Incidenti_04

Chi scrive pensa che, in montagna, a volte è possibile imparare anche dagli errori altrui.

Parlare di incidenti accaduti in montagna nel modo più dettagliato possibile, capire cosa è successo, fare una analisi e stendere un piano di prevenzione ha l’obiettivo di imparare dagli errori compiuti da altri alpinisti in modo tale da poter arrivare, oggi, a casa sani e salvi e poter andare ad arrampicare anche domani.
Incidenti_05L’American Alpine Club dal 1951 e, a ruota anche le riviste alpinistiche americane da anni, si dedicano a questi argomenti con l’obiettivo di suggerire come cavarsela, aumentare la prevenzione e salvare vite umane – si veda la pubblicazione Accidents in North American Mountaineering.
E’ importante incoraggiare gli alpinisti ad imparare le nuove tecniche per riconoscere come il fattore, o meglio l’errore, umano gioca sempre un ruolo importante nella maggior parte degli incidenti.

In Italia siamo ancora lontanissimi da questo approccio razionale basti pensare che una rivista specializzata italiana ha iniziato con una rubrica in cui descriveva un incidente, effettuava l’analisi di ciò che era successo e suggeriva infine misure preventive ma uno sponsor della rivista stessa ha cercato di impedire che questa iniziativa andasse avanti poiché è bene non toccare questi argomenti che qui in Italia sono ancora tabù.

Chi scrive ha cercato spesso informazioni su alcuni incidenti che lo hanno toccato ma spesso non si trova molto né sui giornali che sono ovviamente interessati alla tragedia ma non alla dinamica alla base dell’errore umano, né sui tantissimi siti e forum internet dedicati all’alpinismo e neppure sui siti ufficiali del Soccorso Alpino (CNSAS), da qui la radicata convinzione che si tratta di argomenti troppo scottanti, a volte con indagini ancora in corso o comunque dove conta la privacy ed il rispetto per i familiari degli alpinisti deceduti.
Il risultato è che si conosce poco ed in maniera superficiale quello che è capitato sulle nostre montagne e quindi non si riesce a definire una strategia di suggerimenti migliorativi o di prevenzione in genere.

Dopo questa lunga premessa, fra gli eventi alpinisticamente dolorosi del 2012 desidero soffermarmi ed approfondire due fatti che mi hanno colpito.

Big Wall Masters John Long, Jim Bridwell and Dale Bard

Big Wall Masters John Long, Jim Bridwell and Dale Bard

John Long ed il nodo bulino fatto male
Il primo fatto ha riguardato il celebre scalatore americano John Long, storico compagno di cordata di Jim Bridwell, primo salitore in una sola giornata, nel 1975, della via del Nose al Capitan. John Long, cinquantanove anni, nella sua lunghissima carriera di scalatore di oltre quarantacinque anni, oltre ad avere compiuto numerose imprese in Yosemite Valley ed aver fondato il gruppo degli Stonemasters è anche un noto scrittore di manuali di arrampicata.
Negli anni ha scritto circa quaranta libri e venduto oltre due milioni di copie in tutto il mondo. I suoi libri sono noti per essere dei precisi trattati di come aumentare la sicurezza in montagna e nelle diverse tecniche di scalata.

Eppure John Long, quasi al termine di una giornata di scalate nella palestra indoor di Los Angeles è rimasto vittima di una rovinosa caduta a causa di un nodo bulino fatto erroneamente.
Fortunatamente per lui se la caverà… ma a noi interessa evidenziare l’errore di distrazione possa avvenire anche alla persona più esperta, alla persona che ha fatto e rifatto la stessa manovra per migliaia e migliaia di volte.
John Long ha affermato che era stanco dopo tutta la giornata di lavoro In that case, how do you check your credit score and debt contracts are extinguished with money (not credit). e che si è trattato solamente di un errore di distrazione dovuto al fatto che finché faceva il nodo stava parlando con un compagno.

Qualcuno ha affermato che questo errore può capitare a chiunque, cosa non assolutamente vera, poiché se uno scalatore si fa il nodo concentrato e senza parlare con nessuno e terminato il nodo chiede al compagno di controllare il nodo mentre contemporaneamente lui controlla come il compagno si sta apprestandosi a fare sicura (double check control), le probabilità che l’errore si ripresenti sono pressoché nulle.

