle montagne: Montagne che sono sullo sfondo del rosario di capannoni tutti uguali e tutti brutti stesi sopra i pascoli più ricchi delle generazioni passate[2]. Il romanzo è certamente un libro di montagna, non quella dell’aria sottile ma quella del fumo acre degli scarichi e delle ciminiere delle fabbriche. Anche quella è montagna, senza turismo, senza presepi, ma abitata dagli uomini. Le cose a cui dai un nome esistono, le altre sono fantasie.
Sono le fabbriche di quel nord-est mitizzato, che nella sua metastasi ha infettato anche le terre alte, a fare da contenitore alle frustrazioni. E’ la Filati Dolomiti a rappresentare quel Mito di Sisifo di Camus[3]:

«La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato sullo stesso ritmo… Soltanto che, un giorno, sorge il “perché?”…». Non è solo la filosofia che spinge ad una rivolta contro il sistema, personalissima e picaresca, Massimo e Valentino, cicala e formica di “Come si fanno le cose”.

C’è anche l’idea, sbiadita oggi che è il tempo del reddito di cittadinanza e del buongiornissimo, che per non essere con la schiena storta, per non essere piagnoni occorre dire a voce alta:

«L’abbiamo fatto perché viviamo in un mondo ingiusto. Viva Sacco e Vanzetti. Viva la libertà».

E così il romanzo, con la voce di Valentino, ci racconta di sogni, di speranze e di incubi. La voglia di cambiare diventa ossessione ed è difficile mantenere la barra a dritta nel quotidiano. Ma Antonio G. (e dai) Bortoluzzi ha conosciuto la fabbrica e sa bene di quel che parla: la fabbrica è come un marchio a fuoco sulla pelle e non te ne puoi liberare. Lo sapevano bene anche a Oświęcim quando vedevano passare treni stracolmi di operai diretti alla grande fabbrica. Quella della morte. E i due amici inseparabili saranno alla fine separati proprio dall’attesa di sogni simili ma non uguali. Per Massimo non ci sarà il traguardo (forse fasullo e modaiolo) di una vita agreste, magari part-time[4].

«…non si è mai sentito stanco in vita sua, dopo il bagno desidera solo un letto su cui stendersi per sempre. Sbadiglia con tutta la forza che ha nelle mascelle, e quando il campo visivo ritorna stabile vede in lontananza sulla destra, davanti a sé, un punto rosso in mezzo al bianco del nevischio».

Antonio G. (il signor G) non tifa per la cicala, anzi, alla fine ci dice che no, non è una cicala, è una falena che come altre prima di lei è solo attirata dalla luce e finirà per bruciarsi. Ma chissà se la formica non farà la stessa fine rincorrendo qualcosa che è altrettanto perso. La giovinezza ed il passato.

«Come potrebbe raccontare questa storia a Yu? Come dirle che ha gli stessi capelli zisàdi di quando lui era bambino? Le più belle parole in dialetto sono morte o stanno morendo nelle gole lamentevoli dei vecchi nella casa di riposo a Valdisasso».

Valentino la formica, come Camus si pone una questione radicale: «O il mondo ha un senso più alto, o nulla è vero fuori di tali agitazioni». Lui lo sa, ed anche Massimo, e Sergio, e la ragazza bionda con un brillantino al naso assunta con un contratto di merda[5] e Maria che è andata in pensione con due anni di mobilità lo sanno e anche noi lo sappiamo: la classe operaia non va in Paradiso. Anche se abita in montagna e da lì la strada è più corta. Ma forse, ed è per questo che il racconto di Bortoluzzi deve accompagnarci per un poco, la montagna, ancora una volta ma non come ci aspettavamo, ci dà una chance in più.

«Abbiamo lasciato l’auto e siamo entrati nel borgo disabitato. Era una mattina troppo fredda per chiunque. Lontano si sentiva una motosega lavorare e Yu si è guardata attorno avvolta nel giubbotto: aveva le scarpe da ginnastica color rosa e bianco e ho pensato che si sarebbe gelata i piedi».

