Torrentisti nel corridoio finale del Ciolesan in Friuli (foto ©Dolomiti Guides)

Torrentisti nel corridoio finale del Ciolesan in Friuli (foto ©Dolomiti Guides)

Il torrentismo, o canyoning, sta registrando negli ultimi anni un aumento costante degli estimatori. Ma è una attività che va affrontata con preparazione tecnica e conoscenza del territorio. Abbiamo chiesto a Paolo Conz, a. guida alpina, di raccontarci le emozioni e i potenziali pericoli di questo sport.

Prima dell”avvento dei cellulari e delle playstation, quando i bambini erano ancora lasciati allo stato brado dai genitori, senza troppi patemi d”animo e obbligo di rintracciabilità, da piccoli si andava liberamente alla scoperta della natura. Da soli.
Qualche decina di anni fa era consueto, e non raro, vedere gruppetti di bimbi avventurarsi tra boschi e torrenti senza la supervisione degli adulti. Una delle destinazioni estive erano le pozze cristalline disegnate dalle cascate sotto salti di roccia e scivoli di pietra. Piscine spontanee in cui immergersi sfidando la morsa di gelo istantanea. I più si accontentavano di un rapido bagno e qualche tuffo. Gli altri, i temerari, sparivano alla vista, per cercare di risalire le strette gole erose da secoli d”acqua a caccia della fonte, tra questi ultimi c”era anche Paolo Conz. Aspirante guida alpina con specializzazione in canyoning, parte del gruppo Dolomiti Guides, elitecnico del Soccorso alpino, Paolo ha conservato la passione per il torrentismo – che in realtà si pratica al contrario, da monte a valle – discendendo una cinquantina di forre diverse in nord Italia, Abruzzo e Francia, con alcune aperture e prime ripetizioni.
Il torrentismo, o canyoning, sta registrando negli anni un aumento costante degli estimatori. Indossati muta, calzari, scarpe antiscivolo, imbrago, casco, allestiti gli ancoraggi, ci si cala in ambienti meravigliosi, suggestivi tunnel di sovrapposizioni geologiche, gole con pareti di muschi e felci percorse da letti di piccoli e grandi ciottoli arrotondati dagli urti.
Pur praticato in ogni stagione, con le dovute precauzioni, il migliore torrentismo si vive a partire dalla tarda primavera. Ma attenzione perchè, sebbene sia una disciplina verso cui accompagnare anche i bambini (che si divertiranno come matti), lungo la forra di un torrente un qualsiasi incidente, anche banale, può trasformare una piacevolissima esperienza in un incubo da dimenticare.

Paolo Conz, a. guida alpina

Paolo Conz, a. guida alpina

Paolo, ti ricordi la tua prima forra da bambino?
Come tanti ragazzi che vivono in montagna, uno dei principali passatempi estivi era quello di andare nei torrenti o nei laghi, sia per prendere il sole, sia per misurare il proprio valore agli occhi degli altri nei tuffi. Per i ragazzi del mio paese, il luogo più vicino dove far questo era in Val Canzoi, dove il torrente Caorame presentava una gola appena sotto la strada. Tutti i ragazzi fino ad allora si erano fermati a metà forra, usufruendo anche di qualche traccia di pescatore. Di lì in poi le pareti si restringevano, rendendo l”ambiente tanto tetro e misterioso quanto freddo. Con Alberto, mio amico, decisi una volta di dare un occhio a cosa c”era dopo, utilizzando per l”occasione un materassino gonfiabile per facilitarci nei lunghi corridoi acquatici. Risalimmo così con solo il costume per dieci minuti, fino a quando trovammo un alta briglia di cemento che segnava la fine della nostra”esplorazione”. Soddisfatti, ritornammo agli asciugamani, ma sopratutto al desiderato sole. Altre zone in cui si andava spesso erano i Cadini del Brenton, dove c”era il mitico “Salto del Rambo”, vero e proprio test di coraggio per tutti i ragazzi della Val Belluna.

