Corsa ed escursioni: gesti di terrorismo

Una riflessione non tanto sull'emergenza sanitaria del coronavirus, sulla quale non abbiamo competenze, quanto su un possibile uso/abuso delle norme limitative di libertà fondamentali.

testo di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

Photo by David Marcu on Unsplash
12/04/2020
10 min

Ormai è chiaro, se vedi una persona correre o, peggio ancora, camminare in montagna con lo zaino in spalla è da segnalare come gesto terroristico. Sono gli effetti del coronavirus o della tendenza ad iper regolamentare ogni attività, soprattutto quelle che maggiormente beneficiano della libertà individuale?
E in futuro saremo esposti tanto al rischio sanitario quanto a quello di veder sempre più limitate le nostre libertà, giustificandole con stati emergenziali e che diventeranno permanenti?
Per riflettere, e anche per non arrenderci, pubblichiamo due testi: una storia vissuta e scritta da chi corre in montagna e un saggio di chi fa alpinismo. Due testi di libertà e responsabilità.
— la redazione di altitudini.it

IL TRAIL DEL GEVERO

di Carlo Piovan

Alla fine ho ceduto anche io. Doppio click sull’icona a forma di cartella e si aprono le vecchie foto. Di quel giorno, ce n’è una a cui tengo particolarmente. Immortala me e Marco all’arrivo.

Ogni volta che con il pensiero torno al ricordo di quel momento, mi rivedo con lui mano nella mano, a correre quei cinquanta metri di tappeto rosso che ci separano dall’arrivo. Invece la foto racconta altro. Si vede chiaramente che stiamo camminando quegli ultimi cinquanta metri, quasi a voler sfilare sul red carpet come dei divi di Hollywood che rallentano volutamente il passo per godersi i flash e le urla dei fans. Pure la faccia dello speaker, che appare nell’angolo destro della foto, è un poco attonita.

Trentaduesimo chilometro.
Un ragazzo ci supera comunicandoci che da lì è tutta discesa ed aggiunge, con l’aria di chi la sa lunga, che per lui è l’ultimo di quest’anno. Noi ci guardiamo, scambiandoci un sorriso sornione e rispondiamo che per noi è il primo, ma non dell’anno, proprio in assoluto. Ci ricambia con uno sguardo a metà tra l’incredulo e lo sbalordito, per poi allungare il passo e proseguire nella discesa.

Ventiduesimo chilometro.
Siamo di poco oltre la metà, anche se sappiamo benissimo che la giornata sarà lunga, convincere la mente che abbiamo fatto il giro di boa, aiuta a sentire meno la fatica. Io sono ancora nel pieno del mio regime maniacale sul numero di chilocalorie da assumere in liquidi e in solidi. Marco invece ingoia un antidolorifico e un bicchiere di coca-cola per far fronte ai fastidi al ginocchio.
Coca cola?? Inorridisco e mi stacco per primo dal ristorno, lui mi segue e mi supera sulla lunga salita che ci aspetta.

Quindicesimo chilometro.
Abbiamo superato un po’ di dislivello, il sentiero svolta bruscamente ed esce dal bosco per portarsi sulla dorsale, aperta a nord verso le Dolomiti. Qui è ancora autunno, li l’inverno ha già bussato alle porte portando le prime nevicate. Corro con lo sguardo fisso verso Nord. Lagorai, Pale di San Martino, Marmolada, Civet… azz!. Picchio fortemente l’alluce destro contro un sasso, perdo ritmo ed equilibrio e per poco non finisco dritto a terra.
«Carlo ricordati, cinque dita, dieci dita, concentrazione» mi ripeto il piccolo mantra che ho inventato per riprendere la concentrazione, quando corro o arrampico, ed il pensiero si distoglie dal presente. Riportare l’attenzione sul nostro contatto con la terra, aiuta a ristabilirsi velocemente.

Partenza.
Siamo tutti ammucchiati nel piccolo borgo di Cison di Valmarino, l’eccitazione è palpabile nell’aria, le facce dei partecipanti trapelano una grande varietà di emozioni. Io e Marco ci guardiamo a vicenda, anche se proviamo a scherzarci su, siamo entrambi coscienti che il nostro principale pensiero è se riusciremo ad arrivare fino alla fine.
Siamo arrivati fino a qui perché fondamentalmente ci piace misurarci con l’incertezza. Io a causa di un rinvio della maratona di Venezia, ero rimasto con un numero a vagare nella testa: quarantadue. Un numero al quale il mio ego spingeva per attribuirli un significato, e cosa c’è di meglio che aggiungere un altro numero: duemila quattrocento e metterli nell’ambiente che preferisco: la montagna.
Ma in montagna non sono abituato ad andare da solo e la scelta cade su un mio compagno di cordata che è stato tra i primi a parlarmi del trail running. Dopo un’azione di convincimento, degna di un venditore di ghiaccio agli eschimesi, Marco accetta ed iniziamo la preparazione.

