Racconto

FRANCO MIOTTO, LA FORZA DELLA NATURA

Franco Miotto ha lasciato questo mondo, ma mi piace pensare che qualcosa di lui viva per sempre tra le sue montagne, così come non abbandonerà mai il mio cuore.

testo e foto di Luisa Mandrino

Franco Miotto osserva la nuova via sulla prete nord-ovest del Pizzocco, aperta con Riccardo Bee nel 1978
17/02/2021
5 min
Ieri Franco avrebbe compiuto ottantanove anni⁽¹⁾. Ho conosciuto Franco nel 1999 durante la lavorazione di “Risvegli e Precipizi“, il documentario che Gino Cammarota girò sulle Dolomiti Bellunesi.

Era stato Roberto De Martin a presentare Franco a Gino, perché la sua personale evoluzione rifletteva quella della sua terra.
Lo incontrai per la prima volta a Limana, nella sua splendida casa dove tutto era stato creato dalle sue mani. Accanto ai brillanti fiori di montagna dipinti sulle porte, delicati intarsi di cervi e caprioli suggerivano un mondo intatto e sognante. Sulle ante dei mobili Franco aveva scolpito le coraggiose storie degli Aztechi, mentre sul soffitto di cirmolo si alternavano trecce e fiori in stile altoatesino. Al centro della grande sala spiccava un incredibile lampadario di serpenti piumati. Anche la catena che lo sosteneva era fatta di legno, e tutto questo era solo lo sfondo che i suoi racconti sovrastavano con forza.
Collaborai alla stesura del testo del documentario di Gino e per la prima volta vidi il Gruppo della Schiara, i Monti del Sole, le Vette Feltrine. Alla fine del lavoro conoscevo la storia del cacciatore di camosci più forte di quell’immenso territorio, dell’alpinista amato e odiato, del padre che aveva vissuto la più grande delle tragedie con la morte di sua figlia, e volevo raccontare tutto questo.

Glielo chiesi al telefono in una sera d’inverno.
Dall’altra parte della cornetta ci fu un attimo di silenzio. Sentivo che dalla sua risposta sarebbe cambiata la mia vita. Non avevo mai scritto una biografia e non sapevo come fare, ma nello stesso tempo mi sembrava di averla già in mano, finita, sudata, mia.
«Non sei la prima che me lo chiede», rispose Franco, «e ho sempre detto di no. Ma a te dico di sì».
Feci un salto di gioia, gli promisi di non deluderlo e impulsivamente gli chiesi di non essere troppo duro con me. Parlai del mio progetto a Mirella Tenderini e grazie al suo entusiasmo e ai suoi consigli la storia di Franco divenne La forza della natura.
Furono mesi bellissimi. Correvo a Belluno appena potevo per non perdere neanche un minuto di quel tempo che per Franco era ricordo, per me scoperta. Salimmo in montagna. Percorsi con lui i viàz dei camosci. Mi indicava le cime raccontandomi un mondo perduto fatto di donne capaci di affrontare quei sentieri impervi per portar da mangiare ai boscaioli e ai carbonai che conducevano una vita durissima. Ricordava sua nonna Rosina che consegnava la posta anche con un metro di neve per resistere alla povertà, alla guerra, all’emigrazione.

Mi portò alla Stanga, ultimo avamposto ai confini della Val di Piero, dove andava a curarsi l’anima e il cuore quando aveva la malinconia. Lì, nella locanda profumata di minestra d’orzo e faraona allo spiedo ci fermavamo intorno al larìn, il grande camino che sembra fatto apposta per ascoltare storie di un alpinismo duro, sincero, senza sconti, senza tempo. Nel calore del fuoco rivivevo le ascensioni di Franco e dei suoi compagni di cordata sul Burèl, sullo Spiz di Lagunàz, sul Col Nudo, sulla Palazza, sul Pizzocco. Immaginavo i bivacchi notturni e ne sentivo il fascino: la snervante attesa, i movimenti della luna, i brividi di freddo, l’alba che ti sprona a non mollare e arrivare in cima.

I racconti di caccia erano i più difficili da capire, perché sono contraria alla caccia. Facevano parte di un mondo maschile, insondabile, cruento, che avevo scorto solo in qualche racconto di Hemingway. Ma Franco non era il cacciatore che scende dalla macchina, libera il cane e spara, né il cacciatore che va in parata e neanche quello che espone i suoi trofei: Franco era un cacciatore di camosci solitario.
Andava a caccia in quegli stessi posti che stavo cominciando ad amare con la sola compagnia del fucile, nella nebbia, nella neve, con qualsiasi tempo. Dormiva sotto le rocce, si concedeva un unico colpo. Mi raccontava come aveva inseguito e abbattuto le sue prede. Soffrivo, ma lentamente lo compresi. E comprendendo cos’era stata la caccia per lui mi parve ancora più importante l’addio che le riservò senza incertezze, nel 1978.
In quel momento della sua vita trovai il titolo per il mio libro⁽²⁾.