E quella che ti ha stregato da adulto?
Il primo vero canyon fu invece la Val Zemola, vicino Erto. Acqua abbondante, pareti altissime, archi rocciosi di calcare bianco sotto cui passare, fanno di questa valle una delle più belle e classiche delle Alpi. Qual miglior modo per far iniziare una passione…

Qual è la magia del torrentismo?
Si può, come tante altre cose, descrivere a parole cos”è il torrentismo, ma non c”è niente di meglio che provarlo in prima persona. L”ambiente: misterioso, potente, paradisiaco. Spesso oscuro che quasi sembra notte, altre volte solare con delle pozze di acqua color smeraldo. É tutta una sorpresa il percorrere un canyon. Non si vede cosa c”è dopo, e questo alimenta la curiosità. Si è piccoli, in forra: si sente la potenza dell”acqua nelle gambe, il rombo delle cascate… si è dentro e non sopra un mondo forgiato da forze enormi nei millenni. E poi esiste anche il lato ludico: tuffi, corridoi allagati, toboga, sifoni.. che danno (se si vuole) quel lato adrenalinico al tutto.

Calata durante una delle prime ripetizioni in una forra dell”Agordino (foto ©Dolomiti Guides)

Nelle Dolomiti Bellunesi sono censite numerose forre, quali sono le più interessanti?
Pochi lo sanno, ma la provincia di Belluno presenta alcuni tra i canyon più belli d”Europa. Nomi come Val Maor, Val Maggiore, Val Clusa, Val Fogarè, Val Soffia, Val Montina o la vicina Zemola non dicono niente a molti. Eppure sono gole conosciute ed ambite dai forristi di tutto il continente.

Molte spettacolari gole si trovano all”interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, dove il torrentismo è vietato. Tempo fa l”Ente pareva intenzionato a togliere il divieto per alcune, a che punto siamo?
Un po” di anni fa, un gruppo di affezionati torrentisti fece un censimento di tutti i canyon presenti all”interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, relazionandone gli accessi, il percorso, ed una sommaria analisi ambientale. Scopo del tutto era capire se era possibile l”apertura al pubblico di alcuni di essi, in modo da non gettare al vento una risorsa che tutti gli appassionati di questa disciplina ci invidiavano. Ci furono dei colloqui, delle telefonate, ma tutto alla fine restò sospeso a mezz”aria, come spesso siamo abituati in Italia. Spesso Better safe than sorry!Here is an example of the health affordable-health.info exchange application form for individuals. si sentono molte voci inerenti al caso in questione. Ma è sempre qualche voce di corridoio e niente di ufficiale. Spero che nei prossimi anni si riprenda in mano la questione e se ne parli a tavolino. Sarebbe un qualcosa che gioverebbe moltissimo all”economia del posto ed il cui impatto ambientale sarebbe pari a zero.

Quali sono i maggiori rischi del torrentismo, anche rispetto alla stagionalità?
Il canyoning è un attività spesso e volentieri sottovalutata. Nasconde dei pericoli non facilmente distinguibili, che spesso non concedono possibilità di rimedio, un po” come nello scialpinismo. La piena è uno di questi. Erroneamente si pensa che il livello d”acqua di un torrente quando piove si alzi in maniera diluita nel tempo. Nella realtà una piena si presenta come un vero e proprio muro, anche di qualche metro, che porta con se tutto quello che incontra per strada. Inoltre è difficilmente prevedibile, in quanto dipende da numerosi fattori. Un altro pericolo sono le forze che l”acqua genera. Conoscere online casino l”acqua e la sua fisica è indispensabile. Così come bisogna conoscere le tecniche di calata adatte, che consentono sempre di ritrovarsi svincolati in presenza di turbolenze. E molte altre cose: lo scivolamento, l”attrezzatura non idonea, il freddo…, tanti fattori che invitano ad evitare l”improvvisazione e ad appoggiarsi a professionisti.

Dove nasce il canyonig?
Il canyoning nasce un po” a macchia di leopardo in quelle zone d”Europa dove generalmente era presente una consolidata attività speleologica. Furono proprio gli speleo, abituati a guardare dall”alto in basso, ad intrufolarsi con tecniche e mezzi improvvisati nei canyon più evidenti e impressionanti. Scoprirono così un mondo che non si aspettavano, meraviglioso quanto divertente. A vedere poi il tutto da un lato prettamente sportivo e commerciale furono come sempre i francesi, che perfezionarono i materiali e le tecniche di questa disciplina da “Eau Vive”. In Italia, oltre alle prime guide alpine che capirono le potenzialità del torrentismo, nacque anche la prima associazione di canyoning. Entrambe le realtà discesero, attrezzarono e censirono la gran parte dei canyon presenti nel proprio paese. Per parlare delle forre del Bellunese i maggiori esploratori furono, oltre a qualche speleo locale, un gruppo di marchigiani-abruzzesi e dei gruppi friulano-triestini.