Allenamenti di preparazione.
Settembre e ottobre sono scanditi da allenamenti svolti per lo più da soli, vista la distanza geografica tra i luoghi dove abitiamo, qualche corsa assieme riusciamo a farla solo nei fine settimana. In allenamento come in gara ognuno corre nel limite del suo ritmo, solo un’occhiata, il rumore del respiro o delle foglie calpestate ci fanno percepire la presenza dell’altro. Uno, quattro, dieci metri di distanza, non è quella che oggi chiamano distanza sociale, ma il limite oltre il quale non ci si percepisce più a vicenda: la soglia da rispettare. L’alpinismo ci ha insegnato a rimanere anche 50 metri distanti l’uno dall’altro, ma sempre connessi, grazie anche a quel cordone ombelicale di nylon al quale si affida la vita.

Distanti, ma liberi di scegliere.
Durante quelle sette ore passate ad inseguirci sulla dorsale delle Prealpi trevigiane è stato come arrampicare in cordata, distanti a misure variabili per quarantadue chilometri, per poi abbracciarci all’arrivo. Distanti, ma liberi di scegliere l’appoggio successivo, la falcata, il ritmo, il respiro, cosa bere e mangiare. Abbiamo deliberatamente scelto di metterci a nudo di fronte all’incertezza di fallire, di sentire il campanello dall’allarme dei crampi anticipare la fine, di dover pronunciare, all’altro, parole di rinuncia.
ll trail si chiama del gevero, che in dialetto veneto vuol dire lepre. La lepre è un animale selvatico che vive libero nelle campagne europee, è generalmente solitario ad eccezione dei periodi dedicati all’accoppiamento, non va in letargo e può raggiungere velocità fino ai 70 km/h. Noi invece siamo uomini, animali sociali, per noi la libertà (come cantava Giorgio Gaber) non è uno spazio ma libero, ma partecipazione.

Carlo e Marco all'arrivo del "Trail del Gevero"

NON ABBIAMO PAURA DELLE NOSTRE RESPONSABILITÀ

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan (1)

La nascita e lo sviluppo dell’alpinismo sono coincisi con due fenomeni di importanza fondamentale per la civiltà occidentale: l’affermarsi di una cultura illuministica e razionalista da un lato e la progressiva acquisizione della piena libertà individuale a beneficio di porzioni sempre maggiori di popolazione dall’altro.

Cultura scientifica e libertà sono quindi essi stessi elementi fondanti dell’alpinismo inteso come conoscenza della Natura e dell’Uomo.
Basti pensare alle motivazioni che spinsero il cercatore di cristalli Jaques Balmat e il medico Michel Gabriel Paccard nell’agosto del 1786 ad avventurarsi sulla cima del Monte Bianco, voglia di avventura, desiderio di ricerca scientifica, coscienza di muoversi su terreni inospitali e con pericoli oggettivi.

Risposte responsabili da chi partica attività in natura.
Oggi ci troviamo di fronte non solo ad uno sconvolgimento globale, ma anche alla più imponente sospensione di libertà fondamentali dell’uomo dal dopoguerra a oggi. Libertà che è bene ricordare sono alla base del nostro modello civile e che attualmente sono pregiudicate da uno stato emergenziale di natura eccezionale. Che ne può giustificare la limitazione – purché temporanea – non certo l’abuso o la procrastinazione indeterminata.
Di fronte alla chiamata ad un senso di responsabilità collettivo tutti noi “alpinisti” (usiamo un termine generico: ci rivolgiamo a tutti coloro che praticano le attività “nella natura”) – che pure facciamo di queste libertà l’uso più ampio, libertà che oseremmo dire irrinunciabili per la realizzazione di noi stessi, ben al di là dell’aspetto meramente sportivo – abbiamo risposto con senso etico e di adeguamento.
La sospensione delle attività, il rispetto delle norme e questa nuova per quanto sgradevole “forma di vita” sono state e sono il codice comportamentale quotidiano. Non è un’impresa eroica: è solo senso civico. Non ci soffermiamo nemmeno su casi (isolati e numericamente irrilevanti) il cui clamore è dato più dal deprecabile scandalismo giornalistico che non dalla (già deprecabile di per sé) inosservanza della legge. Di fatto tutti coloro che amano la propria passione hanno rispettato le prescrizioni, fossero essi dilettanti o professionisti (che pure da ciò soffrono un enorme danno economico). Ci mancherebbe, per carità.

