L'Aiguille du Midi vista lungo salita delle Marbrees (ph Claudio Loreto)

L’Aiguille du Midi vista lungo salita delle Marbrees (ph Claudio Loreto)

Fuori, nel buio, il vento ululava rabbioso e gelido. Rinserrai immediatamente la finestrella della camerata, provando un avvilente senso di piccolezza, e mi costruii addosso un’armatura di indumenti termici.

Scesi coi compagni in sala a tracannare due tazzoni di tè bollente e poi – moderno Don Chisciotte – spalancai l’uscio del rifugio e mi lanciai per primo nella tormenta, che però nel frattempo era – di colpo – clamorosamente cessata.

Quella domenica di giugno l’intera penisola sarebbe stata difatti preda di una eccezionale canicola: sul Ghiacciaio del Gigante, alle 5.30 del mattino, i miei ramponi calpestavano neve già mezza frolla e durante la marcia di aggiramento delle Aiguilles Marbrées (che intendevamo salire dal versante est) dovetti via via aprire ogni possibile cerniera per evitare di ritrovarmi infine a sguazzare dentro uno scafandro di sudore (per inciso, ero già alquanto irritato dal non essere riuscito a chiudere occhio per tutta la notte, probabilmente per via dello sbalzo di quota).

Lo scenario circostante, in compenso, mozzava il respiro e lungo la salita approfittai di una breve sosta della mia cordata per voltarmi e divorarlo con gli occhi: sulla destra, contro il chiarore pallido del sole sorgente, si stagliava scura la forma di un incredibile pilastro obliquo (il famoso Dente del Gigante); di fronte si estendeva un immenso anfiteatro bianco tra i cui palchi di picchi aguzzi sedevano con regalità il Tacul e l’Aiguille du Midi, mentre il sottostante, ondulato oceano di neve si colorava d’arancio laddove arrivavano – filtrando attraverso i varchi delle montagne – i primi raggi del mattino; a sinistra, suscitandomi brividi, si ergeva poi – grandioso e fiero – lui, il Monte Bianco.

Ero come ipnotizzato e schiacciai forte le palme delle mani contro le orecchie: non volevo che il vocio dei compagni spezzasse quell’incantesimo. Avevo voglia di sciogliermi dalla cordata, liberarmi del peso dello zaino e correre laggiù, segnando quella distesa immacolata con le mie orme, e lì saltare, fare capriole e lasciarmi rotolare lungo i pendii come un bambino. All’improvviso, però, il pensiero andò a Dario, mio compagno di tante vittorie giovanili sui campi di canottaggio ma soprattutto, fuori dalla barca, l’amico fraterno, prima che l’inimmaginabile (l’infatuazione verso una ragazza che aveva illuso entrambi) ci allontanasse, ciascuno convinto – a torto – di essere stato tradito dall’altro. L’avevo rivisto la domenica precedente dopo lunghi anni di reciproco e insensato silenzio, ridotto al lumicino da un male inesorabile su un letto d’ospedale a Firenze (aveva chiesto alla moglie di rintracciarmi e di potermi rivedere); la larva che mi ero trovato davanti non aveva nulla a che fare con il ragazzo aitante e gioioso che avevo conosciuto: Dio, quanto avrei voluto strappare il groviglio di tubicini che lo avvolgeva e porre immediatamente fine a quella disumana trasformazione del “mio” Dario, dandogli la pace! Come quella che stavo provando io adesso, di fronte a tanta assoluta bellezza… Egoisticamente scacciai via l’antico amico dai miei pensieri.

La salita alla cima più alta delle Marbrées – quella “nord” – non è tecnicamente ostica. Tuttavia un tratto interamente innevato ci rallentò parecchio; il ghiaccio, infatti, s’era fatto poltiglia: quando, al di sopra della testa, vi conficcavo la becca della piccozza e poi tiravo per issarmi, quest’ultima scivolava subito giù sfarinando il terreno; alla stessa stregua, i gradini che ero costretto a crearmi con le punte anteriori dei ramponi e dopo a consolidare battendovi ripetutamente sopra il piede, quasi sempre poi cedevano sotto il mio peso, facendomi slittare in basso e perdere più terreno di quanto non ne avessi appena guadagnato. Sempre badando, ovviamente, a non perdere comunque mai l’appoggio sulla montagna, altrimenti l’intera cordata avrebbe potuto correre il rischio di ruzzolare giù per il lunghissimo canalone.
“Ma non avevo proprio nient’altro da fare oggi?” – mi chiedevo, grondando sudore e col pensiero che correva al caffellatte con focaccia calda che a quell’ora mi avrebbe amorevolmente servito a letto mia moglie se me ne fossi invece rimasto cheto a Genova.