Tra l’altro poi vale la pena di segnalare che conviene fare il nodo “otto” rispetto al bulino poiché è più facile controllare visivamente e velocemente che il nodo sia fatto bene, anche se gli estimatori del bulino dichiarano che, dopo lo strappo di un volo, è molto più semplice sciogliere un bulino rispetto ad un nodo “otto”. Io sono del parere che il nodo bulino vada abbandonato.

Il fatto che questo incidente sia capitato ad esperto ed online casino nbso ad un teorico della sicurezza attraverso innumerevoli e pregevoli manuali, dimostra quanto spesso e con quale facilità possa capitare l’errore umano. Segnaliamo tra l’altro che un simile incidente per nodo non completato era capitato alla famosa scalatrice Lynn Hill.
Auguriamo la miglior ripresa possibile sia funzionale che di arrampicata a John Long anche se sappiamo che dovrà sottoporsi ad altre operazioni chirurgiche.

I tre alpinisti italiani dispersi sul Dome des Ecrins

I tre alpinisti italiani dispersi sul Dome des Ecrins

I tre italiani dispersi sulle Barre des Ecrins
Questo incidente è invece una tragica epopea dai contorni ancora poco chiari.
Tre esperti alpinisti italiani, Francesco Cantù, Damiano Barabino e Luca Gaggianese, con un bel curriculum alle spalle ad esempio la parete nord dell’Eiger, partono per salire l’impegnativa goulotte Gabarrou-Marsigny sulla Barre des Ecrins in Delfinato.
E’ una domenica di fine novembre e c’è una grossa perturbazione in arrivo prevista per il giorno successivo. Uno di loro tre conosce molto bene la montagna per avere salito qualche mese prima una via di ghiaccio adiacente alla goulotte in oggetto.
Non si sa bene cosa accada, ma arrivano in cima tardi, devono bivaccare e cominciano la discesa solo all’indomani quando arriva la lunga perturbazione autunnale. Lunedì pomeriggio i telefonini sono scarichi e di loro non si saprà più nulla e malgrado tutti i tentativi, ostacolati dal maltempo, del soccorso alpino francese non si troveranno neanche i corpi: bisognerà attendere il prossimo disgelo estivo per ritrovarli.
Questi sono i fatti.

Un’analisi razionale di questo incidente mette in luce diversi aspetti su cui fare attenzione.
Prima di tutto partire per una salita impegnativa avendo una finestra temporale limitata per l’imminente arrivo di una perturbazione è sempre molto rischioso, specie se si tratta di perturbazione autunnale che può durare anche una settimana e che in alta quota può tranquillamente significare un metro di neve con tutti i rischi dovuti a slavine e valanghe.
Tra le altre cose, riuscire a coniugare alpinismo di alto livello con un’attività lavorativa significa utilizzare il sabato e la domenica, ma a volte queste limitazioni sono troppo strette e difficilmente conciliabili con un alpinismo di ampio respiro.
E poi effettuare alpinismo veloce significa avere poca attrezzatura, leggera e poco cibo… ma se capita di bivaccare una, due o tre notti… è chiaro che l’alpinismo leggero se lo possono permettere solo i fuoriclasse. Mi viene in mente che le vecchie guide di una volta si tenevano sempre in fondo allo zaino un pezzo di lardo in caso di necessità!
Infine un altro errore che oggi si compie spesso è quello di non segnalare, non lasciare detto quale itinerario si salga e per quale itinerario si pensi di scendere: nella lunga settimana di ricerca e di attesa, il soccorso alpino ha provato a cercare in diversi versanti e lungo diverse vie ipotizzando quale potesse essere l’itinerario di discesa scelto dai tre sfortunati alpinisti.
Anche le comunicazioni con i cellulari verso i parenti sono state confuse e non sono state in grado di indirizzare bene i soccorritori. A posteriori, è facile affermare che bisogna imparare ad utilizzare bene questi preziosi strumenti nel fornire informazioni utili a chi sta rischiando la propria vita per venire a salvarti.
Purtroppo questo incidente ricorda un altro analogo incidente accaduto esattamente un anno prima sulle Grandes Jorasses dove la guida Olivier Sourzac e la cliente Charlotte De Metz sono state sorprese dal maltempo autunnale dopo la salita del Linceul. Il maltempo è durato una settimana e loro hanno cercato di resistere ad oltre 4000 metri senza sacchi a pelo né sacchi da bivacco per diverse notti.

