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Stavamo salendo verso il Monte Maniglia, in Val Maira, in uno dei pochissimi giorni senza sole di quest’estate.
A dire il vero, camminavamo avvolti da una nebbia scura e opprimente, che solo a tratti dava segno di voler cedere ai tentativi troppo timidi dei raggi del sole. Avevamo fatto circa novecento metri di dislivello, le montagne attorno si potevano solo intuire, sagome vaghe attorno a noi, di fatto camminavamo guardandoci i piedi.

A un certo punto, e senza un motivo particolare, mi sembrò che potesse bastare.

“Torniamo indietro?”
“Ma va, sento l’odore della vetta!”
“Certo, arriviamo fino a qui per tornare indietro ora”.

I miei compagni di escursione ovviamente non erano d’accordo. Non tornammo indietro e, come si conviene, arrivammo in cima. È incredibile come la nebbia sia capace di togliere qualsiasi retorica a una vetta. Senza panorama, circondati da un grigio umido piuttosto omogeneo, seduti sulle rocce anch’esse grigie, avremmo potuto essere ovunque. Aspettammo invano che il cielo si aprisse. Nelle nubi a un certo punto si stagliò la forma di un cane, poi quella di un uomo, che si fermò sull’antecima. Ci salutammo con un cenno, e dopo poco ridiscesero. Noi aspettammo invano ancora un po’ e poi, come eravamo saliti, ci abbassammo tra le nubi.

Mi è successo altre volte di voler tornare indietro o fermarmi a poche decine di metri da una cima. A volte per paura di qualche passaggio, a volte per sfinimento. Ma rivendico un’ombra di ribellione in questo desiderio di per sé rinunciatario. L’idea di dover sottostare a un obiettivo anche in montagna in fondo mi sta stretta.
Detesto mancare un cima – il peso dei significati legati a una croce, a un ometto o un sasso è ancora troppo forte – ma per certi versi detesto anche raggiungerla. Perché poi è “fatta” e il “farcela” è qualcosa che mi lascia sempre un fondo amaro, qualcosa che invece di riempire svuota.
E poi c’è subito un’altra cima, un’altra montagna da immaginare e da fare. È un gioioso gioco infinito, ma il confine con la trappola è labilissimo.

Simone Moro dice che quando gli capita di non raggiungere una vetta non sente di aver bruciato la spedizione: “non pratico alpinismo neppure per i dieci o quindici minuti in cui ti trovi in vetta; quando sono in vetta, non sono in un posto più bello rispetto a venti metri prima.”

Per il nuovo anno auguro a me stessa di saper essere abbastanza libera da tornare indietro quando ho voglia. A voi di praticare esercizi di umiltà e di anarchia, non necessariamente in quest’ordine.

Simonetta Radice autore del post

Simonetta Radice | Giornalista pubblicista, addetta comunicazione. Da sempre amo la montagna e tutto ciò che ha a che fare con essa. La libertà è un poco al di là delle tue paure. Vivo tra Milano e Gignese (VB) e questo è il mio blog http://estateindiana.wordpress.com/

17 commento/i dai lettori

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  1. Andrea Perini
    Andrea Perini il11 gennaio 2016

    La montagna è impassibile e longeva (anche se non eterna), siamo noi a personificarla e ogni tanto mi piace immaginare che se la ride dei nostri giochi e litigi. I caratteri e i valori che le attribuiamo sono le proiezioni della nostra persona e quando parliamo dei monti forse parliamo un po’ di noi stessi. In tal senso sostenere che esista un unico modo giusto di andare in montagna, viverla e sentirla equivale a rinnegare la diversità che esiste tra gli uomini; si può condividere o meno un modo, ma sentenziare qual è migliore o peggiore mi sembra quantomeno inopportuno. Finché si rispetta la montagna (e le altre persone), ognuno deve essere libero di seguire il proprio modo di frequentare i monti che può cambiare e maturare con il passare degli anni, sia che si valorizzi la cima a tutti i costi o la ribellione della rinuncia (per fare un esempio) … in fondo una volta si diceva “il mondo è bello perché è vario”. Ringrazio l’autrice per avere fornito lo spunto per queste riflessioni anche se forse trascendono un po’ il tema centrale dell’articolo.

  2. Andrea Perini
    Andrea Perini il9 gennaio 2016

    L’articolo è una buona partenza per riflessioni neppure troppo scontate. A parer mio non esiste un modo migliore o peggiore per vivere la montagna, ognuno segue il personale sentire in cerca della propria esperienza: chi segue precisi programmi, chi avanza seguendo il sentimento, chi punta dritto alla vetta, chi percorre il sentiero alla sua base … ogni modo ha il suo fascino.
    È capitato anche a me di arrivare in cima tra le nuvole e aspettare ore in attesa di uno squarcio per vedere il paesaggio, ma infine scendere sconsolato; poi capita che quando stai scendendo comincia a uscire il sole e ti viene voglia di risalire subito quella stessa cima per fare anche solo una foto. Anche qui non c’è giusto o sbagliato, forse sono solo modi diversi di affermare se stessi e la propria libertà.
    Mi piace notare come le cose cambino nel tempo: una volta si esaltava il “sentimento della vetta” ora si valorizza la “ribellione della rinuncia”. Una rinuncia che avviene senza motivo tangibile, diversa da quella di cui già molto è stato detto e scritto, legata alla necessità di saper rinunciare in presenza di pericoli, difficoltà, sfinimento. Una ribellione che ha senso se una cosa viene imposta dagli altri o talvolta anche da se stessi, ma che forse è superflua se quando andiamo in montagna lo facciamo liberi di fare quello che vogliamo perché lo vogliamo; certo se abbiamo un obiettivo (che sia il rifugio, la vetta, l’esplorazione, il perdersi, la ricerca del bello o della serenità) ci vuole anche un po’ di forza di volontà per perseguirlo.
    Personalmente faccio fatica a pensare di voler improvvisamente e volutamente mancare una meta che mi ero prefisso, anzi se devo essere sincero talvolta mi succede il contrario e talvolta vedendo un’altra cima, o forcella, o rudere mi domandò “… perché non andare a vedere?” e così inevitabilmente il cammino si allunga e alla fine della giornata mi sento maggiormente soddisfatto e arricchito per aver raggiunto la mia cima e non solo, per aver visto posti nuovi e imprevisti. E ogni cima è un nuovo punto di vista verso altre cime (reali o metaforiche) che prima o poi si desidererà salire … se questo gioco sia una “trappola” o “collezionismo” può darsi, non so … forse sono solo cose che cambiano con il passare degli anni quando dallo spirito di sfida si passa allo spirito di riflessione, quando la brama di conquista diventa brama di tranquillità e anche … ahimè … quando inevitabilmente la prestanza fisica diminuisce. E sono convinto che, anche dopo aver raggiunto tutte le vette o quando non si sarà più in grado di arrivarci, la montagna saprà sempre offrirci dell’altro … il mio augurio è di accorgersene il prima possibile.