Attrezzatura da canyoning (foto ©Dolomiti Guides)

Attrezzatura da canyoning (foto ©Dolomiti Guides)

Cosa serve – attrezzatura e preparazione – per affrontare una gita in forra?
Attrezzatura minima necessaria: muta e calzari in neoprene da almeno 5 millimetri o muta stagna, casco, imbracatura specifica, moschettoni, discensori e zaini appositi, casco, corde semistatiche e scarpe morbide (ce ne sono oramai diversi modelli specifici per il canyoning). La ditta Fitwell di Pederobba sta progettando in questo periodo una scarpa da canyoning che penso sarà all”avanguardia nel settore, ne ho visto il prototipo, e conoscendo la fissazione nella ricerca della qualità che opera in qualsiasi suo prodotto (100% made in Italy), ho sentore che uscirà qualcosa di veramente rivoluzionario. Bisogna saper nuotare. Per la gran parte degli itinerari nelle Dolomiti Bellunesi basta un livello base. Alcune discese invece impongono una capacità maggiore. Non bisogna aver paura di essere appesi a qualche decina di metri da terra. Una discesa in canyon necessita sempre di calate con la corda. Un briciolo di gamba per alcuni itinerari che richiedono un avvicinamento, quasi mai oltre l”ora.

Spettacolare salto nella gola del Ciolesan (foto ©Dolomiti Guides)

Spettacolare salto nella gola del Ciolesan (foto ©Dolomiti Guides)

Quali consigli dai a chi online casino voglia avvicinarsi al torrentismo?
Se dovessi dare un consiglio a qualcuno che vuole avvicinarsi al torrentismo gli direi innanzitutto di affidarsi a dei professionisti. Ricercare quindi guide alpine con specializzazione canyoning. Non esiste alcun altro tipo di guida, accompagnatore o istruttore abilitato dallo Stato Italiano all”accompagnamento in canyon. Quindi direi di addentrarsi a passi graduali in questo ambiente vedendo man mano tutti i potenziali pericoli in cui si può incorrere e che, come detto prima, spesso sono nascosti alla vista dei più. Proseguire dopo eventualmente da soli, prediligendo comunque itinerari ottimamente attrezzati e che richiedono un impegno generale basso.

Ci sono ancora forre inesplorate?
Oramai nelle Alpi i grandi canyon sono già stati discesi da molto tempo. Resta qualche piccola forra magari, ma il grosso è stato oramai fatto. C”è ancora qualche cosa da fare in sud Italia, altrimenti bisogna prendere l”aereo ed andare in un altro continente. Ogni tanto salta fuori ancora qualcosa di molto interessante, come il canyon alla base delle Eiger in Svizzera, o il torrente Vielia in Friuli, discesi entrambi per la prima volta solo qualche anno fa.

E” vero che le forre sono spesso vere discariche?
Purtroppo negli anni “60-“70 le valli erano le discariche di ogni paese. La passione per questi luoghi ha portato nel tempo alcuni dei forristi a portar fuori più rifiuti possibili. Oggigiorno resta ancora qualche scheletro di motocicletta a valle di un ponte, ma oramai è un ambiente generalmente pulito. Alcune eccezioni di ignoranza ambientale purtroppo sussistono ancora in qualche zona specifica. L”abitudine di una vita porta degli anziani a buttare qualche bottiglia, qualche vaso, qualche cassetta di plastica nella valle che scorre a fianco della propria casa, piuttosto che al centro di raccolta differenziata poco vicino. Basterebbe l”interesse di qualche assessore e tutto si fermerebbe. Negli scorsi anni assieme ad altre guide abbiamo provato ad interessarci alla questione. Qualcosa abbiamo fatto, ma molto resta ancora da fare. Ed è una delle priorità che abbiamo per la tutela di questi luoghi.

