“Il ‘Butch’ sorridente e imperturbabile di mille scalate”. Così gli amici ricordano Marco Anghileri caduto sul Monte Bianco durante una delle sue solitarie che gli avevano fruttato un meritato “Pelmo d’oro”.
Marco Anghileri e la Grignetta

Marco Anghileri e la Grignetta

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“Veramente sconcertante. Un grande dolore. Una famiglia sfortunata”.
La notizia della morte, a 41 anni, di Marco Anghileri si diffonde in un baleno nella mattinata di lunedì 17 marzo, mentre il sole sfavilla che sembra di essere in aprile.
Daniele Redaelli della Gazzetta dello Sport, lecchese come Marco, grande amico e biografo di Ricardo Cassin, mi comunica con queste parole, in una mail, il suo sconcerto per il tragico destino che ancora una volta ha colpito gli Anghileri. Un uomo delle pareti era il nonno Adolfo, una star degli appigli era stato il padre Aldo che in questi giorni è corso trepidante ad accoglierlo a Chamonix al termine di questa infelice cavalcata solitaria al temibile pilastro del Freney: la parete dove Marco ha concluso la sua esistenza terrena lasciando la moglie e i due figli di 7 e 12 anni.
E, infine, un drago sorridente e inarrestabile era stato, per dirla con le parole del collega giornalista Giorgio Spreafico, l’indimenticabile fratello Giorgio che, dopo essersi coperto di gloria in solitaria allo Spiz di Lagunaz, era miseramente finito in bici sotto le ruote di un camion.

Mentre la notizia della sua morte si andava diffondendo e nella rete i tanti amici intrecciavano ricordi e immagini, mi sembrava di vederlo il caro Marco incamminarsi verso il suo destino con quell’aria mite che nascondeva una volontà caparbia.
“Vado via qualche giorno, vado a fare una cosa importante”, sono state le sue parole. Poi ha staccato la spina e se n’è andato per portare a termine la prima solitaria invernale del Pilone Centrale del Freney (Monte Bianco) lungo la via Jöri Bardill. Secondo le ricostruzioni sulla stampa ha salutato Lecco martedì 11 marzo in mattinata raggiungendo Courmayeur. E’salito fino al rifugio Monzino dove ha pernottato. Il giorno successivo, di buon mattino, ha raggiunto il colle Eccles e alle prime ore di giovedì ha attaccato il pilone Centrale arrivando a tre tiri dalla famosa Chandelle.
Quindi, venerdì è stato avvistato sul Pilone quando sembrava che avesse regolato i conti con la Bardill, aperta nel 1983 da Michel Piola, Pierre-Alain Stenier e Jöri Bardill. Poi il silenzio, i tragici sospetti, la conferma, la disperazione.

Per Marco, il Butch sorridente e imperturbabile di mille scalate vincitore di un prestigioso Pelmo d’Oro nelle Dolomiti Bellunesi, doveva essere un’altra soddisfazione da aggiungere alle tante accumulate. Tra il dicembre 1996 e il marzo 1997 (vedere la copertina dello Scarpone nell’aprile del ’98, quando Marco aveva 26 anni e scriveva i suoi récit in tono sommesso, senza i trionfalismi delle grandi star dell’arrampicata) aveva collezionato cinque invernali nelle Dolomiti: la via dei Finanzieri, la via Sonia sulla IV Pala di San Lucano, la via Olimpo sulla Marmolada e la via Casarotto sulla Busazza. Sono state, queste scalate, i preludi al suo capolavoro nel gennaio 2000: la prima ascensione solitaria invernale della via Solleder sul Civetta. “Grandioso” lo definì Ignazio Piussi che superò per la prima volta la via con il tedesco Toni Hiebeler e il lecchese Giorgio Redaelli.