A tutti questi alpinisti ma soprattutto ai loro familiari va il nostro ricordo e la nostra preghiera nonché la raccomandazione di fare tesoro di questi errori nel nostro alpinismo.

ulteriori approfondimenti: http://americanalpineclub.org/p/anam

foto post di apertura: http://www.tetonclimbingguides.blogspot.it/

Massimo Bursi autore del post

Massimo Bursi | Trentennale scalatore di crode dolomitiche, appassionato di montagne in tutte le stagioni, di storia dell’alpinismo, ama scrivere racconti di montagna (secondo classificato al Blogger Contest.2012), abita in provincia di Verona.

13 commento/i dai lettori

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  1. agh il1 marzo 2013

    Gestisco da 5 anni un forum di escursionismo in Trentino e Triveneto: http://www.girovagandoinmontagna.it. Capita spesso di commentare incidenti, ma tocca sempre affidarci ai resoconti giornalistici, che sono quanto di più approssimativo e impreciso (e non di rado contradditorio) possa esistere. Sono anche io fermamente convinto che si possa (e si debba) imparare dagli errori, propri ma anche altrui. Ma se non si hanno informazioni decenti, farlo è praticamente impossibile. Capisco, come dice qualcuno del Soccorso negli interventi precedenti, che a volte neppure i soccorritori sono in grado di capire la dinamica di certi incidenti. Tuttavia credo che disponiamo giù di un’ampia casistica da cui attingere e su cui poter ragionare, che è quella degli interventi delle varie sezioni del soccorso alpino in tutta Italia. Fatta la tara degli incidenti in cui non è possibile stabilire le cause, resta credo un ampio numero di incidenti che si possono indagare e spiegare. Spesso sono magari ricorrenti. Ma se queste informazioni restano “nascoste”, o riservate agli addetti ai lavori, la prevenzione possibile che si potrebbe fare da questi dati è inesistente. Oggi la rete è il più formidabile mezzo di comunicazione: perché non la si usa anche in questo senso?

    A questo proposito racconto un piccolo aneddoto: qualche tempo fa leggendo dell’ennesimo “convengo sulla sicurezza e sulle valanghe” che si teneva non ricordo più in qualche località montana (lontana da me diverse centinaia di km), ho chiesto a uno degli esperti che vi partecipava perché mai non si facessero le riprese video di questi convegni meritori e non si mettessero on line, a disposizione del pubblico (e si potrebbero anche trasmettere in streaming!). Risposta: “Hai ragione ma… non si può. I relatori sono molto gelosi”. Francamente mi sono cadute le braccia. A che serve fare questi convegni, anche molto qualificati, per poche decine di persone, quando la tecnologia permetterebbe una diffusione enormemente più ampia?

  2. Fabio Bristot il14 gennaio 2013

    “Analizzare un incidente a proprio beneficio non significa attribuire responsabilità” è un giudizio che ho estratto dall’ultimo post di G.G.G… è vero l’esatto contrario in quanto, ancorché “più rarefatto” che nel mondo antropizzato, l’ordinamento vigente arriva talvolta anche tra i monti in modo inaspettato. Il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi non arrivi non è sempre sintomatologia di assenza o, peggio, di inesistenza.
    Il fatto che alpinisti ed escursionisti siano tesi, a ragione, a trarre delle esperienze negative, talvolta tragiche, elementi per aumentare la sicurezza personale e collettiva non annulla, infatti, quanto il Codice Penale prevede in materia di reati che si possono facilmente riscontrare anche nella pratica dell’alpinismo. Ma non voglio creare terrore o paura.
    Lungi dal sottoscritto, infatti, fare il censore o proporre centoni demagogici, ma credetemi, parlo con cognizione di causa quando dico che la pietas e la privacy non sono in realtà il motivo per non affrontare le criticità emerse in questo serrato ed utile confronto.
    Quindi nessun tabù o alcuna volontà di misconoscere quanto va via via delineandosi in questo forum, piuttosto la necessità di conoscere a 360° gradi le problematiche correlate all’oggetto, problematiche che vanno dagli aspetti (meramente) di carattere assicurativo a quelli con risvolti penali, spesso di assoluto rilievo.
    Non considerare a priori, quale elemento di discussione, questa nuova variabile non è metodologicamente corretto e rischia di inficiare qualsiasi approfondimento, anzi di arrestare da subito ogni successivo contributo.
    Mi riprometto di ritornare sul tema producendo in punta di piedi alcune riflessioni che porteranno a comprendere cosa possa essere “pericolosamente” sotteso in un qualsiasi incidente in cui vi siano stati degli esiti mortali o anche solo delle lesioni. Come dicevo in apertura, la modesta letteratura e giurisprudenza al riguardo del tema trattato non è garanzia assoluta che non possano improvvisamente aumentare in modo incontrollato e devastante. Sia sufficiente ricordare cosa è successo quando il legislatore si è forzatamente accorto che, nella stagione invernale 2009/2010, si era registrato un aumento considerevole della mortalità legata agli eventi valanghivi: un disastro mediatico ed una miscellanea di proposte legislative che solo riunendo CAI, AGAI E CNSAS si è riusciti prima a contenere, poi ad eliminare.