Ad ogni modo, facendo da ultimo stridere orripilantemente i ramponi sulle rocce della torretta sommitale, alla fine giungemmo in vetta (un’autentica “punta”, vi era spazio a sedere per una persona soltanto). La giornata era splendida e avrei voluto fermarmi lassù per un po’, ma Fulvio (il capo-cordata) batté ripetutamente il dito sul suo orologio da polso per rammentarci che eravamo alquanto in ritardo sulla tabella di marcia.

Lungo la cresta innevata che digrada verso sud tutte le cordate procedettero con estrema cautela: la stretta “traccia” era ormai quasi melmosa e talvolta i ramponi non facevano granché presa, così il rischio di scivolare e poi andar giù a velocità supersonica lungo l’uno o l’altro dei ripidissimi fianchi della montagna diventava… beh, plausibile.

“Occhio, Claudio, concentrati sui passi, ricordati che tieni famiglia!”, continuavo a ripetermi. Primo di cordata nella lenta e delicata discesa, ad un tratto mi avvidi di un provvidenziale spuntone di roccia intorno al quale fissai prontamente un cordino di sicurezza, attrezzandolo poi di moschettone; dopodiché proseguii però oltre, dimenticandomi bellamente di inserire dentro a quest’ultimo la corda che mi legava alla compagna dietro! Fulvio dall’alto mi segnalò a voce l’omissione ed io, rettificando il mio ritornello (“Occhio, imbecille, ricordati che… ecc. ecc.), tornai indietro per rimediare. Poi più dabbasso, data l’eccessiva lentezza con la quale stavamo procedendo, venne infine deciso di portarci direttamente sul ghiacciaio, calandoci uno alla volta con manovre di corda attraverso un ripido canale di neve.

Quando fui sulla terrazza del Nuovo Rifugio Torino accesi il cellulare per avvisare a casa che la giornata si era conclusa – così pensavo – felicemente; subito un “bip” mi segnalò la presenza di un messaggio nella segreteria telefonica. Era della moglie di Dario: mi informava, con un filo di voce, che lui se ne era andato alle 6.15 di quel mattino, cioè all’ora in cui, durante la risalita del ghiacciaio, mi era improvvisamente comparso nella mente.

Un mese più tardi, coronando un sogno, giunsi lungo la “via normale” sulla vetta della Cima Grande di Lavaredo.

Avevo letto che anche lassù, fissate ad una corda tesa, sventolavano delle piccole “lung-ta” himalayane e così dallo zaino estrassi un oggetto di cui, per nulla al mondo, mi sarei prima mai spossessato: la medaglia di bronzo conquistata in un’importante regata internazionale insieme a Dario. Con il suo stesso nastrino azzurro la assicurai bene alla funicella, immediatamente dopo l’ultimo drappo sacro: congiunsi le mani sul petto e le rivolsi un lungo inchino, poi i miei occhi si persero, malinconici, nelle meraviglie che mi circondavano.
Non credo in alcun aldilà. Tuttavia, ancora oggi mi piace pensare che il vento e il gelo, polverizzando poco a poco quel pezzo di metallo, abbiano “liberato” la storia di fraterna amicizia che essa custodiva, conducendola fino alle stelle e rendendola lassù eterna.

Claudio Loreto autore del post

Claudio Loreto | Classe 1960, vive a Genova. Tra i suoi interessi la Storia, i viaggi e lo sport: canottiere con un lungo passato agonistico, nel 2008 è stato insignito del premio Palmaremo dalla Federazione Italiana Canottaggio (della quale è stato anche dirigente territoriale) e nel 2011 della Stella di Bronzo al Merito Sportivo dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Appassionatissimo di montagna, trascorre le proprie ferie sulle Dolomiti. E’ socio della Sezione Ligure-Genova del Club Alpino Italiano.

2 commento/i dai lettori

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  1. andrea il17 novembre 2014

    Claudio n. 1 … non solo per il bellissimo racconto della scalata!

  2. clorinda il12 novembre 2014

    Bravo Claudio, ennesima interessante sfida, come sempre raccontata magistralmente.

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