Scaliamo e scendiamo montagne virtuali.
La risposta della “comunità” (si passi il termine) è stata compatta, nonché dotata di quella giusta dose di autoironia che aiuta ad alleviare le situazioni più serie ed è indice di intelligenza. Da un mese ormai scaliamo e scendiamo montagne virtuali, ci dilettiamo in simulazioni di vita reale, dimostrando di poterci adeguare. Tutto questo, dobbiamo dirlo, ingoiando più di qualche rospo nel momento in cui una campagna vergognosamente improntata a fomentare odio sociale e tradotta in norme la cui natura è puramente demagogica (e sulla cui legittimità sia lecito sollevare più di qualche dubbio, almeno finché vivremo in uno Stato di Diritto: si veda in proposito l’ottima disamina di Luca Casarotti sul blog Giap Criminalizzare il jogging) ha puntato il dito contro chi pratica attività sportiva.

Il senso di colpevolizzazione.
Ammettiamolo: tanti di noi che “fanno montagna” praticano anche altri sport e spesso condividono la stessa passione per la corsa o la bici o altro. E non possiamo nascondere amarezza e uno sgradevole senso di colpevolizzazione in questa campagna, intellettualmente disonesta e fuorviante, che ha distolto l’attenzione dal vero e grave problema odierno spostandola su un “non-problema” – qui si ci sentiamo di dire: chi non sta facendo il proprio dovere? Il cittadino o la stampa? Il punto vorremmo che fosse chiaro: non ci interessa la passeggiata o la corsa o questi surrogati di vita cui siamo costretti. Teneteveli. A noi preoccupa, e non poco, l’uso costantemente emergenziale e bulimico delle norme dettato da pulsioni di pancia più che di cervello. La cui fondatezza vacilla e in prospettiva ci lascia inquieti. Perché le situazioni di emergenza hanno vita facilissima nel trasformarsi in condizioni permanenti.

L’attività sportiva è un problema!
Per inciso, tutto ciò amareggia ancor di più perché conferma che questo Paese non solo non sostiene l’attività sportiva, ma la considera persino un problema. Manca totalmente di una cultura dello sport non inteso come “vizio” di privilegiati, ma come parte integrante di una società del benessere, ovvero dello star bene. Condizione preordinata alla cura del sintomo, humus fertile sul qual far germogliare una politica della prevenzione. Non si può fare a meno di notare come in uno stato di emergenza sanitaria, legata alla diffusione di un virus che agisce provocando crisi respiratorie, l’uscire per andare a comprare le sigarette sia ancora considerata un’assoluta necessità.
Ma siamo persone abituate alla fatica. E alla rinuncia. Non stiamo qui affermando o pretendendo attenzioni particolari o deroghe. Non ce ne importa nulla, se queste poi riguardano solo “alcuni” a “certe condizioni” e via andando di labirintici ragionamenti che nulla hanno a che fare né con la risposta all’emergenza né con l’organizzazione civile. Non ce ne importa nulla adesso.

Non può esistere alpinismo senza libertà.
Non può esistere se questa libertà non è per tutti. Fatica, rinuncia. Adattamento. Se c’è un insegnamento che quasi quotidianamente emerge nelle nostre coscienze è questo. L’alpinismo ci porta costantemente là dove il rischio esiste. Ci accompagna. Lo cerchiamo, quasi. Ma lo cerchiamo nel pieno delle nostre facoltà cognitive ed intellettive, le mettiamo alla prova proprio lì, dove è necessario valutare, analizzare, prendere decisioni ed agire di conseguenza. In altre parole, assumere un atteggiamento responsabile. Non siamo certo noi che facciamo o faremo fatica ad adattarci. Ma una cosa, sì, facciamo fatica a comprendere. Perché ogni sforzo, ogni rinuncia, ogni attesa deve essere finalizzata a qualcosa. Alla vetta, alla via, al passaggio da superare, ad un luogo da contemplare. Persino ad un ritorno a casa. Lì attingiamo alle motivazioni profonde. Lì l’alpinismo emerge come “pratica” (non ci piace chiamarlo sport) che forma interiormente. Non ci rende affatto superiori, come un tempo si voleva proclamare. Ci fa conoscere le debolezze e ci da strumenti per affrontarle.

Sì, sappiamo aspettare.
Ma dobbiamo sapere che cosa. Perché più di ogni cosa abbiamo a cuore la libertà. Possiamo nasconderci? No, sarebbe ipocrita dire che non soffriamo la reclusione. Ma sarebbe anche stupido ed egoistico (già lo siamo abbastanza!) affermare che ne soffriamo più di altri. No, è una stupidaggine. Soffriamo come tutti. E soffrono di più sicuramente coloro che per mestiere affrontano il dramma della malattia negli ospedali (e lo affronta ora come prima, mai dimenticarlo). Soffrono famiglie costrette in pochi metri quadri in un condominio nelle periferie delle città, nel cercare di fare sorridere i bambini costretti in una innaturale cattività (e smettiamola per cortesia di dire che si “adattano meglio”). Soffrono i soli, gli emarginati, gli anziani stritolati dal terrore della malattia. Tutti coloro il cui futuro ogni giorno di più si riduce al prossimo giorno e basta. Chi siamo noi per pretendere? Nessuno. E quindi ci siamo adattati.
Ma ora, e con allarme, ci chiediamo se a tutto ciò sappiamo rispondere proprio grazie a quella cultura scientifica, razionalista ed illuminista, che ha scacciato i demoni dalle vette restituendocele nella loro essenza, ovvero straordinarie manifestazioni della Natura. Cultura che è fondativa della nostra civiltà e grazie alla quale ci possiamo permettere il privilegio di scalare, sciare, esplorare, volare.