Altra notevole impresa nel 2012. Completamente isolato in quel “mondo a parte” che è la selvaggia valle di San Lucano, tra pareti dolomitiche e precipizi di insondabile altezza, Marco ha messo a segno un’altra notevolissima “invernale”. Per la prima volta ha ripetuto in solitaria nella settimana tra il 12 e il 17 marzo la famosa “via dei bellunesi” sullo Spitz di Lagunaz, 1350 metri di placche e strapiombi con difficoltà VI e A2 dopo avere superato le asperità dello zoccolo ai piedi della parete. Un’impresa straordinaria, più volte tentata senza successo negli ultimi trent’anni, da quando la via era stata aperta da Franco Miotto, Riccardo Bee e Stefano Gava. L’unica ripetizione risale al 2004, da parte del bergamasco Ivo Ferrari con Silvestro Stucchi. Anche il fratello Giorgio era di casa nelle Pale di San Lucano dove ha realizzato la prima salita della via Luca Cereda.
Difficoltà rispetto alla Solleder in Civetta? “Niente di paragonabile con quella scalata”, mi spiegò Marco, “come se dopo avere giocato come attaccante in una squadra di calcio mi fossi impegnato in una partita a rugby”. Il ricordo più bello? “E’ stato quando dalla vetta ho visto giù, nel profondo solco glaciale che separa le Pale di San Lucano dall’Agner, radunarsi un centinaio di persone intente a binocolarmi. E che a impresa conclusa hanno azionato i clacson delle auto in segno di saluto”. Il momento più difficile? “La sera in bivacco si facevano sentire le fitte al braccio che diversi anni fa era rimasto infortunato per un incidente in bicicletta e sono stato costretto ad assumere farmaci antinfiammatori”.
Sulla bici Marco ha più volte rischiato grosso e c’è voluta la sua tenacia per recuperare la funzionalità del braccio infortunato. Ogni volta gli chiedevo dei suoi acciacchi e lui ricambiava informandosi sui miei bypass coronarici. Non vorrei montarmi la testa, ma sentivo che un po’ mi aveva adottato specialmente da quando ero entrato in punta di piedi nella grande famiglia del “suo” Gruppo Gamma come membro della giuria del premio dedicato a Carlo Mauri.

Il “Marco che in montagna sta bene e si diverte” (parole sue) lo ritrovai l’estate scorsa leggendo il suo racconto del concatenamento compiuto nel mese di giugno di cinque vie tracciate da Walter Bonatti al Resegone e in Grigna, e sempre spostandosi con la fedele bicicletta. Raccontò quest’ultima esperienza su PlanetMountain titolando semplicemente “Una bella giornata” (“…un lungo giorno sulle montagne di casa per divertirsi un mondo e scoprire, anzi, ri-scoprire tutti quegli aspetti che ti porti dentro conosciuti in anni di belle giornate vissute in montagna”).
Lessi, non esagero, avidamente e nel mio piccolo gli feci, via mail, i più vivi e affettuosi complimenti. Marco mi rispose al volo. Ma non si limitò a ringraziarmi, volle aggiungere un commento che ovviamente conservo: “Quando ci si diverte le cose vengono sempre bene… e tu, con il tuo apprezzato lavoro ne sei sempre stato la prova vivente”.
Grazie Marco, non sai quanto mi mancherai.

Così gli amici ricordano Marco…

In tanti anni siamo passati purtroppo troppe volte per situazioni come questa: sgomento, incredulità, rabbia, tristezza; combattuti tra la razionalità che tenta di dare spiegazione a cosa sia successo e senso di vuoto per una perdita che cambia un altro tratto della nostra vita.
Ho conosciuto Marco e ancora prima il fratello Giorgio, tramite Lorenzo Mazzoleni che era di casa. Il loro ricordo è vivissimo in chi li ha conosciuti, anche tra coloro che non si interessano di alpinismo. Prima che grandi alpinisti erano infatti dei ragazzi con i quali si stava bene insieme, pieni di coinvolgente entusiasmo e di voglia di vivere.
Quando venivano in Dolomiti, d’estate o d’inverno, con cordate più o meno numerose, l’appuntamento con la pizza fatta in taverna era diventato l’occasione per condividere aneddoti della tal salita appena effettuata o per fantasticare su nuove imprese. Una caratteristica comune a tutti loro è stata l’assoluta e disarmante semplicità con cui raccontavano i momenti vissuti in parete, senza assolutamente vantarsi di ciò che andavano facendo. Più dei gradi e dei metri di dislivello, per loro l’importante era il “come” quei momenti fossero vissuti.
Così voglio ricordare anche Marco, con la gioia negli occhi per la grande avventura che stava vivendo.
Gianni Mezzomo (Mel – BL)