Quali sono ancora i tuoi sogni “acquatici”?
Sogni acquatici ne ho tanti. Uno su tutti, l”Isola de la Reunion, la Mecca del canyoning, con alcune delle sue discese mito, come Fleurs Jeaune o Trou de Fèr.

Passaggio all”interno della Val Maor (foto ©Dolomiti Guides)

Qual è il percorso ideale per un futuro torrentista? Da quale forra iniziare e con quali proseguire?
Un torrentista, qui nelle Dolomiti Bellunesi, che volesse iniziare, dovrebbe farlo sicuramente con la Val Maor , facilissima, ma spettacolare. Continuerei poi con la Val Maggiore, molto divertente, e poi con una un po” più completa, come il Ciolesàn in Friuli. Quindi un Soffia (se si potesse…) ed un bel Zemola per gran finale. Se poi vuole ancora alzare il livello… beh, se ne ha per tutti i gusti.

Gli incidenti in forra, per fortuna rari, richiedono però interventi di recupero lunghi e impegnativi, puoi spiegare perché?
Gli incidenti in forra sono delle bestie nere come tipologia di intervento. Quando si ha tolto la corda dalla prima calata, si ha un unica via di uscita. E questa è spesso a qualche ora di distanza. Muovere una barella con dentro una persona in un ambiente umido e scivoloso, evitare che venga presa dal getto delle cascate o da qualche rullo d”acqua, porta ad avere lunghi tempi di intervento, nonché un numero considerevole di persone. Alle volte bisogna addirittura riattrezzare tutto il canyon perché magari l”attrezzatura in loco non garantisce degli standard accettabili di tenuta per i considerevoli carichi presenti quando si opera in soccorso.

Hai un ricordo particolare, un aneddoto a te caro?
Aneddoti e ricordi, piacevoli e no, ne ho molti. Ma un attimo mi è rimasto impresso nella memoria come uno dei più belli che abbia vissuto. Ero con il mio inseparabile compagno Giampaolo (Marchetti) sulla prima delle tre soste consecutive necessarie a discendere una mitica cascata del Bellunese (la più famosa, che non posso nominare). Sotto di noi 90 metri, di cui oltre metà strapiombanti. In fondo un enorme lago smeraldo. Tutto attorno a noi immense pareti a strapiombo e grondanti di acqua e felci. E al nostro fianco la cascata che, carica delle piogge dei giorni precedenti, dopo venti metri di verticale spiccava il gran salto, dissolvendosi in mille gocce. Una sensazione meravigliosa, quella di essere piccoli di fianco ad un mostro d”acqua che ruggiva ad un metro da noi, in un ambiente talmente isolato che facevamo fatica a concepire di essere a breve distanza da casa.

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Forse il timore frena i molti dal tentare, ma, dopo “il battesimo dell”acqua”, difficilmente si rinuncia a una seconda forra, al tornare all”interno delle gole scavate dal secolare passaggio dei torrenti, abbracciati da un ambiente arcaico e lontano, a provare il brivido dell”immersione in specchi trasparenti.
Una preghiera rivolta a tutti, vecchi adepti e futuri innamorati del canyoning: di fronte a qualche bottiglia di plastica, sacchetto, lattina galleggiante, non esitate a infilarli nello zaino e a riportarli da dove sono venuti, la civiltà. Anche del vostro gesto.

Michela Canova autore del post

Michela Canova | Classe 71, bellunese, fin da piccina, complice il nonno Antero, scorrazza per i sentieri delle Dolomiti, imparando nomi di fiori e piante. A undici anni, con la famiglia si trasferisce in Toscana, a Lucca, e, conclusi gli studi classici, si laurea a Firenze in scienze forestali con una tesi sulla lotta agli incendi boschivi. Tornata a Belluno, inizia a collaborare come giornalista pubblicista con il Corriere delle Alpi, per 6 anni, e successivamente, per 4 anni, con il Corriere del Veneto, occupandosi per entrambe le testate di cronaca e montagna. Dal 2005 è addetta stampa del Soccorso Alpino e Speleologico Veneto. Freelance, è consigliere dell'Ordine dei giornalisti del Veneto dal 2010.

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