Come sarà il dopo?
In molti giornalisti, scrittori, filosofi, intellettuali e pensatori, in questi giorni si interrogano sulle pagine dei giornali su come sarà il dopo. Molti si orientano a sostenere che non sarà più come prima. Rimane indubbio il concetto che un evento di tale portata porterà con se il vento del cambiamento, che è sempre positivo quando ci libera da cattive abitudini, incrostazioni malsane sedimentate nel tempo, schemi mentali rigidi ed obsoleti; ma non può diventare il pretesto per privarci di quello che faticosamente abbiamo conquistato come società democratica.
La paura, si dice, è parte integrante delle nostre passioni. “Dobbiamo” avere paura. Ma la paura è qualcosa che ci deve accompagnare senza tenerci in ostaggio. La maggior soddisfazione di ogni alpinista starà sempre nell’aver saputo accogliere e accettare la propria paura mantenendo il controllo di sé. Per combattere la paura abbiamo bisogno di conoscenza. Abbiamo bisogno del meglio di noi stessi come individui e come società. Abbiamo bisogno delle migliori menti, dei migliori strumenti, delle migliori strategie possibili. Con quelli siamo pronti ad affrontare ogni difficoltà. Ma ci chiediamo se tutto ciò, adesso, possa essere messo veramente in pratica. Se davvero possiamo dispiegare il meglio di quanto questa società ha prodotto per scacciare di nuovo i mostri.

Sapremo passare dal divieto al concetto vero di libertà?
Non vogliamo sapere né quando né come torneremo alle montagne (ci piacerebbe, ovviamente). Non fraintendeteci. Questo ora è totalmente secondario. Ma con preoccupazione ci chiediamo se.
Se questa società che come si è visto ha saputo reagire soltanto vietando, demonizzando, esacerbando odio sociale sia in grado di dare una risposta concreta, razionale e pragmatica a tutto ciò. Non basta ripetere il mantra “non sarà più come prima”, se questo “non sarà” corrisponderà ad una “Non-vita”. Vogliamo sapere come sarà dopo. Anzi, come può essere già “adesso”. Perché tra poco alla pazienza e alla coscienza civica si andrà sostituendo apatia, smarrimento e frustrazione. Esauriremo la voglia di scherzare, simulare, ironizzare. Nessuno come noi sa cosa voglia dire sognare. E il rischio, su questa china, è che perderemo anche quella. E allora sì, avremo fallito.
Avremo fallito non tanto come comunità scientifica rispetto all’emergenza sanitaria, ma come società democratica che ha fatto del concetto di libertà un principio costituzionale, pagato a caro prezzo all’inizio del XX secolo.

Libertà di andare oltre l’ultimo chiodo.
Libertà che si lega indissolubilmente al senso di responsabilità personale, responsabilità sull’impatto delle nostre azioni su noi stessi e sulla comunità, responsabilità sulle nostre scelte, come quando ci alziamo sopra l’ultimo chiodo per affrontare una parete di cui non conosciamo appigli e appoggi, ma sappiamo che dieci metri più alto c’è una cengia dove fermarci. Abbiamo studiato il percorso, abbiamo pianificato una strategia, abbiamo un primo obbiettivo da raggiungere. In mezzo dieci metri di ignoto in cui saliamo responsabilmente, mettendo in atto coscienza e conoscenza per tutelare noi stessi e il nostro compagno di cordata. Dieci metri che non sono esenti da rischi, il rischio è insito nel vivere quotidiano. La paura ci aiuta a percepirlo, la conoscenza intima di noi stessi, la razionalità, il desiderio di libertà ci servono per superarlo e non rimanere bloccati in parete.
Oggi non vogliamo sentirci colpevoli di voler semplicemente vivere, pensare e prenderci le nostre responsabilità. Semplicemente, oggi, non vogliamo avere paura.

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(1) Questo articolo è pubblicato sul sito Rampegoni del quale Saverio D’Eredità e Carlo Piovan sono autori e fondatori (rampegoni.wordpress.com).

Oltre l'ultimo chiodo (ph. Manrico Dell'Agnola, Casual Route, Colorado, The Diamond)

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