Croda_Rossa_volti_02In montagna per slogarsi, non la caviglia.
Prima si ridacchia, poi si tenta un ragionamento.

Cretacico: il desiderio e la compiacenza

Fu nell’estate del 2001, avevo vent’anni o giù di lì. Decisi che per essere un vero alpinista avevo bisogno di una vera giacca, possibilmente una di quelle rosse con le toppe nere in contrasto sulle spalle, in Gore-tex® ovviamente. L’avevo capito sfogliando l’annuario fotografico di fine millennio di ALP e, soprattutto, sudando mille camicie durante la traversata – con i nuovi amichetti universitari, selvaggi come e più di me – del Parco Nazionale della Val Grande, chiuso in un vecchio pastrano da sci inutilmente imbottito e troppo ampio, sotto il riverbero del sole sulla neve in un magnifico aprile di libertà che i vent’anni, appunto, regalano.

Così, dopo un’adolescenza di ravani sulle crode con orribili e deformi pantaloni della tuta in cotone jersey, troppo caldi e troppo lenti ad asciugare, camicie di flanella, k-way del mercato indossate una sopra l’altra, zaino da escursionismo anni ’80 pieno di tasche inutili e con bastino in acciaio (parecchi newton di forza-peso in regalo) decisi, racimolato il gruzzolo, di affrontare la soglia di un negozio sportivo monomarca, allora per me un vero santuario, ed iniziare l’ammodernamento della mia immagine d’alta quota con il pezzo per eccellenza: la giacca da alpinismo, appunto.

Ne uscii con una giacca verde e non rossa (prevalse il mio spirito da naturalista, desideroso di mimetismo, rispetto ai soliti moniti CAI sulla visibilità in caso di incidente), ma soprattutto il fondo limitato dell’epoca, assieme alla mia tirchieria, permise l’acquisto di un capo sì di marca, ma con la membrana Hydroseal® anziché Gore-tex®. Il fatto che probabilmente nessuno dei lettori conosca o ricordi la membrana Hydroseal® lascia immediatamente intuire quanto la suddetta fosse una schifezza (presto fu infatti abbandonata dal produttore in questione), ma tant’è. Poco male perché, membrana a parte, la giacca era un autentico gioiello e soprattutto c’era lui, c’era un gigantesco logo THE NORTH FACE®, proprio così, in maiuscolo, bianco su nero e perciò visibilissimo. Anzi, ce n’erano addirittura due, uno davanti e uno dietro, speculari e bellissimi, pareva che dichiarassero in continuazione al mondo che dentro quell’involucro di poliammide guizzavano i muscoli e l’ardimento di un vero Alpinista®.

La giacca iniziò ad accompagnarmi durante le mie piccole e piccolissime avventure, in montagna e nei boschi, ma anche nella vita di tutti i giorni, cerimonie non escluse. Divenne onnipresente e dunque proverbiale nel giro dei miei amici. «Federico chi?» sentivo domandare. «Quel co la giaca vérda» rispondevano.

Metà degli anni zero. La patacca che tanto assomiglia al profilo granitico dell’Half Dome (Yosemite, California) fa bella mostra di sé aggrappata perennemente alla mia spalla destra.

Metà degli anni zero. La patacca che tanto assomiglia al profilo granitico dell’Half Dome (Yosemite, California) fa bella mostra di sé aggrappata perennemente alla mia spalla destra.


Paleogene: non sono solo

Passarono gli anni: il vento faceva danzare il tessuto a piccoli sussulti, la pioggia ticchettava sul cappuccio sollevato, la membrana Hydroseal® tentava disperatamente di convincermi che la sua traspirazione era eccellente e tutta quella disagevole condensa interna era esclusivamente colpa della mia sudorazione eccessiva. Tante volte la giacca restava semplicemente appallottolata sul fondo dello zaino per tutta l’escursione, ma sapevo che quel mucchietto che mi portavo sempre dietro in caso di rogne mi avrebbe salvato la vita. Insomma furono anni di letizia e scoperte, estati ed inverni.

Poi, quella che all’epoca mi sembrava una giacca esclusiva, divenne lentamente convenzionale al grande pubblico. Il marchio occhieggiava ovunque, sulle cime come in pianura. E assieme a quello, tanti altri. L’abbigliamento da montagna, mi accorsi con acume, iniziava a sbarcare in città, esattamente con la stessa dinamica che aveva spinto me, appena prima, a fare altrettanto: comodità d’uso e soprattutto, malcelato e giovanile orgoglio nell’essere riconosciuto come uno di quelli che va in montagna.

Comunque, nessun trauma e quindi nessun cambiamento: forse non ero più l’unico ma – mi dissi – continuavo ad apprezzare la giacca per la sua comodità in caso di intemperie.