Ho conosciuto Marco parecchi anni fa, con i miei figli piccolissimi salivamo nella neve verso il Rifugio Aurora di Giorgio Radaelli quando ci si affianca a passo veloce un giovanissimo Marco che, tra una sorriso e l’altro, solleva dalla fatica l’intero gruppo.
Già conoscevo suo padre Aldino per i racconti picareschi di mio suocero che era cresciuto nelle frazioni alte di Lecco (che fino a pochi anni fa erano una Repubblica a parte) e così, in qualche modo, diventammo quasi parenti.
Da allora ci scambiavano, senza cercarci ma trovandoci comunque, idee campate in aria (le mie) e grandi avventure (le sue) e, nel frattempo il sorriso di Marco non smetteva mai di fare allegria a chi gli stava accanto. Lui si costruiva una famiglia, un lavoro, uno spazio suo proprio e personale, fuori dai teatrini e dalle grancasse, tra le grandi montagne di casa sua e delle Alpi.
Quando poco più di un anno fa fu presentato, alle porte di Bergamo, il nostro spettacolo su Renato Casarotto lui era, assieme ad Aldino, in prima fila. Lo meritava perché Marco era la naturale continuazione dell’alpinismo rude e concreto del vicentino ma lui con grande modestia mi guardava sorridendo e diceva “Ma va là, Renato è un grande”. E tu Marco cosa eri?
Davide Torri (Bergamo)

Una delle ultime volte – se non l’ultima – in Civetta di Marco Anghileri: per il 50° del Tissi il 29/30 giugno 2013 (vedi foto nella gallery). Come sempre, lo si ricorda in questa occasione agordina, di grande simpatia, pronto alla battuta e disponibile verso i vecchi come verso i nuovi nomi del grande alpinismo estremo.
Quella sera di una “falsa estate”, Marco era salito da Listolade in MTB, non fino al Vazzoler o al Pian de la Lora, ma fino al Rifugio Tissi, posteggiando il mezzo presso l’entrata: un po’ per dimostrare la sua forza ma in misura maggiore per fare allenamento ad un fisico speciale che gli aveva fatto fare grandi cose.
È mancato sul Pilone del Freney sul Monte Bianco, dove – 50 anni fa – altri grandi dell’alpinismo internazionale avevano lasciato la vita. Anch’essi in discesa.
La Sezione Agordina del CAI si unisce al generale cordoglio di tutto il mondo alpinistico.
Giorgio Fontanive (Agordo – BL)

C’erano due vie che, chissà perché, più volte mi ha proposto di fare assieme: la via classica alla parete nord dell’Eiger e Dieci piani di Morbidezza al Sasso Cavallo (Grignone).
Se gli stavi simpatico lui ti voleva bene, se ti ammirava per qualche cosa te lo ricordava sempre. La generosità dei suoi sentimenti era evidente, palpabile, contagiosa. E se per la prima delle due salite riuscii a negarmi più volte, sempre giustificandomi con l’età, per la seconda avevo accettato entusiasta.
Ma per un motivo o per l’altro non eravamo mai andati, c’era sempre un impegno di mezzo. Era rimasta quella promessa, quella gioia di una condivisione, tra un giovane fortissimo e all’apice della carriera e un alpinista che lo aveva visto nascere perché coetaneo e grande amico fin d’allora di suo padre: questa promessa reciproca, caro Bacc, va oltre la tua dipartita, perché io avrò per sempre nella mia memoria il sorriso di quando mi dicevi  “dai, andiamo!”, un’immagine che ora è più forte di ogni possibile ricordo di salita vera.
Alessandro Gogna (Milano)

Nell’estate del 2009 avevamo organizzato una serata a Col di Prà alla quale aveva partecipato Marco raccontandoci le sue storie di montagna con il solito massiccio afflusso di alpinisti ed appassionati. Il giorno successivo ci siamo ritrovati alla Locanda da Elso in valle di San Lucano e parlammo dei primi approcci dei Ragni di Lecco in Valle e delle salite di suo padre Aldo e di Alessandro Gogna dei primi anni ’70. Mi confidò anche che aveva rilevato un ristorante al Pian dei Resinelli e pertanto gli impegni di lavoro e della famiglia non gli avrebbero più permesso di fare salite impegnative. Penso però che l’arrampicata e l’alpinismo estremo erano la sua passione più grande. E’ stato il mio ultimo incontro con Marco.
Conservo il suo sorriso e la sua grande disponibilità in questa foto (vedi gallery) che abbiamo fatto assieme a Col Di Prà nella estate del 2009.
Alessandro Savio (Taibon – BL)