Infine c’è un’altra cosa che rende “Come si fanno le cose” speciale: la colonna sonora, ovvero le brevi strofe di canzoni che noi tutti (beh, almeno quelli che si tenevano la gomma americana in bocca fino a sera) abbiamo cantato e messe lì come dei segnalibro tra le pagine della nostra vita: il Massimo Bubola, l’Eugenio Finardi (ho suo cugino tra i miei più cari amici), quelle canticchiate al lavoro e quelle ascoltate mentre in testa ti girava la parola amore.
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[1] l’Istat ci offre anche una preziosa classificazione per professioni: nell’arco di tempo compreso tra  il 2008 e il 2017) il numero di operai e artigiani è diminuito di 1 milione di unità, pari al 16,2% in meno, trend confermato anche negli ultimi anni e che la ripresa non ha fermato fonte: https://www.valigiablu.it/lavoro-rapporto-annuale-2018-istat/ – Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it
[2] https://www.venetoeconomia.it/2018/07/consumo-di-suolo-verona-veneto-2017/
[3] https://g.co/kgs/JLsuon
[4] http://www.vita.it/it/article/2015/01/13/sogni-di-aprire-un-agriturismo-bastano-meno-di-150-euro/128933/
[5] https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=52168#

come si fanno le cose_01

PENSARE COME UNA MONTAGNA, Aldo Leopold, ed. Piano B, 2019, 15 euro

Qualche mese fa è stato finalmente pubblicato in italiano il libro Aldo Leopold “A Sand County Almanac” (1949), che si può ben definire il “Walden” del Ventesimo secolo. Il titolo scelto per l’edizione italiana “Pensare come una montagna” deriva da quello di uno degli scritti più potenti contenuti in questa raccolta di testi, concepiti durante una vita intensa, dedita alla pratica della natura, del selvatico e della foresta.
“Checcavolo, un altro libro di qualche guru che viene a dirci cosa dobbiamo fare per preservare la Natura!”. Ecco, se vi ha sfiorato questo pensiero avete proprio sbagliato. E se dite che “ha fatto freddo fino a ieri, non ricominciamo con il global warming” beh, allora andate a quel paese. Quello dove prima di qualcuno viene qualcun altro.

L’uscita di questo grande libro è un evento da celebrare. Guardaboschi, ecologo, filosofo e ambientalista, nato nello Iowa nel 1887, praticante di una wilderness che divenne filosofia nel mondo, divulgatore dell’etica della Terra, Aldo Leopold ci spiega che l’equilibrio tra natura e l’umanità risiede nella conservazione, non nello sfruttamento insensato delle risorse.
Da celebrare anche perché Leopold, così come – dopo di lui – Gary Snyder e Rebecca Solnit sono stati per qualche misterioso caso di politica editoriale bloccati a lungo prima di essere tradotti. Leopold scomparve nel 1948, nel tentativo di spegnere un incendio boschivo; questo prezioso volume uscì l’anno dopo. Una lettura rivoluzionaria, anche oggi, soprattutto oggi. Non avere ascoltato maestri come Aldo Leopold o Henry David Thoreau è stato un errore grave[6]. Ed oggi dobbiamo accontentarci di seguire mogi dei ragazzini con l’apparecchio e i jeans stracciati per provare a cambiare marcia, a dare una svolta alla nostra cultura, al nostro pensiero, alle nostre azioni. Nel rispetto della Terra che ci ospita.
“Pensare come una montagna” è un testo che impressiona non solo per la sua capacità profetica quanto per il fatto che, passati settanta anni gran parte del libro sembra essere scritto oggi.

«Da lontano i politici chiacchieravano di terreni marginali, sovrapproduzione, riduzione della disoccupazione, tutela dell’ambiente»

Diviso in tre grandi parti: la prima è una specie di almanacco/lunario[7], scritta come un romanzo, una specie di Isola dei Gabbiani che però non è un Isola ma ha certo molti più uccelli. Si legge appassionatamente, mese dopo mese (i capitoli seguono l’andamento di un anno intero) ed è la versione ecologica e naturalistica del dimenticato Calendario di Frate Indovino, ovviamente senza essere irriverenti. La seconda parte del libro è l’autobiografia di Lepold che attraversa quarant’anni di vita e un intero continente, quello Americano, raccontando come si diventa un conservatore (della natura).