Neogene: la visione

Poi accadde che finii il percorso di studi, feci chissà quali letture da Thoreau in giù, parlottai forse con qualche mezzo hippy o ubriacone/filosofo di paese, qui da me in Valbelluna. Fatto sta che un giorno, rovesciando il mio cassetto di vecchie foto in un pomeriggio di nuvolaglie, ebbi una visione: eccomi sulla cima Tal dei tali, sul monte Analogo, sull’onnipresente croda del Mezzodì, sul sempiterno costone delle Agnelèzze. Ovunque, nei miei primi piani sorridenti o nelle istantanee di presunta azione, ammiccavano due, tre, quattro loghi del mio ormai completo armamentario per la vita all’aria aperta. E le mie fotografie mischiavano la sagoma del campanile Toro sullo sfondo con un’invadente aquila Salewa® della maglietta in primo piano, le escrescenze della dolomia cariata, lì dove tenevo l’appiglio, con uno sgargiante lupo Camp® sul mio caschetto eccetera. E poi la fascetta Marmot®, la piccozza Grivel®, lo zaino Cassin®, i pantaloni Mello’s®, le moffole Haglöfs®, il maglione Berghaus®, gli scarponi LaSportiva®: dovunque onnipresenti e fastidiose ® a ricordarmi che, pur avendo pagato l’acquisto di un capo, contribuivo ogni giorno a farne pubblicità, a veicolare al mondo il suo marchio di successo, di intrepida lotta con l’alpe. Per un pomeriggio, anni di mie fotografie mi apparvero all’improvviso come tratte da un catalogo commerciale. Insomma, fu una maledizione. Mi convinsi che la diffusione del marchio era passata anche attraverso l’incessante pubblicità garantita dalla mia giacca verde a spasso per le Dolomiti per tanti anni. E vidi lo stesso sulle automobili, sugli elettrodomestici, sulle montature degli occhiali, ovunque. Potevo capire gli alpinisti sponsorizzati, ma io non avevo mai preso una lira o un euro per tutto questo!

Volevo iniziare la mia liberazione. Mi sentivo come il Duca d’Auge ne I fiori blu, che sale in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. Anch’io, come lui, la trovai poco chiara, tuttavia tentai una strada.

Effetto “albero di Natale” (come scherzosamente dice un mio amico) su Simone Moro, alpinista professionista, con gli sponsor ad addobbare la giacca. Giustamente, secondo me, per l’alpinismo di punta sono necessari gli sponsor per affrontare i costi della logistica e non solo; quindi in questo caso la visibilità è necessaria e dovuta. Ma perché trasformare anche i dilettanti, in piccolo, in cartelloni pubblicitari viventi?

Effetto “albero di Natale” (come scherzosamente dice un mio amico) su Simone Moro, alpinista professionista, con gli sponsor ad addobbare la giacca. Giustamente, secondo me, per l’alpinismo di punta sono necessari gli sponsor per affrontare i costi della logistica e non solo; quindi in questo caso la visibilità è necessaria e dovuta. Ma perché trasformare anche i dilettanti, in piccolo, in cartelloni pubblicitari viventi?

Quaternario: il comitato di liberazione (in minuscolo)

La forma di resistenza più decorosa mi sembrò infine l’atto dello slogarsi, ossia di eliminare i loghi dai capi già acquistati e di evitare l’acquisto di ulteriori capi con logo in evidenza (quest’ultimo aspetto ahimè quasi impossibile). Per la prima parte del discorso, andai avanti per un po’ con pennarelli indelebili a coprire le scritte e coltellini a rimuovere etichette. Va da sé che, nella mia paranoia iconoclasta (meglio forse logoclasta), in alcuni casi combinai qualche pasticcio: sbavature, costosi tessuti sgraziatamente lacerati eccetera. Era il prezzo da pagare per la battaglia.

Non solo: presi tastiera e monitor e scrissi a Mr. Yvon Chouinard (ovviamente filtrato da mille suoi sgherri che suppongo abbiano cestinato l’email al primo sbarramento, con uno sbadiglio) nientemeno che Mr. Patagonia®, il marchio di abbigliamento che più di ogni altro mi sembrava attento all’ambiente, all’essenzialità dell’andare in montagna, all’attenuazione del consumismo. Nel mio accalorato pamphlet spiegai al buon vecchio Yvon che io mi ritenevo senz’altro un anticipatore, e che avevo intuito che il futuro dell’abbigliamento da montagna e sportivo sarebbe stato quello di slogarsi, ossia di affrancare i consumatori dal ruolo passivo di paganti e promotori, cornuti e mazziati, e di voler avviare con lui, sotto la mia egida, un percorso di liberazione, dove il marchio sarebbe stato solo sull’etichetta all’interno dei capi, funzionale unicamente al riconoscimento dei soggetti manifatturieri, ma invisibile all’esterno, lasciando gli spazi e le superfici a disposizione dell’unicità e libertà delle persone che li avrebbero indossati. Revolución!

