Capanna Giovanni Leoni al Monte Cistella (2803 m)

Capanna Giovanni Leoni al Monte Cistella (2803 m) nel 1902

Un uomo e una montagna. Il mecenatismo poetico del cavalier Leoni

Il mecenatismo rappresenta un capitolo importante nella storia del Club Alpino Italiano alla fine dell’Ottocento, quando accanto ai sindacati e alle Camere del lavoro nascono le Associazioni di mutuo soccorso e le prime società sportive sostenute in alcuni casi da soci illuminati del CAI.
Milano in questo campo fa testo, come racconta la mostra “La Lombardia e le Alpi” curata allo Spazio Oberdan (17 maggio – 11 luglio) dalla sezione milanese del CAI. Si sviluppano strade e comunicazioni e quei monti sullo sfondo della pianura lombarda non sono più irraggiungibili.

“Alcuni ‘signori’ di un certo Club alpino li conoscono bene”, racconta Lorenzo Revojera in un saggio nel catalogo della mostra organizzata a Milano, allo Spazio Oberdan in collaborazione con la Provincia, per 150 anni del CAI. Ma quegli stessi signori, spiega Revojera, socio benemerito della Sezione di Milano e autore di importanti libri di storia sugli aspetti sociali dell’alpinismo, non erano tutti d’accordo nell’ammettere fra loro appartenenti a classi sociali meno evolute.

A Milano i ceti popolari si diedero allora da fare dando vita nel 1884 alla Società Escursionisti Milanesi, i famosi “Gamba bona”, fra artigiani, impiegati e operai appassionati di podismo e passeggiate in montagna.
La scoperta delle Alpi lombarde avveniva di giorno in giorno sotto l’impulso di nobili personaggi come il conte Francesco Lurani Cernuschi (1857-1912), considerato a ragione uno dei personaggi chiave nella storia, o meglio preistoria, del Club Alpino Italiano. Furono i monti del Masino a consacrare il suo nome tra i primissimi artefici dell’esplorazione in una delle zone alpinisticamente più interessanti. Tra l’altro, il nobiluomo costruì a sue spese nel 1881 il primo rifugio in quella zona, la capanna Cecilia alla base del Monte Disgrazia, e ne promosse con Magnaghi e Riva un altro, la capanna Zocca presso la Cima di Castello, nel 1896. Infine istituì un giardino alpino sul Monte Barro presso Lecco.
La montagna veniva considerata un grande libro aperto sulla natura come dimostra la nomina alla presidenza del CAI milanese nel 1873 dell’abate Antonio Stoppani (1824-1891), una celebrità per merito de Il Bel Paese, opera divulgatrice sui fenomeni naturali italiani.

Cavalier Giovanni Leoni

Il cav. Giovanni Leoni (Monte Cistella. Giovanni Leoni, storia di un uomo e di una montagna, Ed. Grossi – Domodossola, VB, 2001)

Il centocinquantesimo anniversario del CAI induce ora a riscoprire questi illustri “padri” ma anche ad alzare lo sguardo oltre le guglie del Duomo di Milano, verso il Sempione e la valle Antigorio dove “svetta” un personaggio che diede lustro al Sodalizio ossolano i primi del Novecento.
La figura del cavalier Giovanni Leoni si staglia infatti sullo sfondo di una montagna, il Cistella, che domina Domodossola e separa le valli Divedro e Antigorio. Quasi un secolo fa Leoni moriva a Mozzio, ridente villaggio rurale.
Il suo nome resta indissolubilmente associato a quello di Torototela, il più grande poeta dialettale che l’Ossola abbia mai avuto, le cui rime rivaleggiavano con quelle di Carlo Porta. Ebbe una vita avventurosa emigrando in Paraguay dove fece fortuna. Rimpatriato, riempì i quaderni di rime esprimendo la malinconia e l’ironia proprie del montanaro ossolano e fu stimatissimo presidente del Club alpino.