Sui viàz, un momento di riposo davanti alla parete del Burèl
Io e Franco, girovagando sul viàz dei camòrz e dei camorzieri

«Il grande maschio», ricordava Franco, «giaceva a terra. Un momento prima era pieno di vita, era il più forte, era il re. L’avevo aspettato tutta la mattina e l’avevo ucciso. Cominciai a scendere verso la radura dov’era il branco. E fu a quel punto che vidi qualcosa che non avevo mai visto: vidi i piccoli, i giovani, le femmine e gli altri maschi, quelli che aveva cacciato a cornate tornare indietro, fermarsi accanto a lui, guardarlo: non gli sembrava vero che una simile forza della natura fosse lì, inerte a quel modo».
Franco si commuoveva ogni volta che raccontava questa scena straordinaria, che nessun cacciatore a memoria d’uomo aveva vissuto. Era il suo risveglio, il momento solenne che la vita aveva riservato a lui e solo a lui. Mentre con le mani cercava di disperdere il branco che lo metteva di fronte ai suoi errori, mentre l’aura leggendaria che aveva avvolto le sue imprese svaniva sotto gli occhi dei camosci che vegliavano il grande maschio, vedevo Franco rinascere: la caccia era l’incubo dal quale si era risvegliato.

Tornò in montagna a quarantadue anni con una corda legata in vita che usò sempre da primo.
Il suo alpinismo cominciava quando usciva di casa e si inoltrava nelle valli selvagge, inaccessibili, dantesche: l’inferno che tanto amava. Poi, dove chiunque sarebbe arrivato sfinito attaccava la parete, non meno paurosa. Si forgiava i chiodi da solo e vi imprimeva, insieme alle sue iniziali, la falce e il martello e lì, su quei minuscoli pezzi di ferro c’era tutta la sua vita. La F era l’iniziale del nome di suo nonno, i suoi ricordi di bambino, i tiri con la fionda, le prime avventurose sciate con suo padre. La M era un cognome, un distintivo che per il suo spirito indomito gli stava un po’ stretto. Forse gli ricordava il tempo in cui riecheggiava tra le pareti di roccia come quello di un ricercato, quando le guardie forestali lo inseguivano e avevano messo persino una taglia sulla sua testa. La falce e il martello rappresentavano invece i suoi ideali, la realizzazione personale, la fiducia nel futuro, le battaglie sindacali che vinceva ora, da uomo adulto. Ma erano soprattutto i giorni bui della sua giovinezza quando lavorava a Cortina come operaio in una centrale elettrica e a suon di umiliazioni e pedate nel sedere sviluppava il carattere che non lo avrebbe mai fatto indietreggiare davanti a niente.

Lo vedo scendere a tutta birra verso Cortina, in bicicletta, senza mani. Il capomastro l’ha massacrato, ma adesso è libero. I prati sono fioriti e il cielo si stende infinito sui suoi sogni.
Un vecchio uomo imponente e abbronzato, con una folta barba bianca lo vede passare ogni giorno e affacciandosi al giardino della sua villa lo saluta a gran voce: Hello Baby!
«Ma chi è quell’americano?» chiede Franco a suo padre.
«Ma come, non lo sai? Quello è Hemingway, il famoso scrittore!»
«Hemingway?»
Rimasi senza parole. Tenendomi stretta quest’immagine come un amuleto mi chiedevo se Hemingway intuisse che quel ragazzo che tornava a casa in bicicletta sarebbe diventato la Primula Rossa della Schiara, si sarebbe lanciato con il paracadute sul Plateau Rosa, avrebbe salito le più alte vie delle Dolomiti vivendo le avventure meravigliose che stavo scrivendo.

Quando il libro fu finito gli diedi una notte per leggerlo. Sapevo che non ci avrebbe messo più tempo per decidere. Quella notte non dormii e alle sette ero già fuori dall’albergo, sulla piazza di Belluno. Aspettavo che mi chiamasse. Alle otto non mi aveva ancora chiamata. Alle nove non ce la feci più e lo chiamai io.
«Pronto?» Era lui che rispondeva.
«Franco, l’hai letto?» Non rispose.
«Il libro, l’hai letto? Ti è piaciuto?» Niente.
Poi sentii solo: «Luisa…». Stava piangendo.
Festeggiammo e il libro andò in stampa. Un giorno mi disse: «Perché quando mi hai chiesto di scrivere la mia vita mi hai detto di non essere troppo duro con te?»
«Perché pensavo che fossi un tipo un po’ duro».
«E lo sono?»
Nel frattempo mi aveva insegnato a riconoscere gli alberi e il canto degli uccelli, ad addestrare un cane perché ritorni sempre, a mangiare le caldarroste bevendo vino e la polenta con il salame, fare lo strudel, bere prosecco secondo la regola del un par ocio per non offendere nessuno dei due occhi, afferrare un ramo di pino mugo per il verso giusto, riconoscere i passaggi dei camosci, accendere un fuoco e non avere mai paura di niente.
«No», risposi, «neanche un po’».