    • Giorgio Madinelli
      Giorgio il9 gennaio 2016

      Non si riesce a leggerti. Sei un cerchiobottista. Nonostante tutto tra le tue righe si capisce che sei lo stereotipo del caiano doc, sopratutto quando usi i termini sfida e conquista; ma devi proprio diventare fisicamente poco prestante per abbandonare questi tuoi retaggi culturali? Il titolo di questo post ha due parole a te sconosciute e non vale dire che ognuno fa quello che vuole per tentare di nascondere la tua ignoranza. A volte stare zitti è meglio, dammi retta.
      Prima o poi (è una minaccia) ti becco e ti faccio vedere io cosa non è la montagna!

    • Simonetta Radice
      estateindiana il11 gennaio 2016

      Ecco, quello che mi è capitato quel giorno (ma non solo) è di “volutamente mancare una metà che mi ero prefisso” per il gusto di non avere (più) una meta e di togliere un po’ di retorica all’idea della vetta. Non più un viaggio ma un vagabondaggio. Senza che voglia in alcun modo additare modi giusti o sbagliati di andare in montagna, lungi da me.

      • Andrea Perini
        Andrea Perini il13 gennaio 2016

        Bello il vagabondaggio (forse un po’ come il Wandering di Hermann Hesse?), una specie di camminare per camminare; una “arte difficile” da iniziare soprattutto perché bisogna essere disposti ad abbandonare le normali consuetudini e intraprendere una sorta di viaggio riflessivo.

  3. Roberto Avanzini il8 gennaio 2016

    “Ma rivendico un’ombra di ribellione in questo desiderio di per sé rinunciatario.” Una delle frasi più belle che ho letto in questo blog!
    Qualche anno fa stavo salendo ad una cima ed ero preceduto da degli sconosciuti. Per anni in queste occasioni ho aumentato il ritmo per raggiungere e superare chi mi precedeva, per sfidare me stesso, per calcare sull’allenamento, per autoaffermazione. Anche quel giorno son partito a razzo ma dopo un po’ mi son fermato di botto, rendendomi conto della vacuità della mia azione.
    Mi sono sentito più libero, tanto che mi pareva che le montagne attorno mi sorridessero. Ancora oggi quando andiamo in gruppo non voglio mai essere il primo ad arrivare in cima. Aspetto gli altri e mi faccio superare. Perché nel nostro mondo non esiste uno spazio di libertà e ribellione più grande della rinuncia a ciò a cui tutti ambiscono. Grazie a Simonetta Radice per averlo qui ricordato.

    Roberto Avanzini

  4. luciano pellegrini il5 gennaio 2016

    Di sicuro non è un buon esempio per i giovani, ma neanche per gli adulti. A cosa serve fare una escursione, (certamente il meteo ha fornito la situazione), quando non vedo nulla. Resta la vittoria che ho ottenuto combattendo con la montagna. Posso raccontarlo alle persone, come tu hai fatto e probabilmente affrontare meglio la settimana, perché mi sono scaricato. Valutare il pericolo è la prima cosa che si insegna a chi pratica la montagna, ma la montagna bisogna temerla.Siete a conoscenza DELLA SANA CULTURA DEL RISCHIO? Stabilito che ognuno è libero di RISCHIARE, occorre la PRUDENZA!

    • Simonetta Radice
      estateindiana il5 gennaio 2016

      Qui non c’era alcun pericolo, solo un po’ di nebbia su un percorso escursionistico facile e pure tracciato. Non c’erano temporali, non c’era nulla. Anzi, per la meteo nemmeno quelle nubi dovevano esserci. Quando il tempo è così puoi sempre sperare che si apra. Non ti è mai successo? Ti muovi solo con le giornate perfette? :)

  5. Simonetta Radice
    estateindiana il5 gennaio 2016

    Ciao Giorgio, buon anno!

  6. Giorgio Madinelli
    Giorgio il5 gennaio 2016

    La vetta è un condizionamento nel senso che è un bel pacco preparato! Che te ne sia accorta e che tiri in ballo una voce “importante” per confermarlo è già qualcosa.
    Giuro che ci sono tante altre belle cose che potrai scoprire quest’anno. Ciao.

  7. Riccardo il4 gennaio 2016

    Grazie per quest’augurio Simonetta, molto bello: esercizi di umiltà e di anarchia ….

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