    Fabio Bristot, delegato provinciale del Soccorso Alpino (CNSAS) bellunese

    • Massimo Bursi
      Massimo Bursi il15 gennaio 2013

      Comprendo bene le osservazioni di Fabio Bristot. Di fatto quando in Italia entra in gioco la legge si innesca sempre un ginepraio le cui conseguenze non sono prevedibili.
      La separazione fra ciò che è accaduto e chi è responsabile – che il “signor G” si auspica – di fatto in Italia sembrerebbe veramente irrealizzabile.
      Io vorrei riportare invece la semplicità e la pragmaticità americana, per cui il report si basa su dichiarazioni volontarie di chi è al corrente dei fatti.
      Vorrei accludere l’introduzione, tradotta, della scheda per evidenziare un singolo incidente.
      “Lo scopo principale di questi reports e della relazione annuale del volume di “incidenti alpinistici in Nord America” è quello di aiutare nella prevenzione degli incidenti. La persona che compila il modulo dovrebbe essere a conoscenza delle circostanze dell’incidente e inoltre la persona/e direttamente coinvolte devono poter completare la descrizione. Racconti completi e suggerimenti per i futuri alpinisti sono i benvenuti. Se tutte le persone coinvolte desiderano mantenere l’anonimato nei casi in cui non è stato coinvolto il soccorso coinvolti o la stampa, l’editor onorerà tale richiesta”.
      Io mi immagino, in un lontanissimo futuro, in Italia, che la scheda di raccolta di informazioni relativa agli incidenti verrà infarcita di articoli, commi, scritti con carattere piccolo e dal significato leguleio e/o assicurativo, ma comunque di difficile comprensione…. ma l’impressione generale sarà di stare attenti a quello che si scrive poichè potrà essere impugnato contro qualcuno o dalla magistratura o dalle assicurazioni.
      Si siamo complicati!
      Ma voglio ancora sperare che il contributo di Fabio Bristot e di altri responsabili del Soccorso, ci aiuti per uscire dall’empasse a produrre materiale informativo, chiaro, completo e basato su incidenti realmente accaduti.
      Massimo Bursi

    • Massimo Bursi
      Massimo Bursi il16 gennaio 2013

      Stanotte ho ripensato a quanto a scritto Fabio Bristot e non mi trovo totalmente d’accordo.
      Fabio suggerisce di mettere da parte la pietas e la privacy e di concentrarsi su aspetti penali ed assicurativi.
      Benissimo!
      Il fatto di pubblicare un report che riporti i fatti con la maggior precisione oggettiva possibile non vedo proprio come possa avere conseguenze impreviste penali o assicurative visto che tali fatti a fronte di un’indagine da parte degli organi competenti in ogni caso verrebbero a galla in un ambiente dove vige la trasparenza e l’amore per la verità.
      Tra l’altro mi sono messo in contatto con l’editore del report americano il quale mi conferma che malgrado gli USA siano la patria delle cause legali ed assicurative, i reports pubblicati, che riportano i fatti per come si conoscono, non costituiscono un problema poichè le stesse informazioni sono disponibili da altre fonti quali soccorso alpino o testimonianze dei superstiti.

      Probabilmente mi sfugge qualche aspetto, in ogni caso attendo, con calma, una replica o una smentita.

      Massimo Bursi

  3. G il14 gennaio 2013

    Scrive Massimo: “Fatta salva la privacy e la pietas nei confronti dell’alpinista, io mi sono chiesto: CHI ha fatto il nodo di giunzione delle corde?”
    Ecco, di questo in realtà non ce ne importa niente. Analizzare un incidente a proprio beneficio non significa attribuire responsabilità. Significa comprenderne le cause e trarne importanti insegnamenti. Nel caso in oggetto:
    – Incidente: il nodo di giunzione si è aperto
    – Causa (probabile): il nodo di giunzione era fatto male
    – Lezione appresa: prestare attenzione al nodo di giunzione, farlo sempre controllare anche al compagno ecc.

