Il Sass de Mura dal sentiero dei Slavinaz

Ci sono una infinità di Alte Vie sparse tra le nostre montagne, ma a volte proprio dietro casa si nascondono percorsi di grande fascino: è il caso della Via Alta Feltrina, una spettacolare traversata da Passo Croce d’Aune a San Gregorio nelle Alpi, un entusiasmante viaggio tra le Vette Feltrine, il Cimonega e il Pizoc, una emozionante immersione all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

Sento la voglia di rivedere i luoghi attraversati con l’Alta Via 2 alcuni anni fa, sento la curiosità di camminare su nuovi sentieri che conducono in luoghi insoliti e lontani dai percorsi comuni. Così raccolgo il suggerimento dato dal libro Via Alta Feltrina di Giuliano Dal Mas con l’intenzione di aggiungere qualche succulenta variante alla sola traversata di quattro giorni.
Dopo una settimana di studio per definire tappe e varianti, sono piuttosto depresso vedendo le previsioni meteo che danno pioggia e temporali per tutta la settimana. Molto perplesso sul da farsi, infine decido di partire ugualmente e vedere cosa si potrà fare strada facendo.

1° GIORNO

Le nebbie si alzano, le nuvole si addensano
Così oggi parto per il passo Croce d’Aune (1015 m) dove lascio la macchina e mi incammino tra la nebbia lungo il sent. 801. Il caldo e l’afa si fanno sentire anche dentro il bosco: durante la salita sembra di attraversare una foresta tropicale e letteralmente grondo sudore irrigando il sentiero.
Solo quando mi ricongiungo alla strada militare ormai in vista del rifugio, improvvisamente una lieve brezza mi accarezza: subito alzo lo sguardo verso le cime dove il cielo è azzurro, mentre alle mie spalle la valle è avvolta da una densa foschia. Con alcune scorciatoie raggiungo accaldato il Rifugio Dal Piaz (1993 m) dove finalmente mi lascio andare a una grande bevuta.
Dopo una pausa riparto verso il vicino passo Vette Grandi e da qui seguo il sent. 817 che mi porta verso il Monte Pavione (2335 m), attraverso un saliscendi di cime arrotondate: verdi declivi si alternano a bianchi ghiaioni. Lungo il percorso la vista cade sulle meravigliose buse e poi si alza verso le Dolomiti.
Raggiunta la panoramica vetta rimango in contemplazione di questo gradevole paesaggio, mentre respiro un’aria strana che si alterna tra momenti di fresca brezza e ventate di caldo-umido. Per rientrare scendo verso Malga Mosampian (1902 m) e da qui seguo il sent. 810, una lunga strada militare che pressoché in quota attraversa diverse conche e mi riconduce al rifugio.
Le nebbie si alzano, le nuvole si addensano, ma per ora qualche pezzetto di cielo azzurro ancora resiste.

In attesa che torni il sole
Il gran caldo di oggi mi ha un po’ fiaccato e salgo in camerata per riposare: rinfrancato da una fresca arietta e cullato dal cinguettio degli uccelli quasi mi appisolo. Poi scendo a sfogliare qualche libro e intanto penso a cosa fare i prossimi giorni: il meteo è molto variabile e le previsioni cambiano continuamente, difficile fare programmi; fuori le nebbie aumentano lasciando indefiniti i contorni. La notte trascorre abbastanza bene e non sento tuoni o pioggia, ma al mattino quando suona la sveglia comincia un bel temporale. Cosa fare? Non resta che godersi questa atmosfera nostalgica con il sottofondo di tuoni e pioggia. Trascorro la mattina ad oziare tra le rassicuranti pareti del rifugio in attesa che torni il sole per poter proseguire il cammino. Nonostante tutto anche questa è una piacevole nuova esperienza.

