Un enorme masso erratico lungo il sentiero n° 443 che collega il Passo Giau con l’area delle Cinque Torri (da Meridiani Montagne, dal numero dedicato alle Dolomiti Ampezzane, ph. Giuseppe Ghedina)

Un enorme masso erratico lungo il sentiero n° 443 che collega il Passo Giau con l’area delle Cinque Torri (da Meridiani Montagne, dal numero dedicato alle Dolomiti Ampezzane, ph. Giuseppe Ghedina)

Avventura o anche impresa fatta da gente di rango, alpinisti di razza, oppure da semplici escursionisti
senza pretese come son io: 
che so, per esempio la conquista di una cima per la via più ovvia come la “via normale”.
Non di questo voglio dire, dirò piuttosto di un sasso, uno di quei massi erratici che si incontrano in quota,
lungo le vallate al limite del bosco e non si sa come siano capitati là come abbandonati,
scartati dalle mani di un creatore che possiede una sua cognizione del tempo ben diversa dalla misura umana.
Un sasso, dunque, certamente attore e non regista di una sua avventura.

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Era notevole per dimensioni, alto venti metri.

“Qual masso che dal vertice / di lunga erta montana, /
abbandonato all’impeto / 
di rumorosa frana, /  per lo scheggiato calle / precipitando a valle, / batte sul fondo e sta; / là dove cadde, immobile / giace in sua lenta mole;” (…)
(da “Il Natale” di Alessandro Manzoni)

Alessandro Manzoni, gran poeta! Ben più grande come scrittore direi sempre attuale oltre la modernità e, penso che lo sappiano anche i sassi. Perfino quel “masso” che un tantino di retorica non fa frantumare, ma cadere e restare intero nonostante il botto che non lo riduce in scaglie, ciottoli e sfasciume. Mentre il Sasso, di cui voglio dire a sproposito, si staccò centinaia di migliaia, forse milioni di anni or sono dal fianco della cima madre, gran bella montagna di oltre tremila metri, per effetto dell’erosione e fu trascinato in basso quasi intatto, giù giù lungo una valle famosa, dalla serie delle glaciazioni. Si fece tutto quel viaggio senza correre, senza rotolare, ma si lasciò trasportare fino ad uno slargo pianeggiante come un campiello veneziano.
Lui posato là nel mezzo con alle spalle un ripido pendio e attorno, a debita distanza, altri macigni minori come a far da corte. Era notevole per dimensioni, alto venti metri, a occhio anche qualcuno in più, adagiato così com’era, imponente sotto la sequenza delle cime aristocratiche, non sfigurava affatto come gendarme, guardiano del tempo e della natura. Forse, in futuro, sarebbe stato ricoperto nuovamente dai ghiacci e probabilmente trascinato ancora più a valle, ma il suo orologio non era umano e lui se ne stava là, immobile senza patire la soggezione della sua “cima antica”. Infatti, salendo il sentiero che conduce al passo, limite dell’intera vallata, ognuno, esperto alpinista o semplice escursionista, avrebbe sempre notato quella sorta di monumento naturale… arte moderna? Cubismo?
Un certa regolarità nella forma quel sasso l’aveva, ma i segni del tempo, le striature, stratificazioni, immersioni e emersioni avevano scolpito e disegnato tracce d’uno schema come un qualcosa di umano nella foggia, un viso, un volto… fantasie! Eppure c’era chi si figurava quella faccia strana, vuoi severa, vuoi serena, meglio, indifferente… Esistono menti poetiche che sanno fantasticare, specie in luoghi così incantevoli. Infatti per gli amanti della montagna in quella valle non mancava nulla, dal bosco cupo al pascolo ampio in basso, poi le piante rade di larice, quindi la macchia di mugo, il pendio a prato magro ricco di fiori, l’acqua, le ghiaie, gli accumuli di neve vecchia, infine le rocce: dunque una sequenza d’immagini reale, né fotografica né favolosa. Però per godere di quella vista era necessario andarci in quella valle e salire a piedi passando accanto al Sasso anonimo e su su fino al limite del passo, oppure, ai lati, lungo le tracce di sentiero che conducono all’attacco delle vie famose aperte da alpinisti il cui nome è storia, rifatte, ripetute da appassionati di rango.

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Ma al monolite non fu mai data la dignità di un nome.

