Racconto

In alpeggio con Roberta

All’alpe Valanghe in Val Maira, la storia di una giovane margara del XXI secolo, tra tradizione e modernità

testo di Marzia Verona, foto di Ivana Cleo

27/06/2019
6 min

All’Alpe Valanghe di amanti della montagna ne passano molti e c’ero già stata anch’io, o meglio, ci ero passata più volte in sella alla mia vecchia mountain bike quando ero una ragazzina.

La Val Maira e le sue strade militari in quota le frequentavo ben prima che diventassero famose per il transito del Giro d’Italia appena un po’ più su, a quello che è stato ribattezzato Colle Fauniera, ma che prima tutti chiamavano Colle dei Morti, dove oggi è stato collocato il monumento a Marco Pantani. Si sale di lì anche per andare a raggiungere la partenza del sentiero per Rocca la Meja o per affrontare altre panoramiche escursioni.
Sono montagne che ho sempre amato, quelle delle Alpi Marittime, specialmente qui dove il bianco delle rocce calcaree contrasta con il verde brillante dell’erba e con cieli estivi dal colore blu intenso. E che dire poi delle fioriture multicolori che si ammirano nel cuore dell’estate, tra luglio e agosto?

Le mandrie arrivano quassù proprio per consumare quei pascoli verso l’inizio di luglio, giorno più, giorno meno, a seconda delle annate. Siamo a 2100 metri di quota, così bisogna attendere che la neve si sciolga e che cresca abbastanza erba per sfamare le vacche di razza piemontese, quelle che saliranno quasi di corsa, un mattino alle prime luci dell’alba con la colonna sonora dei caratteristici campanacci, i rudun. Questi, al termine della transumanza, verranno appesi a un trave dell’alpeggio fino al momento della discesa autunnale, mentre al collo delle vacche per il pascolo quotidiano ci saranno delle campane più piccole e dal suono meno grave.

Rimasi colpita dai discorsi “innovativi” che ascoltai quassù

Il mio primo incontro con i Colombero, la famiglia di margari che da anni sale con la propria mandria in questo alpeggio, avvenne nel 2004: stavo lavorando a un censimento degli alpeggi per conto della Regione Piemonte e rimasi colpita dai discorsi “innovativi” che ascoltai quassù, tant’è vero che tornai a intervistare Giulio per un libro dedicato al mondo degli alpeggi nel 2005. In questa famiglia la passione e il legame con le tradizioni andavano di pari passo con una visione più aperta e moderna del loro antichissimo mestiere.

Gli anni passarono, poi nel 2011 tornai ancora una volta all’alpe Valanghe quando cercavo giovani allevatori per un progetto editoriale a cui stavo lavorando. Dopo una chiacchierata con Giulio e Giovanna venne il momento di parlare con Roberta, la loro unica figlia.
Incontrare una ragazza come Roberta aiuta sicuramente a sfatare molti luoghi comuni sul mestiere dell’allevatore di montagna. Lei rivendica con orgoglio la sua appartenenza al mondo dei margari, parola che, in Piemonte, identifica quegli allevatori di bovini che compiono la transumanza e si spostano in alpe per la stagione estiva, per poi ridiscendere in pianura in autunno, spesso in cascine prese in affitto per uno o più anni. Un popolo nomade la cui unica proprietà parrebbe quindi essere solo il bestiame. Già allora avevo definito Roberta un’allevatrice del futuro, per le sue idee, per la sua determinazione e per un’apertura mentale unita a un ampio sguardo sul resto del mondo. Un controsenso, visto l’isolamento del mondo dell’alpeggio? «Ho tanti amici e amiche un po’ di tutti i tipi, non solo gente con le bestie. Ogni tanto vengono qui delle ragazze che studiano Scienze Forestali o Veterinaria, fanno domande, stanno con me qualche giorno, oppure degli studenti per lo stage dell’Istituto agrario», mi aveva raccontato.
Me la ricordo anche infastidita dal fatto che, quando qualcuno le chiedeva il suo mestiere, suscitasse stupore la sua risposta. «Come se essere vestiti normali, non dico eleganti, ma normali come tutti i giovani d’oggi non possa voler dire che fai il marghè

  • foto di Ivana Cleo, www.ivanamotto.blogspot.com
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  • foto di Ivana Cleo, www.ivanamotto.blogspot.com
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Roberta cresceva, continuava ad aiutare la famiglia, ma cominciava anche a proporre le proprie idee

A distanza di anni, recentemente ho cercato di ricontattare quei giovani che avevo intervistato per il mio libro, per sapere com’erano andate le cose, se il loro cammino umano e professionale fosse rimasto nell’ambito dell’allevamento. Nel caso di Roberta, non avevo bisogno di chiederglielo, dato che ci siamo sempre tenute in contatto. Un anno avevo accompagnato la loro transumanza di salita in alpeggio, un’altra volta avevo trascorso alcuni giorni a cavallo di Ferragosto nell’alpeggio, insieme ad altri amici e parenti della famiglia Colombero.

