Villa Godi di Andrea Palladio (ph. Stefan Bauer)

Villa Godi di Andrea Palladio (ph. Stefan Bauer)

Il post “A Natale, in cammino sul trói de le Vane” di Teddy Soppelsa offre molti spunti anche ad un uomo costretto a vivere in pianura alle porte di Vicenza.

Credo che il vivere in un angolo ancora bello come quella parte di territorio che lambisce la val Canzoi sia, per i tempi che stiamo vivendo, una grande opportunità.
Scrive Paolo Rumiz quando parla del Veneto: ”mio Dio, cosa siamo diventati”. E anticipa questa affermazione con un’altra altrettanto perentoria: “Il Veneto non ha macerie? E’ ugualmente uno spazio terremotato.”
Queste parole le scrive volendo parlare del paesaggio, di ciò che rimane del nostro meraviglioso paesaggio.
L’iniziativa riportata da Soppelsa ha pertanto il merito di rimettere il paesaggio al centro di una riflessione più ampia che, anche per il mestiere che svolgo, ritengo ineluttabile.
Anch’io da tempo mi occupo di questi temi sui quali ho svolto delle riflessioni che in parte ripropongo perché mi paiono in piena sintonia con il post sopra citato.
Il punto di vista offerto, che fa riferimento al concetto di iconema, coniato da Eugenio Turri, aiuta certamente a svolgere un pensiero che sia più centrato sull’azione concreta dell’uomo, quanto piuttosto che sulle regole o sui divieti.
Una frase a ricordo di Turri pronunciata da Domenico Luciani, della Fondazione Benetton, è davvero illuminante: “dobbiamo cercare di salvare i luoghi per mezzo degli uomini, non salvare luoghi per mezzo di vincoli”, e aggiungeva, “dobbiamo cominciare a occuparci di un luogo definendo i nostri compiti per capirlo, per governarlo, per farlo essere in rapporto con le aspettative di chi vi è insediato e di chi lo visita”.
Mi pare quindi che l’iniziativa Incontri sul trói de le Vanesia stata pensata esattamente con questa attenzione ed è per tale ragione che diviene ancor più interessante quale esperimento concreto.

Pensando al Palladio | A questo proposito, pensando a Palladio, mi viene in mente la sua grande intuizione di coniugare il lavoro e lo sfruttamento delle terre, e allo stesso tempo ivi costruire dimore sontuose, attraverso la creazione di architetture auliche e prosaiche insieme, che funzionassero da macchine per la produzione e luogo per gli ozi, che diventassero punti di forte identità per una comunità, che si integrassero e interagissero sugli elementi propulsivi di controllo e trasformazione del paesaggio.
Per la nostra immersione nella storia siamo quindi attratti dallo spirito che Palladio incarna e traduce in architettura e nel paesaggio, sintesi della cultura del tempo che si fondava sulla rilettura delle storia, sulle grandi innovazioni tecniche del Sabbadino, sullo spirito del tempo che promuoveva razionalità ed etica, eliminava il superfluo, che inseguiva il concetto di “economia come austerità”.
L’architettura di Palladio fu per l’Europa, e non solo, l’architettura di riferimento per i quattrocento anni a seguire, e il sistema delle ville venete che, si estendeva dall’Istria all’Adda, sistema urbano fortemente basato sulla integrazione e rispetto del paesaggio, fu la più grande trasformazione urbana avvenuta in Europa dopo la centuriazione romana.
E qui entra in gioco l’elemento principe della grandezza di Palladio, vale a dire la sua innata capacità di integrazione con il paesaggio. Palladio non interviene mai nel paesaggio, lo completa con le sue architetture, lo rende eterno ed irripetibile.
Ma tornando al terremoto citato da Rumiz, mi chiedo: perché siamo arrivati a tanta indifferenza, al non saper più distinguere la brutalità degli interventi dal raziocinio; perché si è così refrattari al bello, così incapaci di sensibilità, di gusto, di equilibrio, di amore per il proprio paese e per la sua storia centenaria?
Cosa è successo? Dove finirà questa ubriacatura che ci fa credere di essere invincibili, indispensabili, eterni, spasmodici di velocità, mobilità e superficialità?
E provo a chiedermi, cosa è il paesaggio? Per darne una definizione sommaria, secondo il Codice dei Beni Culturali: “parti di territorio i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”, che derivano appunto dalle relazioni tra la storia umana e la natura.
E’ l’identità che si manifesta nella salvaguardia dei valori l’elemento unificante, vale a dire il forte legame tra questa storia umana e il paesaggio.