Ogni volta che mio padre lo vedeva scalare gli brillavano gli occhi: vedeva in Marco il suo delfino, per doti tecniche e caratteriali. Era un ragazzo che se mirava un obiettivo era impossibile distoglierlo.
Guido Cassin

Marco Anghileri prima di essere un grande alpinista, era un uomo magnifico. Un amico di una simpatia travolgente, sempre con quel suo sorriso sornione stampato sulle labbra e quello sguardo attento e limpido che rispecchiava tutta la sua passione, il suo vivere intenso tra i monti e nella vita di tutti i giorni.
Un uomo che ha segnato la storia dell’alpinismo, senza tanti proclami e discorsi, ma con il suo semplice agire, il suo disarmante modo di vivere con estrema semplicità il suo rapporto con la natura e la montagna o come amava dire: di respirare montagna.
Ricordiamo Marco e gli saremo sempre riconoscenti anche perché aveva accettato l’invito del nostro sodalizio e quello del comitato organizzatore del Premio Marco e Sergio Dalla Longa, e avere partecipato con entusiasmo e competenza ai lavori della Commissione giudicatrice per l’assegnazione del Premio.
Marco, grazie per tutto quello che hai regalato alla montagna e a chi la frequenta con amore seguendo il tuo cammino. Tutti noi continueremo a scalare al tuo fianco.
Maurizio Panseri, direttore di Le Alpi Orobiche (CAI Bergamo)

Il celebre poeta Pablo Neruda: “confesso che ho vissuto”.
Grazie Marco Anghileri per il pensiero che hai lasciato all’ombra dello Spizzòn.
1 settembre 2012
Al caro Paolo,
in occasione della mia salita e molto emozionante serata a San Lucano con l’augurio di un futuro sempre all’altezza dei tuoi desideri con affetto.
Marco Anghileri
Perché la via dei Bellunesi è davvero una via meravigliosa. Grazie all’alpinismo e alla vostra passione!!!

Paolo Mosca

Di Marco Anghileri avevo letto, sul sito internet intraisass, il racconto della sua epica invernale solitaria alla Solleder in Civetta e ancora attraverso intraisass avevo avuto modo di vederlo di persona, a Montecchio Maggiore, nel maggio del 2002, alla presentazione del primo volume cartaceo tratto dalla rivista on-line. Di quella sera ricordo poche cose, la grande emozione nel trovarmi vicino a tanti alpinisti di fama e l’inizio della serata, il momento in cui Alberto Peruffo chiamò sul palco il primo degli autori e si vide un ragazzo avvicinarsi brontolando ad alta voce: “Anghileri, come a scuola. Sempre il primo ad essere interrogato.” Simpatico e disincantato.
Negli anni a seguire ho ammirato il suo alpinismo, soprattutto nella capacità psicologica e nella forza morale e mentale di gestire solitarie invernali di impegno estremo con una serenità e una lucidità mentale che lo facevano apparire un alpinista “d’altri tempi”.
A fine ottobre 2013 ho avuto la fortuna di sentire una sua conferenza, lui ospite al congresso interregionale degli istruttori di alpinismo del Convegno Tosco Emiliano Romagnolo e dico fortuna perché fu una cascata di emozioni, un torrente di entusiasmo, una carica di forza e passione che emanava prepotentemente dalla persona verso ascoltatori che, pur essendo tutti “del mestiere”, ne erano rimasti visibilmente catturati. Mi aveva colpito il fatto che un paio di volte durante il racconto dei suoi “Momenti Verticali” era sembrato quasi volersi scusare del suo alpinismo in solitaria, spesso in libera totale, senza autoassicurazione, di fronte a quelli che, per loro compito preciso, insegnano la sicurezza ai corsi di alpinismo del Club Alpino.
Un po’ fatalista nel ricordare che la vita l’aveva rischiata anche in autostrada, quella stessa mattina, mentre veniva verso Rubiera, a causa della manovra azzardata di un autotreno.
Era sembrato “carico”, esuberante, rigoglioso di vita ed era riuscito a trasmettere a tutti quella sua energia emozionante. Quel ricordo mi è rimasto dentro e rende oggi più dolorosa l’accettazione del suo destino che si è compiuto sul Pilone centrale del Freney.
Era sembrato che tutto fosse stato perfetto per la riuscita del “grande sogno”, un’alta pressione stabile che aveva creato le condizioni ottimali perché tutto andasse per il verso giusto e invece forse nascondeva una trappola del destino: il vento forte che si alza a soffiare proprio quando Marco Anghileri “Butch”, arriva sotto la Chandelle con i suoi tiri chiave.
Dopo, ci si chiede il perché, e non si può avere una risposta certa, ma solo supporre.
Io ho pensato che una raffica di vento lo abbia portato via dai minuscoli appigli che stava stringendo per raggiungere la cima del Pilone, poi ho smesso di pensare perché fa solo male.
Ho sempre detestato il vento, mi ha sempre infastidito, soprattutto in montagna; ora ho un motivo in più per alimentare la mia antipatia, ma al contempo lo ascolterò con animo diverso perchè tra le sue folate forse porterà con sé un poco dello spirito che ha strappato al “Butch”.
Gabriele Villa (Ferrara)