    Chi ha fatto il nodo? Totalmente irrilevante. Riguarda solo ed esclusivamente le loro coscienze e il magistrato che aprirà d’ufficio un inchiesta per accertare che non ci siano responsabilità oggettive nella morte dello scalatore. Ciò che puoi “mettere nero su bianco” in merito non cambia di una virgola ne’ l’una ne’ l’altra cosa, e in più non ci interessa perché non siamo ne’ psicologi ne’ magistrati. Nel caso specifico ci interessa solo che il nodo era probabilmente fatto male, sapere chi l’avesse fatto non ci dice niente.

  4. Morandi Roberto il9 gennaio 2013

    Scrivo in qualità di Capo Stazione della Stazione di Verona del Soccorso Alpino. Massimo non si ricorderà ma io lo ricordo sul treno padova-verona, verona-padova ai tempi dell’università mentre sfogliava libri di montagna…
    Sono d’accordo con lui in linea di principio.
    Dagli errori degli altri si possono imparare lezioni che, in taluni casi, possono perfino salvarti la vita.
    C’è però una cosa su cui non mi trovo perfettamente allineato.
    Più di forma che di contenuto.
    Sono vent’anni che frequento l’ambiente del Soccorso Alpino veronese e, malgrado Verona sia una Stazione di pianura, ho partecipato a decine di interventi. Incidenti banali, semplici ritardi ma anche eventi terribili con recuperi spesso impegnativi e rischiosi.
    Ebbene, riuscire a capire con chiarezza e lucidità cosa sia realmente accaduto in taluni incidenti è spesso molto difficile anche per noi soccorritori. Ecco, forse, perché i siti ufficiali del CNSAS spesso non ne parlano. Non è questione di tabù. In primis è, come dice Massimo per rispetto della privacy e dei familiari delle vittime, ma è anche una questione di impossibilità nell’avere un quadro completo e reale dell’accaduto. Spesso si possono fare supposizioni, ipotesi ma raramente si hanno certezze. Perfino nell’incidente citato da Massimo sulla giunzione di corde (incidente che ha visto coinvolta la mia Stazione) non si hanno certezze. Abbiamo più volte valutato l’accaduto, riguardato le foto, pensato e ripensato ma certezze non ne abbiamo.
    Quindi, forse, certi argomenti non vengono ufficialmente approfonditi non per reticenza, non per timore o tabù ma solamente per la consapevolezza dell’incompletezza di ogni nostra asserzione.
    Detto questo sono convinto che di queste cose possiamo parlarne.
    Anzi, dobbiamo.
    Consci però che le nostre parole rimarranno, probabilmente per sempre, nel campo delle ipotesi.
    E come tali devono essere trattate.
    Tra i compiti istituzionali del CNSAS c’è anche la prevenzione. Parlare di queste cose è sicuramente un modo di fare prevenzione.

    Roberto Morandi

    • Massimo Bursi
      Massimo Bursi il9 gennaio 2013

      Ringrazio Roberto del suo prezioso intervento.
      Effettivamente non mi ricordo del nostro incontro sul treno mentre sfogliavo libri di montagna, anche se la “fissazione” è rimasta sempre quella ma allora vivevo in “una realtà separata!”
      Ora spero di reincontrare Roberto per fatti o eventi non legati al Soccorso anche se una volta (notte in Valdadige) in questi anni ci sono effettivamente andato vicino, vicino.
      In riferimento all’incidente successo e ripreso anche da Roberto ed in generale anche in altri incidenti, capisco che neanche i soccorritori sappiano cosa sia realmente accaduto e quindi si possano semplicemente fare delle IPOTESI.
      Nell’incidente in oggetto le IPOTESI potrebbero essere corde congiunte male o corde non passate correttamente nella catena di sosta (francamente non mi vengono in mente altre ipotesi).
      Ma per un’azione preventiva le IPOTESI, o semplicemente un’IPOTESI, sono più che sufficienti… poichè l’obiettivo è quello di istruire ed insegnare ad altre persone come evitare il ripetersi di incidenti simili.
      Quindi prendo atto che sul sito del CNSAS non ci possano essere verbali ufficiali ma al tempo stesso rilancio l’idea di allargare le conoscenze degli incidenti come misura preventiva e trovo il modo americano di diffusione delle conoscenze abbastanza pratico, pragmatico e funzionale.
      Saluto Roberto che spero di ritrovare in montagna o di nuovo su qualche treno, trentanni dopo….