Giovanni Leoni nasce dunque a Domodossola nel 1846 e a 24 anni emigra con il fratello Costantino a Montevideo dove crea la “Leoni Hermanos”, un proficua attività commerciale in tessuti e generi vari. Compra una nave con quindici uomini di equipaggio e naviga le fredde acque della Patagonia trasportando ogni genere di merce in quel “mondo al confine del mondo”.
Nel 1886 Leoni liquida l’azienda e rientra in Italia dove vive di rendita fino alla morte. In inverno risiede a Domodossola, Bologna e Torino dove frequenta assiduamente la borsa valori. In estate se la gode a Mozzio dove, via via, trascorrerà soggiorni sempre più prolungati fino a stabilirvisi definitivamente.
Rime ossolane copia_01Nel 1891, durante un viaggio a Roma, scrive la prima poesia dialettale (“L’Olèta”) che invia all’amico parroco di Mozzio, don Gaudenzio Sala. Per oltre vent’anni scrive poesie mordaci e satiriche in dialetto ossolano con lo pseudonimo di Torototela, a richiamare quei menestrelli girovaghi che nell’Ottocento giravano le piazze accompagnando le loro storie con il suono di una specie di violino ricavato da una zucca vuota.
Le sue poesie verranno però pubblicate soltanto nel 1929 a Belluno per iniziativa del nipote Camillo Boni con il titolo di “Rime Ossolane”. Benché questa scoperta tardiva del suo talento tra i monti bellunesi, che gli erano estranei, faccia sospettare che Leoni abbia sofferto di forti incomprensioni nella sua terra, il suo ruolo nel promuovere il turismo nell’Ossola fu di prima grandezza.
Presidente della storica sezione di Domodossola del CAI, fondò la “Pro Devero” che aprì alle masse popolari la frequentazione della meravigliosa conca ai piedi del Cervandone.

Ma l’episodio che illumina il personaggio del cavalier Leoni assicurandogli un ampio spazio nel pantheon ossolano fu la costruzione tra il 1899 e il 1901 del rifugio alpino sul Monte Cistella che oggi porta il suo nome. Per realizzare questo suo progetto, il cavaliere mise a frutto il suo talento di poeta e musicista. Compose una polka e un valzer dedicati alla montagna che portava nel cuore dedicando il ricavo della loro esecuzione pubblica all’erigendo rifugio.

Sceneggiatura poetica

Da tempo chi scrive queste note prova a immaginare, sulla scorta della sua esperienza di produttore di documentari, lo svilupparsi sullo schermo di questo particolare mecenatismo poetico, la cui sceneggiatura è stata scritta dello stesso “Torototela”.

Capanna Giovanni Leoni al Monte Cistella (2803 m) - ph. Ezio Floriani

Capanna Giovanni Leoni al Monte Cistella (2803 m) – ph. Ezio Floriani

Dall’alto, a volo di uccello ecco così profilarsi la capanna Leoni sul monte Cistella mentre un gruppo di escursionisti sale lungo il ripido vallone di Solcio. Una voce fuori campo legge una cronaca apparsa sulla Rivista del CAI n. 8, vol XX del 31/8/1901:

“Entusiastici evviva salutano la comparsa dell’ottimo presidente della Sezione Ossolana sig. Leoni che si trovava lassù dal giorno prima e li moveva incontro”.
Una ragazza si affaccia sulla porta con una torta. E’ Maria Leoni, figlia del presidente. E ancora la voce fuori campo recita:
“Parole felicissime ebbe il vice presidente Francioli all’indirizzo della Sezione Ossolana e del suo attivissimo presidente, il quale poscia ringraziò gli intervenuti e alzò caldi evviva alle sezioni rappresentate cui fecero coro tutti gli astanti”.
Ma perché il sig. Leoni, un uomo di più di cinquantanni dal fisico massiccio, si trova lassù? La cinepresa ora inquadra Mozzio, in valle Antigorio, alle pendici del Cistella, zooma sulla lapide che ricorda l’esistenza del cavalier Leoni. Un uomo sfoglia un album di vecchie immagini che rappresentano il cavalier Leoni e la sua famiglia. Racconta delle sue peripezie in Paraguay dove fece fortuna vendendo stoffe, del suo ritorno in patria dove iniziò, per amore della “sua” montagna, una curiosa carriera di cantastorie, anzi di “Torototela”. Dalle sue “Rime ossolane” la voce fuori campo (in questo caso del cavalier Graziano Biancossi di Viceno, presidente degli Amici del Cistella) recita i versi dedicati alla montagna tanto amata e vagheggiata:

In Val Divedar, quela dal Sempiun,
i ghan dadré da Varz ul Mont Cistela.
am disarì ch’a parli par passion
ma quela l’è la scima pussé bela:
nech su, vardev intorno quand l’è seren
e dopo am savrì dì s’a parli ben.
Il Monte Cistella e il Pizzo Diei dai piani alti di Devero (ph. Paolo Crosa Lenz)

Il Monte Cistella e il Pizzo Diei dai piani alti di Devero (ph. Paolo Crosa Lenz)

La cinepresa vaga a questo punto per le viuzze di Mozzio e per gli alpeggi dove “Torototela” ha dato sfogo alla sua passione per il Cistella, il “Rigi dell’Ossola”. Seduto su un gradino, un fisarmonicista accenna alle note del Valzer del Cistella il cui spartito compare in dissolvenza. Una voce fuori campo fornisce altri ragguagli sulla tradizione del “torototela” in Piemonte, che trova riscontro anche in certe rime del famoso poeta e polemista Brofferio. E Torototela annuncia il suo arrivo in paese con i versi di una filastrocca: “L’è arivà el Torototela, l’è arivà el torototà!”. E’ munito di archetto e di un rudimentale strumento con una sola corda che “graffiando maledettamente l’udito vi fa sbellicare dalle risa”. Nota macchietta piemontese, maschera del Carnevale che divertì persino il tetro re Carlo Felice, poeta e canterino popolare, delle strofe di Torototela in rima baciata racconta anche Augusto Monti ne I Sanssossì riferendo del Carnevale di Monesiglio: “Cilindro solino scopettoni, code di rondine, e una zucca vuota a mo’ di violino con su teso un cantino… allietava feste e ricorrenze e nozze, improvvisando stornelli e strambotti allo stridulo miagolio di quella sua giga rusticana”.

Alle sue esibizioni pittoresche capaci di calamitare intorno a sé i passanti più curiosi, alla sua vera casa – la strada – e al suo estro artistico e poetico da autentico “torototela” il cavalier Leoni aderì umilmente spogliandosi della sua veste ufficiale e dei titoli onorifici acquisiti negli ambienti dell’economia e del commercio, come dimostra questa poesia che il 24 aprile 1919, nella “sua” Mozzio, dedicò al cantastorie:

Quel pòvar poeta strascià
con l’archett e la zùca armoniosa
condanà da nà sempar girànd
ul caplasc da ‘na part ben piegà
una piuma piantàa int’ul bindel
Ugh legeva la vita a la gent
costumà quatar mes par stagiòn
a sentìi lamentass i busecch
i han truvà mort ul torototela
in la stala di vacch du Gìbilin
La sò fin natural l’era quèla:
fàa ghignà par un sold la marmaia
e murì còm un can su la paia;
pòvar diavul d’un torototela!

Le celebrazioni per questo secolo e mezzo di vita del CAI mi sembrano un motivo più che valido per rievocare questa storia di “un uomo e una montagna” che trova riscontro nelle pagine del bel libro curato da Paolo Crosa Lenz e stampato nel 2001 (Monte Cistella) per le Edizioni Grossi di Domodossola con i contributi di Teresio Valsesia (Una montagna severa e maestosa), Virginia Mulini (Giovanni Leoni e il rifugio al Cistella), Giulio Frangioni (Uomini e montagne: storia di un rifugio), Paolo Crosa Lenz (Il Belvedere dell’Ossola) e Luciana Del Pedro (Le bufere del Cistella).
Con la speranza che il cavalier Leoni possa avere il suo meritato quarto d’ora di celebrità anche sugli schermi.

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– Come arrivare alla Capanna Giovanni Leoni al Monte Cistella: www.valdivedro.it
– Il volume di Paolo Crosa Lenz, Monte Cistella

Roberto Serafin autore del post

Roberto Serafin | Giornalista professionista, redattore per un quarto di secolo del notiziario del CAI Lo Scarpone. Ha curato a Milano la mostra “Alpi, spazi e memorie” e il relativo catalogo, ha partecipato con il Museo della Montagna “Duca degli Abruzzi” all’allestimento della mostra “Picchi, piccozze e altezze reali”. E’ autore di numerosi libri di montagna, tra cui l’ultimo “Walter Bonatti, l’uomo, il mito“. Con il figlio Matteo ha pubblicato il volume “Scarpone e moschetto”. Da alcuni anni di dedica quotidianamente alla sua creatura editoriale www.mountcity.it

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