La Piazza del Diavolo

2° GIORNO

Mi sembra di addentrarmi in un luogo quasi mistico
Dopo il temporale arriva il vento. Verso la pianura il cielo si fa nitido e la vista arriva fino al mare; mentre in primo piano tra le nuvole emerge la cresta tra il Tomatico e il Grappa. Le previsioni lasciano sperare che dopo la schiarita resti bello, quindi quando uscirà il sole dovrei poter partire e arrivare a destinazione tranquillo. Preparo lo zaino, mi consulto con i gestori e dopo pranzo mi metto in cammino.
Incomincio a seguire il sent. 801 in una successione di depressioni con prati incastonati da sassi di forma bizzarra dove gli spazi sembrano giocare in un continuo mutamento.
Più procedo e più mi sembra di addentrarmi in un luogo quasi mistico, soprattutto raggiungendo la Piazza del Diavolo. La traversata mi entusiasma: le luci e i colori dopo il temporale, le nuvole che corrono sotto le cime, contribuiscono ad esaltare la singolarità di questi luoghi. Il cielo qua e la è ancora scuro e un’ultima coda di temporale mi prende di striscio dopo aver aggirato il Sasso di Scarnia. Dura poco, poi torna il sereno e l’occhio si riempie di bellezza: verdi prati ricchi di fiori, oltre i quali compare improvviso il gruppo del Cimonega.
Un arcobaleno accompagna il cammino e l’aria tersa permette di ammirare le cime tutto attorno. Un ultimo tratto mi conduce alla conca pascoliva che ospita il Rifugio Boz (1718 m) con davanti il Sass de Mura che da lassù mi strizza l’occhio con la sua finestra. Purtroppo però, considerando la forte variabilità e il peggioramento meteo previsto, sono costretto a rinviare il giro delle banche del Sass de Mura, così come la salita al Piz de Sagron.
Vicino alla stufa che emana un bel tepore e riempie la stanza del profumo dolce di legna, attendo l’ora di cena. Durante il pasto ascolto la conversazione dei gestori con qualche aneddoto sulla vita d’alpeggio di un tempo, quando la montagna significava fatica e sacrifici per procurarsi di che vivere.

3° GIORNO

Zone di selvaggia e austera bellezza
La luce di una splendida giornata entra dalla finestra svegliandomi, ma posso rimanere a letto ancora un po’, pensando con un filo di ansia alla lunga passeggiata attraverso luoghi così solitari e inospitali.
Dopo aver fatto scorta d’acqua per i prossimi giorni, riprendo il sent. 801 che qui ha il nome di Troi del Caserin. Il sentiero evidente ma a tratti esposto, conduce senza difficoltà fino a Col dei Bechi attraverso zone di selvaggia e austera bellezza. Da qui decido di scendere direttamente a Casera Cimonega tra il rumore di tanti torrentelli che la pioggia di ieri ha alimentato, i quali concorrono a formare il torrente Caorame.
Dalla casera ha inizio il sent. 851 che mi accompagnerà fino alla fine del mio cammino. Un cartello segnala la difficoltà di questo itinerario con tratti esposti che non vanno sottovalutati: mi convinco che la scelta di fare questa traversata sfruttando la bella giornata di oggi, sia stata la cosa migliore.
Il sentiero si inoltra in un’aerea cengia erbosa che incute un po’ di soggezione per gli ambienti appartati che attraversa in completo isolamento, ma il fascino che esercitano spinge a proseguire per vedere cosa mi attende. Così mettendo un piede davanti all’altro (a volte letteralmente), arrivo a forcella dell’Omo (1946 m) che segna il termine delle difficoltà e funge da ingresso ad un altro mondo, quello dei Piani Eterni.
Scendo con calma verso Malga Erera (1708 m), curioso di vedere il luogo che mi ospiterà questa notte. Intanto il verde riempie gli occhi e mi posso perdere tra ampi pascoli percorsi da branchi di camosci. Infine seguo il fianco del Fos del Brendol dove un torrentello forma alcune cascate con pozze d’acqua e giungo alla malga.

Un luogo dotato di tutti i confort
Ora mi aspetta un pomeriggio di relax in un luogo dotato di tutti i confort: bivacco con camera soppalcata, tavoli e fontana all’ingresso, gabinetto esterno con acqua corrente, vasca per pediluvio nei pressi, oltre che un grandissimo silenzio. Dietro la malga c’è una collinetta da dove sorprendentemente riesco a telefonare, così da mettermi in serenità di avvisare che tutto procede bene. Dopo di che faccio un giro nei dintorni, arrivo fino a Casera Brendol con la sua famosa stalla e salgo ad un piccolo catino d’acqua dove mi rinfresco i piedi. Ogni tanto in questo silenzio lo sguardo si fissa su un punto e il tempo sembra fermarsi, ma la sera mi raggiunge molto in fretta e con l’imbrunire alcuni camosci si avvicinano a farmi compagnia.

