Cimon de la Palla, sulla dx della foto, con la cresta nord-ovest (ph Renato Bortot)

Cimòn de la Pala, sulla dx della foto, con la cresta nord-ovest (ph Renato Bortot)

Il nome del giovane aristocratico Melzi avrebbe potuto rimanere per sempre nell’oblio. Il destino invece volle che il suo nome rimanesse inciso sulla cresta nord-ovest del Cimòn de la Pala, quasi a ricompensarlo per quel male che lo avrebbe poco dopo ucciso.

L’ 11 agosto 1893, la guida Giuseppe Zecchini e un importante cliente, Gilberto Melzi, erano partiti alle quattro del mattino da S. Martino di Castrozza, diretti alla parete ovest della Cima Rosetta, per la via che viene associata al nome di Carlo Garbari. Tuttavia, «ispirato da non so quale bellicoso sentimento, mi offriva, fra il serio e lo scherzo, di scambiare la progettata salita con un tentativo di ascensione al Cimone dalla cresta N.O. – racconta Melzi – La proposta era troppo attraente per poter essere rifiutata e, rammentandomi che molto spesso le sorprese meno preparate e più rapidamente decise sono quelle che la sorte si compiace di proteggere, accettai e, senz’altro volgemmo i nostri passi alla nuova meta.» 1

Il signore, che ha raccontato l’impresa sulle pagine della Rivista Mensile, aveva allora 25 anni, essendo nato a Milano nel 1868, dal conte Diego e da Donna Bianca Brambilla, rappresentanti della migliore aristocrazia lombarda: la casata dei conti Melzi di Cusano.  Il giovane conte era fra gli esponenti più brillanti e dinamici di tale aristocrazia.  Aveva studiato geologia nella facoltà di Scienze Naturali sotto la guida di Torquato Taramelli a Pavia, dove aveva conseguito la laurea (con lode) nel giugno del 1890. Il geologo Taramelli, durante gli studi, aveva rafforzato nel ragazzo una inclinazione verso la montagna che si era manifestata negli anni precedenti. Infatti, già alcuni anni prima (1887) aveva scalato il Cevedale, il Corno dei Tre Signori, il S. Matteo, il Tresero, il Confinale e diverse cime del Rosa e del Bianco. In parte per interessi scientifici; ma, soprattutto, attratto dal carattere sportivo dell’ascensione, anche se allora lo stesso Taramelli, biasimava “lo sportismo” di alcuni geologi. Subito dopo la laurea si diede ad organizzare, col fratello Camillo, una spedizione scientifica in Eritrea, che gli avrebbe fornito l’opportunità di soddisfare i suoi interessi scientifici e di dare libero sfogo alla sua passione e perizia di cacciatore.
Aspirazioni esplorative che si innestavano, in quegli anni, ad un progetto politico e commerciale che mirava alla creazione di basi fisse nel Corno d’Africa, primi passi verso la conquista coloniale. I fatti d’arme che sfociarono poi nella sanguinosa sconfitta di Adua (1895) costrinsero il giovane a rinunciare alla spedizione. Probabilmente, durante il periodo universitario, Melzi conobbe Maurizio Sacchi, anche lui allievo di Taramelli, che partecipò effettivamente ad una spedizione esplorativa – la seconda spedizione Bottego – in quel territorio e che vi perse la vita. Dopo un lungo viaggio nell’isola di Ceylon, nel 1897 visitò, col fratello, il Marocco e vi tornò l’anno successivo, alla ricerca di reperti geologici e di prede per la sua carabina.

Le pubblicazioni in materia di geologia rappresentano il naturale riflesso dei suoi interessi culturali e dei suoi viaggi. Fu tra i primi ad applicare la tecnica della fotografia microscopica negli studi di mineralogia che furono principalmente rivolti ai monti della Valtellina, alle Prealpi Orobiche, alla Valle del Masino e a quella del Sesia e infine alle rocce di Ceylon. Particolarmente significativo è lo studio che condusse con l’amico Ettore Artini su un meteorite portato in Italia dalla Somalia dal capitano Ferrando 2.

Contrariamente a ciò che farebbe pensare la vivace attività fisica e scientifica a cui era improntata la vita del giovane Melzi, egli era malato di un morbo che ha caratterizzato letteratura, musica,  ricerca scientifica, stili di vita di un’intera epoca. La tisi lo aggredì che era ancora adolescente e si trattava di una malattia che, allora, non lasciava scampo. È anche legittimo pensare che agli inizi della sua attività alpinistica non sia estranea la prima diagnosi che venne effettuata.
Come si vede, la consapevolezza di avere davanti un orizzonte ristretto – o forse proprio a causa di questa –  non impedì al giovane di avere una vita molto intensa, sul piano scientifico, su quello alpinistico e anche su quello affettivo.  Qualcosa si sa di un legame con Annie Vivanti (1866 – 1942), poetessa di cultura cosmopolita, amica di Giosué Carducci. 3
La dolorosa vicenda di Melzi colpì nel profondo la sensibilità della Vivanti che gli dedicò un componimento poetico dal titolo inequivocabile:

Annie Vivanti e Gilberto Melzi

Annie Vivanti e Gilberto Melzi

Etisia
M’hanno detto di te, pallido amante,
che per fatalità tremenda e oscura,
sulla tragica via della sventura
ti conducea la sorte.
M’hanno detto che già l’ombra del Nulla
avea steso su te mani fatali.
M’hanno detto che i baci eran mortali
delle tue labbra smorte.
Dammi l’alito tuo, dammi il veleno!
Acre è il gaudio, terribile il piacere
Dalla tua triste bocca poter bere
la voluttà e la morte!