Per quanto sembri inconcepibile allo stato attuale nel mondo dello sportswear, scrissi fingendo competenza e preparando la stoccata finale, si consideri per un istante i vestiti d’alta moda o solo anche quelli da cerimonia – completo e cravatta per intendersi – dove prevale il taglio e la qualità del tessuto a rendere appetibile un marchio, non l’esibizione dello stesso. Se il problema sono le vendite, caro Yvon – proseguii – si pensi a come far passare al consumatore l’idea che nessuno lo sta sfruttando, che egli non è un cartellone pubblicitario vivente suo malgrado, e magari il tutto potrebbe risultare perfino cool, ossia fico. Forse, come nel mio percorso, anche quelli a cui piace l’esibizione del logo potrebbero riconsiderare la faccenda, se ponderata con calma dalla cima di un torrione.

Il seme era così stato gettato. Ora è in silenziosa attesa nei campi, sotto la neve di gennaio. Potrebbe arrivare la gelata tardiva, oppure no.

Un amico ed io in classica, maschia e perciò patetica posa di vetta, Croda Rossa d’Ampezzo, 2014. Si notino gli storici capi in tessuto “pile” a cui sono state scucite le etichette, solitamente visibili sul petto. Il tutto risulta, a mio personale giudizio, gradevolmente vecchio stile e sobrio. (Nota esplicativa: i veri volti sono sostituiti da quelli di Spongebob e Stewie Griffin per rispetto della privacy e per assecondare l’ossessione, come da copione dei veri montanari ribelli, di restare nell’ombra).

Un amico ed io in classica, maschia e perciò patetica posa di vetta, Croda Rossa d’Ampezzo, 2014. Si notino gli storici capi in tessuto “pile” a cui sono state scucite le etichette, solitamente visibili sul petto. Il tutto risulta, a mio personale giudizio, gradevolmente vecchio stile e sobrio. (Nota esplicativa: i veri volti sono sostituiti da quelli di Spongebob e Stewie Griffin per rispetto della privacy e per assecondare l’ossessione, come da copione dei veri montanari ribelli, di restare nell’ombra).

Giurassico: il flashback

Alla fine alcuni mesi fa mi è tornato in mente. Succede così, alle volte. I ricordi sono nelle pieghe della mente e ogni tanto riaffiorano. Sono sequenze di molecole, in fondo, e qualcosa di endogeno ogni tanto li innesca senza che ci sia dato di sapere il perché.

Era il 1989, i miei genitori mi avevano appena comprato una biciclettina nuova di stecca, come si dice. E io sono lì, con il cespo di capelli neri che allora avevo, bambino con la riga in parte molto demodé, ad armeggiare in garage con il gioiello appena acquistato. Una bici di quelle di una volta, con i parafanghi in acciaio inox, quattro rapporti e la saldobrasatura nella scatola di congiunzione, roba buona insomma. Chissà cosa pensai, chissà cosa vidi. Nessuno in compenso vide me: ad uno a uno staccai tutti gli adesivi presenti, i loghi e i marchi, in maniera orrenda e sgraziata. La colla rimaneva attaccata a piccoli lembi, tentai di rimediare con la punta di un chiodo e una spatola e il risultato fu ovviamente una sciagura. La bicicletta nuova e subito sfregiata fu presto scoperta, e io giustamente sgridato.

Allora non c’era ancora nessuna montagna, non c’erano letture, non c’erano hippy o saggi a indicare la via. Era, in nuce, un’intuizione di un bambino, una pulsione recondita pescata da qualche parte, un microscopico gesto ribelle contro, forse, un’omologazione. Chissà se è vero, e chissà se non stia caricando troppo di significato quell’episodio. So solo che quel pomeriggio andò così.

Oggi, la bicicletta è finita chissà dove, temo venduta. La vecchia giacca è appesa a una gruccia, sostituita da una più moderna, verde anch’essa, stavolta con la membrana più performante, quella originale. Di quest’ultima sono riuscito a scucire il logo senza danni. Gli amici che mi prendevano in giro per l’onnipresente giacca verde bonariamente continuano a prendermi in giro per i miei abiti pitturati con i pennarelli indelebili o dalle etichette staccate – non tutti, che non voglio farne un’ossessione – così come per i mille tic, debolezze, goffaggini che ho e che tutti abbiamo. Io, di rimando, sorrido e prendo in giro loro, che è il modo più efficace che ho per volergli bene.

Non so come evolverà la faccenda ma, loghi o no, senza prendersi troppo sul serio, alla fine per me l’importante sarà percorrere il più a lungo possibile il sempiterno costone delle Agnelèzze, ancora per tanti anni, e vedere dove finirà con quel salto dirupato che ancora non ho visto.
___
Crediti per l’ispirazione: Afrà de Roma e Candido

Federico Balzan autore del post

Federico Balzan | Naturalista e guida naturalistica di Belluno, lavoro come tecnico nel campo ambientale. Le montagne sono un posto in cui coltivo vari interessi ed esse costituiscono uno dei miei punti di riferimento.

1 commento/i dai lettori

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  1. Simonetta Radice
    estateindiana il2 aprile 2015

    Credo che in tutto questa valga il vecchio adagio di Seneca: [libertà è] usare i vasi d’argento come fossero di teracotta e quelli di terracotta come fossero d’argento :)

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