Lo ricordo e lo rivedo come fosse oggi, Marco Anghileri, a Zoppé di Cadore in occasione della consegna del terzo “Pelmo d’Oro” per alpinisti in attività. Era di una tranquillità disarmante ed a proprio agio in mezzo a due grandi “vecchi” dell’alpinismo dolomitico: Ceci Polazzon e Mariano De Toni. Nonostante fosse giovanissimo (tre lustri dopo nessun altro è stato insignito del premio giovane come lui).
Perchè lo ricordo così bene? Perchè dalle parole scambiate in quella ed in altre occasioni mi era parso di capire che per lui salire in alto era anche un mezzo per capire ed onorare le generazioni che l’avevano preceduto. Si sentiva forte l’impronta e la vicinanza di Riccardo Cassin, l’esempio di papà Aldino e di nonno Adolfo: per lui riferimenti forti ed impegnativi. Che lo hanno portato a praticare un alpinismo responsabile come emerge con chiarezza dagli articoli autobiografici scritti con sentimento per la rivista mensile del CAI. Dai dialoghi con Roberto Serafin ripresi più volte da “Lo Scarpone” e dalla recente testimonianza di Paolo Sibillon relativa al primo tentativo allo Spiz di Lagunaz. Tornò indietro, ci confidò “si può fare, ho lasciato lassù il sacco ma oggi non me la sentivo. Ho pensato al saluto di mio figlio quando sono partito e sono dovuto tornare indietro”.
Quel vento, elemento che quando soffia non sembra cessare mai, ce lo ha portato lontano “… in una corsa sempre più veloce, scivola ignaro verso il basso. Non c’è paura in lui e sono dolci i ricordi che gli passano nella mente e mentre corre sulla neve fredda il suo spirito si stacca piano piano e senza il minimo dolore si libera nell’aria. Solo il corpo continua la corsa e quando si arresta nella neve Lorenzo non c’è più; ma il suo sorriso è tornato vivo nello spirito che aleggia su quelle freddi nevi e che ora già veglia sui compagni ancora uomini deboli e indifesi…”
Queste parole scritte da Oreste Forno per l’amicissimo delle prime salite Mazzoleni mi sembrano appropriate come poche altre per ricordare la capacità di Marco nel rapporto con gli amici di corda ma rimandano anche con forza agli interrogativi esistenziali che Forno suggerisce di approfondire già tanti anni fa nel libro “Lettere a un Presidente” e che rilancia con ulteriori riflessioni nell’ultimo “La farfalla sul ghiacciaio”.
Pensando a quel tristissimo rientro a Lecco nel giorno della festa del papà, pensando a Carlo e Giulio, non si può non cercare di onorare la memoria di Marco andando ad approfondire di più e meglio tutti i quesiti e le possibili risposte per una maggior sicurezza anche nelle arrampicate estreme.
Roberto De Martin (presidente Trento Film Festival)