Aderire al paesaggio migliorandolo e integrandolo con sapienza | Il paesaggio è appunto questo intreccio di relazioni che, come scrive Salvatore Settis, non sono solo di tipo estetico, ma etico, nel senso che contribuiscono a “formare la persona”; esso diventa quindi un terreno operativo che unisce la dimensione emotiva, estetica, tesa alla ricerca del bello, alla dimensione attiva dei cittadini, etica appunto, di responsabilità, chiamando tutti noi in causa per ricercare una via, le vie, che conducano a rispettare e valorizzare questa preziosissima risorsa.

Coltivazione di patate a Cesio Maggiore (BL) - ph. S. Sanson

Coltivazione di patate a Cesio Maggiore (BL) – ph. S. Sanson

Dimensione etica significa quindi avere rispetto per il paesaggio attraverso forme di valorizzazione dello stesso, attraverso il recupero dell’agricoltura, primo vero presidio del territorio, attraverso politiche ambientali di largo respiro che coinvolgano la comunità con azioni di tutela della salute dei cittadini.
Pensiamo alle discariche, oppure alle antenne, o più semplicemente ai campi fertili trasformati in distese di pannelli fotovoltaici, oppure a quelle coltivazioni di cereali tese solo a produrre materia da trasformare in combustibile. In questi atteggiamenti si misura la dimensione etica e questi atteggiamenti interrogano ognuno di noi.
Ed è qui che appare l’incubo dell’Italia sdoppiata come la definisce Gian Antonio Stella, un’Italia che ci vogliamo ancora immaginare uno dei paesi più belli e ricchi di arte e paesaggio al mondo, o ciò che sta diventando nella realtà, un paese sempre in preda al saccheggio, ai condoni, alle furbizie, all’incapacità di vedere le enormi opportunità insite nel paesaggio.
Il paesaggio è relegato a questo ruolo di comparsa che purtroppo subisce, sia per il disinteresse diffuso da parte dei cittadini che non percepiscono che questo “bene comune” prezioso è di tutti, prima di tutto delle generazioni a venire, sia per il mal funzionamento delle leggi, il moltiplicarsi delle deleghe che assegnano a Stato, Regioni e Provincie competenze diverse creando incertezza, confusione e vie di fuga per i “furbi”.
Non si può non riconoscere che il paesaggio può avere anche una utilità economica o culturale enorme, questa iniziativa lo dimostra,  la storia delle nostre città è basata su questo presupposto, sull’aderire al paesaggio migliorandolo e integrandolo con sapienza. L’Italia, anche culturalmente, non potrebbe essere il paese meraviglioso che è se non avesse avuto il suo splendido paesaggio. Il problema è che non lo vogliamo vedere, esserne consapevoli, a volte ci impiccia perché siamo cinici e spregiudicati.
Io credo che tutto questo avvenga perché la nostra cultura sta implodendo su se stessa a causa di una perdita di valori rapida e disarmante, anche e soprattutto per responsabilità di chi ci governa.

Il non-abitare è il carattere essenziale della vita metropolitana | Si pone quindi, e giustamente, un aspetto antropologico ben indagato da Marc Augé, il quale attraverso la sua analisi sulla post-modernità ci aiuta a definire il concetto di luogo, a metterlo in relazione con gli iconemi, a queste unità elementari di percezione, proprio come ha scritto Teddy Soppelsa; un ponte, una fontana, una finestra.
Un luogo deve possedere almeno tre caratteristiche: deve essere “identitario”, cioè essere in grado definire con chiarezza l’identità di chi lo abita; deve essere “relazionale”, vale a dire in grado di definire i rapporti tra i soggetti in funzione della loro comune appartenenza; deve essere “storico”, ovvero essere in grado di ricordare agli individui le proprie radici.
E che cosa costituisce un luogo? Per Heidegger, la presenza di edifici, di elementi, in grado di porsi come luoghi essi stessi. L’essenza della nostra vita non è quindi nello spazio, ma nel luogo, in quanto questo prende origine solo a partire dall’edificio, dalla costruzione, che genererà un nuovo spazio. Per gli uomini quindi, il rapporto, la relazione con il luogo, potrà avvenire solo attraverso l’abitare. Possiamo pensare cioè, e purtroppo, che i nostri territori sono pieni di siti, ma scarsi di luoghi, proprio perché manca la concezione qualitativa dell’architettura.
La rilettura critica del testo di Heidegger condotta da Massimo Cacciari, mostra come “il non-abitare è il carattere essenziale della vita metropolitana”, il vivere nell’a-topia, nell’assenza di luogo, proprio per il fatto, richiamando Spengler, che “lo spirito si sente estraneo allo spazio in cui il paesaggio è sistematicamente distrutto dall’edificare”.

E’ l’immersione nel paesaggio che ci manca | Sono convinto, per quel poco che conosco gli abitati ai piedi delle Alpi Feltrine, che questi aspetti si possano ancora ben percepire passeggiando in quei luoghi, più difficilmente da noi, proprio perché è ancora vivo e presente il “genius loci”, perché è ancora possibile cogliere l’intreccio tra l’uomo, le sue abitudini e l’ambiente circostante.