“Non c’è nulla di facile in montagna!” Pareva avvertire la faccia severa sbozzata sul Sasso dalla fantasia, “Tutto viaggia per unità semplici come la sequenza regolare dei passi, come lo spazio tra appiglio e appiglio, ma la somma delle unità dà sempre complessità e la complessità la difficoltà…”.
Probabilmente quasi tutti coloro che in quella valle avevano affrontato e superato pareti, diedri, camini e tetti, sia i vecchi ormai antichi primi salitori, che gli attuali rapidi come ghiri, s’erano imbattuti in quell’avviso immaginario passando accanto al Sasso e ognuno ne aveva fatto tesoro. Ma al monolite non fu mai data la dignità di un nome. Pare che non se la sia mai presa a male, anzi che la singolarità comune del titolo di Sasso gli avesse attribuito come una sorte di blasone d’importanza.
Guardiano della valle, censore responsabile dell’evoluzione degli arrampicatori, già perché guide esperte sulle sue facce avevano piantato dei chiodi fissi ricavandone ben quattro brevi vie, senza peraltro scalfire affatto l’immagine della massa rocciosa appartenente al proprietario legittimo. Dunque una funzione più necessaria che importante e nessuno mai, sia istruttore che allievo, s’era permesso d’imprecare e men che meno di bestemmiare durante le manovre di arrampicata. Forse il Sasso incuteva una sorta di timore reverenziale o, almeno, rispetto da quando s’era scoperta la sagoma di un volto umano disegnata dalla natura nel suo profilo maggiore, come fosse stata immagine di un dio antico… E poi, alzando un poco lo sguardo durante la scalata, la breve fatica come la difficoltà svanivano davanti alla vista dell’intera valle. La cima madre, vecchia come il mondo, ma ancora  senza acciacchi e quasi priva di rughe con le sue pareti severe, imponenti, ammirate, corteggiate ma soltanto sfiorate dalla nobiltà inglese… Gran bella donna quella cima che s’era concessa soltanto a qualche raro valligiano come l’Angelica dell’Ariosto.
In seguito i conquistatori furono più numerosi, ma mai troppi, perché lungo quelle vie ci voleva un buon fegato oltre a preparazione e abilità: in una parola, valore. Dunque gente scelta su per quelle muraglie famose almeno quanto i grandi nomi dell’alpinismo. E non s’offendano le cime sorelle di quella madre né picchi e campanili suoi fratelli piantati in sequenza ai due lati della valle come dame e cavalieri d’alta nobiltà all’inizio d’un gran ballo d’altri tempi. E la musica?

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Forse lo si poteva ritenere un sasso filosofo.

Tempo ternario tra corda e corda, tra gola e gola al soffio della brezza leggera: voci di testa nemmeno sfiorate dalle storture dei gracchi, dai fischi delle marmotte e dal tonfo sordo di qualche pietra smossa da un camoscio distratto. Troppa grazia! Forse retorica, ma la realtà delle immagini non è facile da raccontare: forse meglio il silenzio. Un silenzio zitto come il Sasso che per secoli e millenni non s’era mai lamentato del suo stato: aveva accettato l’immobilità come la lenta discesa. Non era umano e non conosceva conflitti, reclami, rivolte, ma saggio sì e d’una saggezza antica quasi come il mondo, lui che aveva visto scorrere più di un’era geologica, lui che era disceso dalle quote più elevate giù giù fino al basso di un fondo valle vagliando in sé il destino dell’esistenza. Forse lo si poteva ritenere un sasso filosofo. Fantasie! Del resto non teneva conferenze, né dibattiti e men che meno interviste, però qualche chiacchierata apparente sì che la faceva, e con chi? Forse con il vecchio camoscio…
Vecchio, vecchio no davvero: suonerebbe come un’offesa, ma anziano lo era e anche capo del suo branco fatto di femmine, piccoli e giovani impazienti. Quel signore guidava i suoi mattina e sera fino al torrente per l’abbeverata, s’arrampicava con quattro balzi dal pendio retrostante e saliva in cima al Sasso senza sforzo alcuno e di là sorvegliava, vigilava, controllava che non vi fossero né intemperanze né pericoli. Durante la sosta, se tutto era tranquillo, forse scambiava due parole con quel sasso amico suo, ma quel che si dicessero i due non si potrà mai sapere, quindi, dopo un breve scambio di cortesie, scendeva lui, ultimo a dissetarsi. Altri ospiti s’erano sistemati nelle vicinanze, gente simpatica né ingombrante né chiassosa che abitava ormai da generazioni sotto il Sasso: ben due famiglie di marmotte autorizzate ad abitare là per scansare le picchiate dell’aquila affamata. Il rapace non sarebbe mai sceso a rotta di collo col rischio di finire contro la roccia e, oltre al danno, di rimediare la beffa del ridicolo: lei, un soggetto maestoso, una regina!
Intanto a giorno seguiva giorno e quando il sole di piena estate se ne andava altrove, laggiù oltre le montagne dell’Ovest e, da gran pittore qual è, salutava le cime della valle con una mano di rosa e una pennellata d’arancio, il Sasso già dormiva nella notte precoce già scesa là in basso, dormiva un sonno tranquillo senza il sogno ambizioso di ritornare lassù al fianco della cima madre e rassegnato a calare ancora più giù, non ora, ma in tempi non stabiliti, quando noi non ci saremo.

photo by courtesy: Giuseppe Ghedina – www.giuseppeghedina.com

Mario Ferrazza autore del post

Mario Ferrazza | Pensionato, escursionista, buon camminatore, mediocre scialpinista, pessimo fotografo. Iscritto al CAI Feltre dal 1988, ha percorso le Dolomiti in lungo e in largo, con qualche incursione nelle Alpi Occidentali e Centrali, compreso un paio di tracciati classici in Nepal. Vivo a Mel (BL).

1 commento/i dai lettori

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  1. Mauro Varaschin il30 giugno 2016

    Bellissima Mario!!

    Mauro da Mel

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