Marco Anghileri, chi è? (*)
[…] per valutare quanto è stato compiuto sulla Solleder, risulterà opportuno entrare in un minimo di conoscenza dell’alpinista che qui ha scritto la pagina più entusiasmante della sua vita in montagna, anche se molte pagine bianche attendono ancora di essere riempite.
Guardandolo, anagraficamente, ci troviamo di fronte ad un ragazzo, perché al giorno d’oggi così si presenta un giovane che non ha ancora compiuto i 28 anni: ma Marco Anghileri ragazzo lo è propriamente anche nell’aspetto, nel suo volto aperto e pulito, pur se segnato da un’espressione intensa e seria, rivelatrice della sua indole riflessiva e determinata.
La sua passione per l’alpinismo è tracciata in un solco dinastico, come del resto è già stato per il fratello maggiore Giorgio, troppo presto strappato all’alpinismo da un banale incidente di strada. Il cammino è stato segnato dal nonno Adolfo, allievo del grande Gigi Vitali, che negli anni trenta veniva guardato come un’autentica promessa, bloccata poi da una menomazione ad una gamba per una grave ferita bellica.
Quello che è sfuggito alla conquista del nonno diventa comunque appannaggio superlativo del padre: Aldo Anghileri è uno dei nomi sacri dell’alpinismo lecchese, di quella schiera che, in continuità con la scuola scaturita da Cassin, ha continuato degnamente in montagna una tradizione che molti invidiano a Lecco.
Papà Aldo è uno che sul 6° grado ha fatto cose pazzesche, ma ha pure saputo guardare in profondità ai problemi che si agitavano nei giovani come lui e in quelli che, appena adolescenti, stavano confluendo numerosi tra gli appassionati di montagna con l’evidente esigenza di un forte cambiamento e di far prevalere senza limiti la loro personalità. In funzione di questi ideali, Aldo non ha esitato a lasciare il suo prestigioso gruppo dei Ragni, per fondare, con pochi altri, un nuovo gruppo alpinistico lecchese, il Gamma, di cui diventa il primo presidente.
Chissà quante volte il piccolo Marco si sarà fatto raccontare dal padre lo scenario di questi avvenimenti, oltre naturalmente tutte le spericolate imprese da lui collezionate sulle più belle pareti delle Alpi e delle Dolomiti!
L’ambiente della montagna diventa perciò subito il suo humus, e qui la preziosa piantina si alimenta e cresce in modo tanto rigoglioso come forse nemmeno il padre avrebbe potuto sperare.
Non è questo il luogo dove ricordare i suoi inizi, i suoi rapidi progressi, la sue strepitose vittorie: qui si vuole solo riuscire a capire qualcosa di lui, del suo carattere, delle sue motivazioni per imbarcarsi in quello che i ragazzi della sua età normalmente rifuggono. […] La sede dei Gamma è diventato il suo ambiente abituale, e, vivendo in un gruppo, si sente impegnato a portare il suo attivo contributo […]  Al gruppo ha sempre donato la sua presenza, che significa trasmissione di importanti esperienze, il suo contributo nelle scelte di decisioni determinanti, una collaborazione attiva e concreta nell’attuazione della scuola di roccia e nell’organizzazione dei campeggi.
Molti giovani hanno trovato in lui l’istruttore ideale, che non fa sfoggio della sua evidente superiorità, ma con attenzione ed amicizia riesce ad indicare la bellezza dell’arrampicata e a guidare con proprietà al suo rischioso approccio. Pur amando stare in compagnia, riuscendo ad intrattenere ed a divertire, la sua predilezione per la salita solitaria parla apertamente del suo carattere orientato all’indipendenza, a non farsi condizionare dalle opinioni e dalle attitudini degli altri, come pure di una sensibilità che non vuole imporre ad altri la sue preferenze e la sue decisioni. Ma non soltanto questi sono i motivi che lo inducono a stare spesso solo, specialmente nelle prove più difficili ed impegnative.
Nella montagna e nell’alpinismo Marco ha individuato la forma valida di collaudo severo della sua personalità e nello stesso tempo la condizione ambientale più idonea per trovare una risposta che definisca i suoi limiti fisici, psicologici e spirituali. Non potremmo spiegarci diversamente la grande forza morale che gli ha consentito di lottare, del tutto isolato e per cinque interminabili giornate, su una delle più impressionanti pareti delle Dolomiti, sopportando quattro tremendi bivacchi. “Credo che, ad essere soli in questo suggestivo e selvaggio paesaggio roccioso, si verrebbe presi dalla disperazione”. Da queste parole di Toni Hiebeler, non un alpinista qualsiasi, ma uno dei conquistatori della prima invernale sulla Solleder, emerge l’incredibile forza di carattere di Marco Anghileri: per lui non c’è stata disperazione, ma solo calma e serenità. […]
Chi osa tanto, non si ritiene poi mai appagato anche se gioisce per ogni nuova conquista, il suo sguardo è già proteso verso nuovi traguardi, nell’ansia si assaporare emozioni nuove, che tali non possono essere se non vengono trovate su un terreno completamente diverso.
Così è fatto Marco ed anche se ormai ci ha abituato a tutto, prima o poi verrà a sorprenderci ancora, lanciato com’è ad un confronto senza limiti con se stesso, su ogni terreno. E non è detto nemmeno che sia proprio o solo la montagna a rivelarcelo nella sua luce più sensazionale, dopo che lui stesso ci ha rivelato il suo sogno ambizioso di voler “crescere, in montagna, ma anche e soprattutto al di fuori di essa”
Renato Frigerio (Gruppo Gamma, Lecco) 
 (*) Testo scritto nel 2000 per raccontare “da solo in inverno” in occasione della realizzazione della prima solitaria invernale della via Solleder sulla parete nord-ovest del Civetta)