4° GIORNO

Una piccola gemma grezza
Il rumore della pioggia mi sveglia, ma è ancora presto e rimango sotto le coperte. Alle prime luci mi alzo a fatica e vado a controllare che tempo c’è. Il cielo è limpido, meglio sbrigarsi nei preparativi.
Con un po’ di fiacca mi metto in cammino lasciando alle spalle la malga che così piacevolmente mi ha ospitato. Mentre procedo lentamente tra i mughi pieni di rugiada, avvisto e fotografo alcuni giovani cervi.
Il sentiero si alza di quota e la vista si apre verso le cime attraversate i giorni scorsi, solo un po’ di foschia ne addolcisce i profili, rendendo tutto più misterioso. Con sempre maggiore entusiasmo procedo verso passo Cimia (2080 m).
Da qui comincia il più impegnativo attraversamento della selvaggia Val Falcina, girando attorno alla magnetica parete nord del Pizoc che sembra mutare aspetto ogni volta che alzo lo sguardo. Durante la discesa verso il prato sospeso che ospita i ruderi di Capanna Cimia, gli occhi cercano la Gusela di Val Burt, piccola gemma grezza che spesso sfugge agli sguardi.
Le nuvole rapidamente scavalcano la cresta e sembrano inseguirmi fino a quando alcuni tuoni preannunciano un improvviso scroscio proprio mentre sto affrontando lo Scalon, un facile tratto attrezzato.
Quando la pioggia aumenta cerco riparo sotto una sporgenza lontano dai cavi metallici, dove posso fare una sosta in attesa che la situazione migliori avvolto dal fascino selvaggio di questi luoghi repulsivi. Per un momento ho la sensazione di capire quel che potevano sentire gli uomini del passato che si cimentavano quassù per dovere o per diletto, quando non esistevano previsioni meteo o tecnologie e quando ancora si dovevano interpretare i messaggi della natura.

Un cielo nero che sembra ci sia l’apocalisse
Appena cessa di piovere, riparto su rocce bagnate e scivolose, attraverso il torrente per scendere fino al ghiaione che fa da testa alla valle sotto le pendici dell’impressionante parete nord. Il sentiero sembra interrompersi ma non resta che attraversare, dove altro si potrebbe andare?
Ora bisogna solo risalire mentre le nuvole tornano a coprire le cime. Sempre attento a seguire i segnavia procedo in salita sudando e infine raggiungo forcella Intrigos (1757 m) da dove in lontananza vedo un cielo nero attraversato da lampi che sembra ci sia l’apocalisse.
L’idea di salire in cima al Pizzocco viene subito scartata per scendere velocemente a valle, stando attento a non scivolare. La pioggia riprende quando il sentiero entra nel bosco e smette al mio arrivo a Roer (747 m), quindi non va poi così male e arrivo giù solo un po’ umido.
Mi incammino per strada asfaltata fino a San Gregorio nelle Alpi, lasciando alle spalle questa ennesima esperienza che già provoca il desiderio di tornare per visitare altri angoli e salire altre cime.
Così termina con soddisfazione questo magnifico percorso: è quasi sorprendente come spazi così ristretti e così vicini nascondano luoghi di rara bellezza.

La Val Falcina

Conclusione
Questo itinerario è l’esempio di come l’unione di sentieri già esistenti, attenta alle peculiarità di un territorio così vicino a noi, possa creare un viaggio spettacolare senza la necessità di ulteriori tabelle e indicazioni; qualunque sia il nome che vogliamo attribuire a questa traversata, quel che conta è l’esperienza più intima, che mi fa dire di aver percorso una una grande Via Feltrina.

Bibliografia
– Via Alta Feltrina, Dal Mas Giuliano, edizioni Curco & Genovese.
– Dolomiti Bellunesi, Bonetti Paolo, edizioni Panorama.
– Sulle tracce di pionieri e camosci, Vittorino Mason, edizioni Versante Sud.

Andrea Perini autore del post

Andrea Perini | Sono nato a Venezia il 02/02/1984, lavoro come fisioterapista a Mestre, semplicemente appassionato di montagna. Da piccolo ho frequentato la montagna trascorrendo i mesi di vacanza estivi coi nonni nella casa di Col di Rocca Pietore (BL), percorrendo facili passeggiate ai rifugi della zona coi genitori e poi sperimentando l’escursionismo solitario che poco a poco mi ha portato a percorrere tutte e otto le Alte Vie delle Dolomiti. Da qui ho cominciato una esplorazione sistematica soprattutto della zona dolomitica, spingendomi poi anche in altre regioni per affrontare alcuni trekking di più giorni; la quantità di progetti sulla scrivania è ancora numerosa. Appassionato di foto, pratico discretamente l’arrampicata sportiva e frequento la montagna in ogni stagione d’estate con gli scarponi e d’inverno con gli sci.

2 commento/i dai lettori

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  1. sergio moro il4 agosto 2017

    Bello, bellissimo, affascinante! Più che belle le fotografie, in particolare il giglio di montagna.

    • Andrea Perini
      Andrea Perini Autore il7 agosto 2017

      Grazie! Mi fa molto piacere questo entusiasmo e ovviamente il complimento per le foto: spesso è solo la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, ma è bello trattenere un istante di quei momenti, un granello di bellezza e far vedere cosa c’è lassù.

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