«Ho letto molte definizioni di cosa sia un ambientalista, e ne ho scritte alcune io stesso, ma sospetto che la migliore non sia stilata con la penna ma con l’ascia»

La terza parte, quella più emozionante e luminosa per noi protagonisti nella Parabola dei ciechi di Pieter Bruegel il Vecchio,  ci regala il modo, come lo stesso Leopold ci dice, per metterci al passo.
La lettura di questo libro, arrivato troppo tardi nella nostra libreria, non è quella di una Bibbia, lo stesso autore sembra credere poco in un possibile intervento divino ma la lucidità delle sue riflessioni sembrano rendere semplice quanto di più difficile si possa spiegare: l’etica della terra.

«Dio giudicò la sua opera già nel settimo giorno, ma ho notato che da allora sia stato piuttosto evasivo riguardo ai suoi meriti. Deduco che Egli abbia parlato troppo presto, o forse che gli alberi richiedano più contemplazione delle foglie di fico e dei firmamenti»

Nella lettura di Leopold ho trovato persino una assonanza, nemmeno lontana, con il pensiero dello scrittore romancio Leo Tour: la caccia, la pesca, la filosofia che sta a sostegno di tante pagine, persino il pentimento non tardivo e non rinnegato di una vita passata a vedere la terra come un lascito abramitico[8]. La loro Via Lattea conterrà, alla fine dei tempi, solo quello che l’uomo non avrà distrutto. Ma sarà lontano, troppo.
Nel libro di Aldo (già a metà libro ti viene di chiamarlo per nome, come un fratello che non sapevi di avere, come un amico che ha aspettato il tuo ritorno da un lungo viaggio) gli alberi hanno un nome, i loro colori hanno un nome, gli uccelli hanno un nome, il loro canto ha un nome, gli animali hanno un nome, il loro passo ha un nome e ad ognuno di questi nomi è dedicato qualcosa di eccezionale[9]. E non è poco di questi tempi dove si applaude scrittori zen che “mentre camminavo sul sentiero vidi un uccello fermarsi sul ramo più alto di un albero”.
Tra tutti gli incontri che condividiamo con lo scrittore quello con il lupo è, per me, il migliore in assoluto, lucido, sintetico, totemico.

«Solo l’inesperto non riesce a percepire la presenza o l’assenza dei lupi, o a comprendere il fatto che le montagne abbiano una segreta opinione su di lui»

Un libro che non è difficile ma che ci chiede una attenzione ed una presenza anche fisica nella sua lettura, va tenuto più di ogni altro nello zaino questa estate affinché nelle notti più calde, alla luce di una piccola frontale quello che Leopold ci dice più di Thoreau, oltre Miur, vicino a Langer possa giungerci chiaro e forte. Perché anche noi, con le nostre giacchette antivento di marca (si ma rigorosamente sostenibili)

«Abbiamo tentato di semplificare l’idea di tutela ambientale per renderla accessibile a tutti, ma il risultato è che l’abbiamo resa banale»

Che, in fondo, è quello che abbiamo fatto per la libertà. E per la democrazia.
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[6] https://www.eea.europa.eu/it/themes/air/intro
[7] se volte scoprire cosa è un lunario chiedete a Massimo Angelini http://www.massimoangelini.it/864-2
[8] Genesi 12, 4-9
[9] Gru, picchi, procioni, averle, girifalchi, oche, beccaccini, germani, urogalli, quaglie, scoiattoli, cervi, falconi, conigli, trote, orsi, protonotarie, cince, sparviero, assiolo, betulle, salici, more selvatiche, ontani, pino bianco, rosso, jackpine, aceri, morelle, pioppi, querce e tanto altro ancora hanno, per Leopold, la stessa dignità e importanza sul teatro della Terra.

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OGNI GIORNO È UN DIO, Dillard Annie, ed. Bompiani, 2018, 18 euro

Un altro libro americano, ancora una raccolta di saggi che si leggono come un romanzo d’avventura in mezzo alla natura e sulle cime più aspre.
Credo di averlo già detto (per altri libri) ma “Ogni giorno è un dio” di Anne Dillard deve assolutamente stare nel vostro zaino, essere letto e di nuovo riletto, e ancora, e ancora fintanto che la bellissima copertina vada a consumarsi. Con buona pace dei consigli per preparare uno zaino perfetto[10].
Nell’introduzione al libro lo scrittore inglese Geoff Dyer[11] ci dice che Anne Dillard ringiovanisce persino gli stufi-di-parole e leggendo questa raccolta di saggi-narrativi, scritti con una padronanza della parola perfetta ci viene persino la voglia di trovare, tradotta, qualche altra sua opera.[12]
Dillard ci affascina come un viaggio perfetto dentro la (nostra) vita:

«Perchè stiamo leggendo se non nella speranza che la bellezza sia messa a nudo, la vita intensificata e il suo profondo mistero sondato?»