      Massimo Bursi

      • Morandi Roberto il10 gennaio 2013

        Quando come Soccorso facciamo delle serate presso gruppi o associazioni in cui presentiamo chi siamo, come operiamo e come potremmo lavorare di meno, partiamo proprio da interventi realmente accaduti. Per fare, appunto, prevenzione. Quindi sono d’accordo con te, Massimo. Bisognerebbe trovare dei canali, dei modi per poter parlare di queste cose in modo che gli errori di pochi possano servire a molti.

  5. marco vegetti il8 gennaio 2013

    Posso concordare con quanto dice Bursi sull’incidente agli Ecrins. Ma…
    Una via aperta 20 anni fa con circa 9 ripetizioni mi pare già dovrebbe (ad un esperto) dire qualcosa… quanto meno che non valgono i tempi di salita dei primi (visti i nomi dei due apritori…)…
    Meteo France (che fa un bollettino SOLO per la zona del Bianco) negli ultimi 15 anni ha sbagliato completamente le previsioni una sola volta, con tanto di scuse a due scozzesi rimasti bloccati in quota: forse, bastava leggere bene…

    Il problema, nessuno me ne voglia, è la presupponenza: “Io sono INA, a me non capita” “Io sono esperto, a me non capita”, ecc. ecc.
    Esattamente quello che poi, ahimè, uccide.

    • Massimo Bursi
      Massimo Bursi il9 gennaio 2013

      Marco, la via scelta sugli Ecrins era sicuramente molto impegnativa come pure era certo che il maltempo, annunciato, sarebbe arrivato…. e quindi è difficile conoscere le motivazioni che hanno spinto i tre alpinisti a partire in ogni caso.
      Io personalmente non penso che la presupponenza (“io sono Guida, io sono INA, io sono forte..”) come dici tu sia il problema: secondo me spesso è un problema di logistica e di consapevolezza che non ci siano intoppi, del tipo ” Il meteo consiglia di fare la via al giovedi e di tenermi venerdi e sabato come giornate di scorta, ma io lavoro fino a venerdi e quindi tento al sabato, tanto sono veloce…”

  6. Francesco Abbruscato il4 gennaio 2013

    Concordo pienamente con quanto sollevato da Massimo. Purtroppo su questo argomento permane una sorta di reticenza, anche e soprattutto tra gli alpinisti. Pensate al salto di qualità avvenuto negli ultimi anni sugli incidenti da travolti in valanga. Allo studio maniacale dell’incidente in modo da avere tutti quegli elementi che possano creare un modello di paragone da utilizzare. Sicuramente le riviste specializzate e maggiormente quelle on line dovrebbero affrontare questo argomento. Ovviamente nel rispetto e con la dovuta attenzione nei confronti delle persone che stanno vivendo un dramma familiare sicuramente inatteso.

    • Massimo Bursi
      Massimo Bursi il9 gennaio 2013

      Rispondo a Francesco e a Riccardo aggiungendo alcuni particolari.
      Non è solo un problema di privacy e di rispetto dei drammi familiari ma ci sono aspetti collaterali che potrebbero avere un impatto.
      Porto a mò di esempio un altro incidente realmente successo qualche mese fa.
      Terminata una via di roccia, la cordata di 3 amici inizia la discesa in doppia. Uniscono le due mezze corde ed il primo scende. Il nodo di giunzione delle corde è fatto male e dopo pochi metri il primo precipita nel vuoto con il discensore agganciato ad entrambe le corde e purtroppo perde la vita.
      Fatta salva la privacy e la pietas nei confronti dell’alpinista, io mi sono chiesto: CHI ha fatto il nodo di giunzione delle corde? l’alpinista che poi è precipitato o uno dei sui amici o tutti assieme?
      Il fatto di mettere nero su bianco questo aspetto può avere un impatto legale o per lo meno sulla coscienza individuale.
      Morale della favola: meglio non parlarne…. tabù!

  7. Indubbiamente, non si può non concordare con quanto scrive Massimo. Sarebbe interessante se LDB proponesse fra i suoi contenuti anche quelli relativi agli incidenti, cercando di istituire un tavolo di lavoro, di confronto e di informazione permanente con le sezioni del CAI e gli enti di soccorso in primo luogo.
    Per quanto attiene alla privacy, penso che sia sufficientemente tutelata eliminando dalle note che verranno rese pubbliche i nomi delle persone coinvolte.

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