Roberto Serafin autore del post

Roberto Serafin | Giornalista professionista, redattore per un quarto di secolo del notiziario del CAI Lo Scarpone. Ha curato a Milano la mostra “Alpi, spazi e memorie” e il relativo catalogo, ha partecipato con il Museo della Montagna “Duca degli Abruzzi” all’allestimento della mostra “Picchi, piccozze e altezze reali”. E’ autore di numerosi libri di montagna, tra cui l’ultimo “Walter Bonatti, l’uomo, il mito“. Con il figlio Matteo ha pubblicato il volume “Scarpone e moschetto”. Da alcuni anni di dedica quotidianamente alla sua creatura editoriale www.mountcity.it

2 commento/i dai lettori

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  1. Redazione altitudini.it

    Gentilissimi Signori,
    il gruppo alpinistico lecchese Gamma ha accolto con emozione la Vostra partecipazione alla grave perdita che ci ha privato di uno dei nostri alpinisti più amati e al quale si ispiravano i giovani che nel nostro territorio si avvicinano all’arrampicata.
    La Vostra partecipazione espressa con parole di ammirazione nei confronti di Marco Anghileri è stata di conforto a noi, ma ancora di più ai suoi familiari, con i quali abbiamo condiviso le Vostre sentite espressioni.
    Auspichiamo che il ricordo del nostro giovane alpinista possa rimanere fissato come un esempio e un incentivo per tutti a praticare l’alpinismo nella forma ideale e sincera come Marco l’ha fatto fin dalla più tenera età.
    Vi salutiamo con cordialità.
    p. gruppo Gamma
    Renato Frigerio

  2. paolo il20 marzo 2014

    …ci son notizie che non vorresti ma i sentire, ma purtroppo ora e’ triste realta… il nostro caro amico MARCO ANGHILERI da ieri ci guarda dal cielo… Cerco di farmi credere non sia vero, che le notizie dai siti siano errate…. MARCO noi ti ricordiamo col tuo straordinario sorriso e simpatia, come quella che ci hai donato giusto 2 mesi fa a Ponte di Piave, fra proiezione, racconti, risate sino a tarda ora… e poco dopo, via per una memorabile sci alpinistica assieme…. ho ancora a casa la tua giacca a vento, che, dopo la tua telefonata di fine febbraio, mi avevi promesso che passavi per Treviso x far due chiacchere davanti a na birra…
    Ti considero uno dei piu’ grandi alpinisti di sempre, ma ancor di piu’, un grande e semplice ragazzo, che la gente ama…. Un dolce pensiero ed un forte abbraccio, alla tua cara moglie Barbara, ed ai due splendidi figli Carlo e Giulio….
    Ciao MARCO, a presto…. Pa’

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