Trói de le Vane, immersione nel paesaggio (ph. T. Soppelsa)

Trói de le Vane, immersione nel paesaggio (ph. T. Soppelsa)

Riprendendo Turri si può certamente dire che il progetto “incontri sul trói de le Vane” nasca proprio con questa necessità, con questa intenzione, vale a dire un invito “ad andare oltre la materialità, oltre l’espansione distruttiva della città dell’uomo e gli invadenti tumulti megalopolitani”.
E’ davvero interessante quindi questo tentativo di uscire dall’a-topia rifacendo vivere il luogo di vita delle anguàne e immergersi nel colore proprio per cercare una materialità diversa.
Ricordo un’esperienza che feci molti anni addietro nelle foreste dei monti della Cantabrica dove andai a visitare un luogo magico chiamato il bosco dipinto.
Trovo quindi che la qualità dell’iniziativa stia proprio in questo; nell’avere colto una trasformazione. Se ai tempi di Palladio il paesaggio poteva essere nella nostra cultura occidentale un modello di contemplazione estetica che aveva trovato in Palladio stesso il suo massimo artefice, ora il paesaggio, se filtrato attraverso i gesti di iniziative come questa, può assurgersi a modello attraverso il quale possiamo comprendere il mondo.
Come scrive Rumiz, siamo inseriti “negli anni dello -spaesamento- e dello stupro del territorio” tanto da fargli chiedere: perché siamo così cambiati?
E la risposta lui la trova in questo: “è l’immersione nel paesaggio che ci manca”, si potrebbe aggiungere nel colore. Solo se si sarà in grado di essere un tutt’uno con il paesaggio sarà possibile invertire la rotta, ritrovare le nostre radici, tornare a dare un senso e un ritmo alla nostra esistenza.

Anguàne fuggevoli che acquistano rilievo | E mi vengono alla mente le “lezioni americane”, di Italo Calvino dove trovo scritto: “Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo”.
Siamo quindi nel mondo dell’indifferenza, niente più acquista rilievo, pertanto tutto si appiattisce e perde di significato. E’ come andare a forte velocità su una strada stretta, l’intorno scompare e non percepisci più nulla.
Palladio viaggiava con lentezza da un luogo all’altro e per lui il viaggio significava nuova conoscenza, narrazione, idee, noi ci muoviamo (anche i pacchi postali fanno questo) da un luogo all’altro, indifferenti, forse smarriti.
Ben vengano quindi le anguàne fuggevoli che acquistano rilievo.

Vittorio Giacomin autore del post

Vittorio Giacomin | vicentino, amo camminare, lentamente, dove capita, purché vi sia silenzio. Di mestiere mi occupo di architettura (architetto era Palladio), di ambiente, paesaggio e territorio.

3 commento/i dai lettori

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  1. saccardo edi il7 gennaio 2014

    Ciao Vittorio,
    condivido in pieno il tuo scritto.
    Stiamo distruggendo la cosa più bella che possiamo vedere, amare, gioire .
    Cosa stiamo lasciamo ai nostri figli…..
    Non voglio far parte di scempi, amo questo paesaggio e come ha scritto Pino, nulla ci impedirà di lottare per difenderlo.
    Grazie….e non mollare MAI.
    Edi

  2. giustina zanato il31 dicembre 2013

    …é un bel regalo questa tua riflessione. E’ un regalo per chi sta per chiedersi che senso abbia una casa come quella que vogliamo costruire quando mi toglieranno anche la bella pianta di mango che in questi giorni ci regala ottimi frutti…come mi sentiró qui dentro fra qualche tempo?…e dove potro ancora pensare d’ aver potuto salvare anche il picco giardino che mi sta davanti e che offre un po’ di colore a chi passa frettoloso nella caótica cittá di Maputo. Grazie Vittorio…spero poter condividere anche di piú e meglio questi tuoi e miei sentimenti. BUONA ANNO ANCHE A PAOLA…

  3. Pino Fanchin il31 dicembre 2013

    Complimenti, Vittorio, un post davvero bello, oserei dire magistrale (se non temessi di apparire adulatorio), che condivido in toto. Purtroppo siamo pervasi quasi quotidianamente – anche nel luogo dove viviamo, Monticello Conte Otto – da brutali interventi sul paesaggio, che palesano, come tu dici, mancanza di sensibilità, di gusto, di amore per il proprio paese, e contro i quali è difficile combattere, anche a causa di leggi scellerate (ad esempio la legge regionale che va sotto il nome di “piano casa”), che tali interventi consentono e favoriscono. Ciò, tuttavia, non ci impedirà di continuare ad indignarci e a lottare (s’intende pacificamente) per la salvaguardia di quel prezioso bene comune che è il paesaggio italiano.
    Pino Fanchin

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