Ma all’alba di quel giorno di agosto del 1893, Gilberto Melzi era fermamente deciso a trasformare in realtà la proposta di Zecchini e a seguire la sua forte guida:
«Sulla forcella ci fermammo per circa 20 minuti a prendere un po’ di cibo; poi, sostituiti gli scarponi ferrati coi peduli – le scarpe de gato, come le chiamano a S. Martino – e legatici alla corda, incominciammo l’arrampicata.»
All’inizio i due trovarono il diavolo meno brutto di quello che pareva a distanza, e la cosa si mantenne fino a che arrivarono allo spigolo vero e proprio:
«Da questo punto essa [la cresta] ci si presentava davanti con un aspetto veramente raccapricciante e tale da far nascere molti sospetti sulla possibilità di superarla. Vi ci accingemmo infatti senza troppe speranze. Se sono molte, anche nello stesso gruppo dolomitico di S. Martino, le scalate di rocce che si presentano per difficoltà superiori a questa, poche ve ne sono di così vertiginose.  Per tutto il lungo tratto che corre dal secondo spuntone alla cornice superiore, la crestina, dotata di pendenza fortissima, non presenta una irregolarità, non una sporgenza che arresti lo sguardo e gli impedisca di sprofondarsi a destra o a sinistra, nei due abissi che si aprono verso il ghiacciaio del Cimone e verso S. Martino, a S.O. e a N.E.; non c’è un punto solo in cui il piede possa trovare un sostegno abbastanza sicuro per poter fare a meno dell’aiuto delle mani. La verticalità dei versanti è tale che le sottostanti pareti sfuggono all’occhio e si ha l’impressione di camminare o, meglio, di strisciare sopra una gigantesca corda sospesa nel vuoto.»

Tracciato via Melzi e la g.a. Giuseppe Zecchini (seduta al centro)

Tracciato via Melzi e la g.a. Giuseppe Zecchini (seduta al centro)

Ma non manca, nella relazione, anche qualche nota tecnica:
«Una cresta rocciosa che, dotata di eguale pendenza e di eguale struttura, avesse una diversa natura litologica, non sarebbe superabile; qui, invece, la solidità della roccia e la frequenza di quei fori, stretti all’apertura, più larghi internamente, caratteristici della dolomia e dovuti alla corrosione della roccia, permettono la scalata della cresta senza gravi difficoltà e, per chi sia certo della sicurezza del piede e della vista, senza il minimo pericolo.»
I due alpinisti non sostarono, come d’uso, sulla vetta, anche perché il tempo appariva minaccioso, e una veloce discesa li riportò a S. Martino non più tardi delle 16 e 30. Solo pochi giorni dopo, sempre con la guida Zecchini, percorsero quella che era diventata la “via Melzi”, l’amico Carlo Riva e il giurista inglese Aubrey H. Birch Reynardson. Durante lo stesso soggiorno nelle Pale, con Riva, Melzi, in un solo giorno, raggiunse la vetta del Campanile di Val di Roda, della Cima di Val di Roda, e della Cima di Ball, a riprova che a lui non faceva difetto la resistenza, oltre alla “sicurezza del piede e della vista”.

Negli anni successivi, tuttavia, il male che lo corrodeva andò progressivamente aggravandosi, cosicché alla fine dell’estate del 98, si decise per un viaggio a Ceylon, in compagnia della madre, in un ultimo tentativo di recupero della salute. Quello di «tentare bei cieli più tersi» era un estremo rimedio suggerito dai medici ai malati di polmoni che erano in grado di permetterselo. Il poeta Guido Gozzano, ebbe una sorte analoga, ucciso dalla tubercolosi poco più che trentenne nel 1912. Come Melzi, alla fine anche lui aveva tentato un soggiorno in India (e a Ceylon) che descrisse in una raccolta di lettere.4
Il 6 gennaio 1899 da Ceylan (al tempo questa era la scrittura) Gilberto inviò un biglietto di auguri a Torquato Taramelli, suo maestro di geologia, con parole particolarmente toccanti:
«Mi permetta inviarle un tardivo, ma sincero augurio. Forse gli auguri di chi ha poco o nulla da sperare per se stesso valgono meglio di quelli degli altri.»

Consapevole che ormai la fine si avvicinava, la madre decise di riportarlo in patria e la nave giunse nel porto di Genova il 9 febbraio.
Il giorno successivo, appena sbarcato, Gilberto Melzi cessò di vivere.

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1 Gilberto Melzi, «Prima ascensione per la parete nord-ovest», Rivista Mensile del C.A.I., N.2, 1895
2 Artini e Melzi, «Intorno ad un meteorite caduto ad Ergheo, presso Brava, nella penisola dei Somali», Rendic. del Regio Ist. Lomb. di Scienze e Lettere,  Milano, 1898, vol. 31
3 Anna Folli, «Un amoroso incontro», in G. Carducci, Annie Vivanti, Addio caro orco, lettere e ricordi (1889 -1906), Feltrinelli, 2004
4 Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo, F.lli Treves, Milano, 1917

Ledo Stefanini autore del post

Ledo Stefanini | Docente di fisica all'Università di Pavia (sede di Mantova), studioso di storia dell'alpinismo.

1 commento/i dai lettori

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  1. Giò il14 giugno 2015

    interessante ed avvincente spaccato sulla pratica dell’alpinismo fine ottocento. coinvolgenti i cenni biografici

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