Franco Miotto riceve il Pelmo d’Oro il 4 agosto del 2001. Alla sua sinistra Benito Saviane, compagno di cordata di tante salite
Dopo la presentazione de “La forza della natura”, in Carnia.

La prima presentazione del nostro libro si svolse a Belluno nell’ottobre del 2002 in una sala colma di amici e, forse, di qualche nemico che si era fatto nel tempo perché: «Io non porgo l’altra guancia». Ma se è vero che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare è vero anche che Franco era felice solo quando leggeva una poesia di Leopardi, senza sfide, senza alterchi, in compagnia della musica di Chopin, della luna, del venditore di almanacchi, del pastore errante.
Facemmo molte presentazioni in luoghi che mi sono rimasti nel cuore, dove giovani alpinisti scoprivano le sue vie mai ripetute sognando di salirle. Ricordo anche qualche cacciatore a cui Franco consigliava di fare come lui che barattando il fucile con una macchina da cucire per sua moglie aveva vissuto il giorno più bello della sua vita. Poi scuoteva la testa esclamando: «Son diventato un prete, Luisa!» E scoppiavamo a ridere.
Parlando dei camosci li accomunava sempre più alla forte gente di montagna di una volta. Avevo l’impressione che nei suoi pensieri si fondessero a chi aveva avuto di più caro, a chi gli aveva insegnato a vivere.
«Sono animali meravigliosi», diceva, «che vivono in un ambiente ostile e per questo vanno rispettati».

Oggi più di tutto mi manca la sua voce allegra e forte, quando mi telefonava per dirmi che stava leggendo le sue pagine preferite della Forza della natura. Sapevo quali fossero, erano due pagine in cui si addormentava in montagna su un letto di foglie nello sfavillio del fuoco con la fiabesca compagnia degli animali, dei fiori, degli alberi e delle stelle.
Scelsi di chiudere la sua storia raccontando una mattina senza vento sulla cima dei Sabioi. Franco si era addormentato al sole quando improvvisamente sentì un’impetuosa folata d’aria sul viso. Si svegliò e vide un’aquila sopra di lui, vicinissima, gli artigli pronti ad afferrarlo. La scacciò saltando in piedi, il cuore che gli batteva a mille.
«Credeva che fossi morto, quella là», mi disse.
Si vedono le stelle sul Burèl, scendono i primi fiocchi di neve e tu hai già acceso il fuoco.
Hello Baby! Ti saluto da quaggiù.
Anche le aquile, a volte, si possono sbagliare.

Un drappello del Primo Plotone di Alpini Paracadutisti, classe 1932: Franco Miotto, Benito Bulfoni e Adriano Bortoluzzi
Valle di San Lucano, una gita con il cane Scopetta

_____
⁽¹⁾ Franco Miotto è nato 16 febbraio 1932 a Malles Venosta (Bolzano), è deceduto nella sua abitazione di Limana (Belluno) il 7 ottobre 2020.

⁽2⁾ Luisa Mandrino. La forza della natura – Franco Miotto. L’uomo dei viàz, CDA&VIVALDA editori, Torino 2000.

Luisa Mandrino

Luisa Mandrino

Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera e al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ha studiato scrittura creativa con Giuseppe Pontiggia e sceneggiatura con Ugo Pirro, Tonino Guerra, Furio Scarpelli e Robert McKee. Ha lavorato come autrice e sceneggiatrice prevalentemente per la Rai (Mi manda Lubrano, Incantesimo, Geo&Geo). Con due racconti inediti ha vinto il Premio Leggimontagna e il Premio Giulio Bedeschi. Ha collaborato alle riviste Alp e Meridiani Montagna. Ha pubblicato quattro libri: La forza della natura (Vivalda, 2002), Vivere come se si fosse eterni (Alpine Studio, 2013) Il fuoco dell’anima (Corbaccio, 2017), Il maestro e il campione (Blonk, 2020). Attualmente scrive documentari per Geo&Geo e sta ultimando un romanzo che ha come scenario le Dolomiti Bellunesi.


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