Roberta cresceva, continuava ad aiutare la famiglia a mandare avanti l’azienda, ma cominciava anche a proporre le proprie idee, a introdurre qualche innovazione, oltre a cercare sempre di apprendere nuove nozioni.
«Ho continuato a seguire dei corsi di aggiornamento su nuove lavorazioni di formaggio, ho frequentato il corso Onaf (Organizzazione Nazionale degli Assaggiatori di Formaggio – nda) per imparare a degustare il formaggio e proporlo al consumatore in vari abbinamenti. Ho anche approfondito il mio studio della lingua inglese.»
E l’inglese non serve solo per comunicare con i tanti turisti che si fermano all’alpeggio per acquistare uno dei diversi prodotti caseari che qui vengono realizzati quotidianamente, ma anche per consentire a Roberta di andare alla scoperta del mondo. I suoi viaggi infatti l’hanno portata negli Stati Uniti o in Irlanda, ospite di altre famiglie di allevatori, presso cui ha soggiornato per un periodo dando una mano e mettendo a confronto metodi di lavoro. Ma ci sono stati anche viaggi di piacere che l’hanno condotta in terre lontane, esotiche, o sul Cammino di Santiago, un qualcosa di impensabile per la maggior parte delle persone che praticano il suo mestiere… ma non impossibile! È la stessa Roberta a sottolineare che tutto ciò avviene grazie alla disponibilità dei suoi genitori, che capiscono quanto sia importante per lei avere dei momenti per esplorare mondi e realtà differenti. «Mi capita qualche volta durante l’anno di lasciare soli mamma e papà per viaggiare all’estero per conoscere realtà simili alla mia, portare a casa qualche conoscenza. Li ringrazio enormemente per darmi la possibilità di farlo.»

Oggi il margaro deve conoscere il mondo per saper vendere la propria immagine, prima ancora del suo prodotto

Roberta viaggia, arricchisce il suo bagaglio culturale e lavorativo, promuove i suoi prodotti e la sua azienda, ma sono solo parentesi, perché a casa lavora duramente in stalla, sui pascoli, in caseificio e si occupa degli aspetti burocratici della gestione aziendale: «Tengo io l’anagrafe bovina e la fatturazione elettronica. Bisogna stare dietro ai tempi.»
Negli ultimi anni ha partecipato ad alcuni programmi televisivi, un ruolo che l’ha divertita e che ha interpretato con lo scopo principale di far conoscere il proprio mestiere e il territorio dove vive e lavora.

«Trasformo il latte dei miei animali nel periodo estivo all’alpeggio Valanghe a Marmora (CN), producendo principalmente Nostrale d’Alpe, robiole, tomini, erborinati, semicotti, tipo Castelmagno, yogurt e burro. Durante l’inverno le vacche raggiungono le campagne di Savigliano e, in quei mesi, il latte viene venduto al Caseificio Osella. D’estate facciamo vendita diretta al turista di passaggio, oltre a rifornire locali e agriturismi della zona. Mi piacerebbe molto riuscire a realizzare un piccolo caseificio nella cascina pianura e produrre formaggio tutto l’anno. Sono molto soddisfatta della mia vita, le mie “ragazze” (le vacche, nda) mi regalano soddisfazioni immense.»

Se passate da quelle parti, nel vallone di Marmora, potreste persino incontrarla durante un suo giro a cavallo. Nel poco tempo libero che resta quando si è in alpeggio, Roberta si dedica anche a quest’altra grande passione, che ancora una volta le permette di vivere appieno il suo territorio, in simbiosi con i suoi animali.
La storia di questa margara del XXI secolo mi ha insegnato che, persino in quel mestiere, è possibile andare oltre il vincolo del lavoro 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. È vero che gli animali hanno bisogno di essere seguiti sempre, ma il margaro 2.0 deve conoscere il mondo per saper vendere la propria immagine, prima ancora del suo prodotto.

Marzia Verona

Marzia Verona

Scrittrice e allevatrice. Dopo la laurea ho sempre cercato di lavorare a progetti che avessero a che fare con la montagna, il territorio, i prodotti tipici. Parallelamente, ho iniziato a pubblicare alcuni saggi, libri fotografici e opere di narrativa. Il tema di quasi tutte le mie opere è la zootecnia di montagna: l'alpeggio, la pastorizia, l'allevamento delle capre. Per alcuni anni ho praticato la vita e il mestiere del pastore vagante, accompagnando il gregge 365 giorni all'anno e trascorrendo l'estate in alpeggio. Nata e vissuta in Piemonte, recentemente mi sono trasferita in Valle d'Aosta, dove aiuto il mio compagno nella conduzione di una piccola azienda zootecnica a 1000 metri di quota.


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