Un libro di saggistica può sembrare non adatto al loisir della bella stagione ma i racconti della Dillard sono piccoli capolavori, brevissimi romanzi che vedono, spesso, lei, protagonista in prima persona,  osservare il mondo come una che “non ha mai visto un albero che non fosse un albero in particolare”. Si parla di montagne gigantesche , di viaggi alla ricerca dell’ignoto, di stupore di fronte alla natura, di caccia crudele ma anche di geografia, poesia, religione, amore.
L’autrice cuce, dentro ad ogni capitolo, una narrazione che cammina contemporaneamente su due sentieri: quello che sta davanti agli occhi:

«quando (…) incontrerò i tuoi occhi, penserò: due samare d’acero».

e quello che sta dietro di loro:

«L’erba ai nostri piedi (…) era il farro piccolo che cresceva sui fianchi collinosi dei monti Zagros, sopra la valle dell’Eufrate, sopra la valle del fiume che noi chiamavano Fiume».

Eclissi totale (forse il più bello di tutti); il Cervo di Provindencia; Paganesimo (il capitolo da cui è tratto il titolo del libro); Svegliarsi selvaggi; Questa è la vita; Una spedizione al Polo sono il titolo di alcuni dei capitoli che compongono il libro e ci danno l’idea di come tutto nello scrivere dell’americana[13] abbia la natura, e tutte le sue espressioni, come fondamenta di ogni esperienza. In tutti si ha la forte presenza di una montagna, di profili rocciosi, di altezze trigonometriche e antropologiche.

«Le montagne sono la mia casa».

Devo però confessare che, per motivi personalissimi, il racconto che preferisco è Essere Inseguiti. Qualcosa di simile è successo anche a me e vederlo descritto in quel modo me lo rende monumentale dentro il disordinato giardino della mia memoria.
In qualsiasi capitolo di “Ogni giorno è un dio” c’è molto da ricordare, rileggere, sottolineare, portarsi dentro: curiosità da buttare lì, con noncuranza, alla sera davanti ad una birra e un fuoco:

«sul Monte Cook, in Montana, ad oltre 3350 metri di altezza, si può vedere sul pendio uno strato scuro di locuste[14]».

e, soprattutto, stelle luminose che servono per tracciare la rotta a chi vuol (continuare) ad essere umano:

«O la vita è sempre e in ogni circostanza sacra, oppure è intrinsecamente priva di valore, non è concepibile che in certi casi possa essere l’una e in certi altri l’altra cosa».
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[10] https://trekking.it/i-nostri-consigli/preparare-lo-zaino-6-mosse.html
[11] non uno qualunque https://www.einaudi.it/autori/geoff-dyer
[12] ma la cosa è impossibile, per ora, in  quanto “Ogni giorno è un dio” è l’unico libro pubblicato in Italia
[13] Nel 2014 Anne Dillard ha ricevuto dall’allora presidente Barack Obama la National Medal of Arts, la più alta onorificenza per meriti artistici attribuitale in nome del popolo americano.
[14] https://www.visitmt.com/listings/general/landmark/grasshopper-glacier.html

OGNI GIORNO È UN DIO_01
Davide Torri

Davide Torri

Insegnante di educazione fisica ha trasformato la sua passione per la montagna e per la gente che sopra vi vive in qualcosa di più concreto, Con l'Associazione Gente di Montagna, di cui è il generoso motore da molti anni, ha prodotto ricerche, organizzato convegni, realizzato documentari, progettato spettacoli teatrali, pubblicato libri, ideato filmfestival collaborando con Enti Locali, Agenzie Educative, Università e molte altre Associazioni seguendo il motto di Alex Langer, il principale ispiratore nelle azioni dell'Associazione e di Davide Torri stesso, "costruire ponti". In questo caso tra una valle alpina e l'altra. In Italia e all'estero.


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