Reportage

Di chi è la montagna? #5

Dolfi ha dieci fratelli e sorelle, è un walser autentico, è l’unico, tra i fratelli, ad avere un fisico imponente così gli riesce più facile tenere attorno a sè l’innumerevole schiera di parenti e amici.

testo e foto di Davide Torri  / Bergamo

La famiglia di "Dolfi" Adolfo Enzio al gran completo (1961-1962)
02/09/2019
6 min
Potrebbe anche essere raccontata dai Fratelli Grimm la storia di Dolfi (ed i suoi fratelli¹). Dolfi è un walser doc nato in Valtellina.

#5 – Val d’Otro, Alagna Valsesia (VC)

Per Grazia Ricevuta e Miracolosamente Quasi Illeso

«Mio papà faceva il maresciallo dei carabinieri e, quando nacqui io, si era ad Ardenno». Questo lo ha portato ad amare i pizzoccheri e la buona tavola. Ma è un walser walser, un portabandiera per nulla compiacente di questo ruolo. Già ad un anno il piccolo walser, beh questo è Jacob Grimm che scrive, viveva in una bassa casa di legno ornata da fiori rossi nel piccolissimo borgo di Follu, in Val d’Otro, sopra Alagna, davanti al Monte Rosa.
Quasi settanta anni dopo, con una vita che descrivere come movimentata e fortunata sarebbe ingeneroso, Dolfi è ancora ad Otro. Milleseicento metri sopra il livello del mare. Alla sua casa, tipicamente walser come tutte le altre nelle diverse frazioni della Valle[2], ci si arriva dopo una bella salita di un’ora e poco più. È appena dietro la piccola chiesa e la fontana in pietra: quest’ultima è una specie di incrocio di convivenza e civiltà tra animali di diversa specie[3].
In Valle d’Otro, le case sono tutte antiche, con il legno annerito dal tempo e dal fumo ma non è una frazione fantasma: è un laboratorio ancora tutto da definire dove chi, forse incosapevolmente, non ha venduto le proprietà, le case, la terra, convive in modo complementare con chi, dissotterando una grossa pentola di monete d’oro, ha trasformato in piccole regge – ma solo all’interno – quelle antiche case a graticcio. Certamente due modi diversi di vedere e vivere la montagna ma che ad Otro non hanno portato a divisioni insanabili, anzi le famiglie “di fuori” e quelle “di dentro” spesso fanno a gara nel rendere più bella la frazione. Chi con un vaso di fiori coloratissimo appoggiato davanti al portale della chiesa, chi dissodando un pezzo di terra trasformandolo in un orto sorprendente[4].

Villaggi Walser in Val d'Otro
Abitazione Walser nel villaggio di Follu

Le feste comandate come l’Uberlekke
Un tempo ad Otro ci arrivava la funivia Belvedere. Oggi la stazione di arrivo di questa impresa ardita e futurista, come si usava in quegli anni, sembra uscire da un film di Tarkovskij e Dolfi non ha ancora deciso se sia meglio così[5]. Dolfi visse, per diverse estati, l’esperienza di capanatt alla Capanna Margherita. Iniziò il fratello più grande, Berti, poi lui e poi i suoi fratelli. E mica era facile allora salire, rimanere su per giorni e poi, se eri fortunato con il tempo, scendere[6]. Un rito iniziatico e identificativo riservato a pochi tra quelli che vivevano in Valle chè Alagna da sempre ha scelto la sua vocazione: turistica e fin troppo. Poi ha lasciato l’alta valle per costruire una bella esperienza imprenditoriale in Lombardia.
Oggi, con un poco di tempo in più, Dolfi è un motore instancabile per tante iniziative che sembrano fatte più per lui, i suoi fratelli, i tanti amici che salgono ad Otro, che per il turista per caso, sempre più spesso invadente e superficiale. Ci sono delle feste comandate come l’Uberlekke[7] invernale che lassù diventa una specie di appello tra chi c’è e chi non c’è più (ma che resta fortemente nei ricordi degli amici con cui ha condiviso la festa). L’Uberlekke preparato da Dolfi ha qualcosa di magico – tornano i Grimm – in quanto, mentre la neve copre ogni cosa fuori dalla fumosa cucina della casa, dentro si riescono a stipare non meno di trentacinque persone ed un numero almeno doppio di bottiglie di Nebbiolo. L’Uberlekke di Dolfi ha un calendario sold-out fino al prossimo 2023[8].
C’è la Festa della Patata riservata esclusivamente a chi coltiva questo tubero a quote considerevoli, la bella festa della Madonna della Neve ai primi di agosto; la Cena delle Erbe, ovviamente diventata tradizionale vista la sua storia ormai decennale e, poi, ci sono le tavolate aperte e casuali che si imbandiscono, dentro casa o nel piccolo cortile in pietra, ad ogni occasione: il ritorno dal Nepal di uno dei fratelli, l’arrivo del fidanzato di una delle nipoti, la vittoria ad una gara di sci di un amico, il terzo matrimonio di un’altro, l’apertura delle bottiglie di vino prodotte da uno dei componenti della Compagnia della Camoscetta[9].

Dolfi giovane gestore di Capanna Margherita (1972-1973)
Dolfi e Filiberto, giovane guardiacaccia della Valle

Le figlie del Checco sono bellissime
Ma Dolfi è soprattutto un artista. Non so se i walser contemplino la reincarnazione ma certamente Dolfi è ritornato tra i vivi dopo essere stato un frescante che nel 1500[10] girava tra le valli alpine a dipingere chiese, cappelle, santelle e, poi, di nuovo, nel 1700, un pittore con tabarro e cappello di feltro che riempiva i muri delle cupe chiese di montagna con ex-voto, quadretti su legno, grandi quanto basta a raccontare un pericolo grande, una morte certa, una terribile disgrazia scampati grazie all’arrivo provvidenziale della Madonna e/o del Santo del luogo.
E cosi, oggi, nell’epoca dei whatsapp, Dolfi dipinge piccole (non nella misura) opere d’arte popolare che non sono l’imitazione di quadri del passato ma la diretta e sincera eredità. Tra gli amici del gigante di Otro (cit. Grimm) c’è Alberto Paleari, anche lui con le sopracciglia folte e scure, alpinista, guida in pensione[11] e bravissimo scrittore. Nel suo libro “L’angelo che scese a piedi dal Monte Rosa” nell’introdurre la storia romanzata di Tanzio da Varallo, grande pittore nato ad Alagna nel 1575, ipotizza un legame con la famiglia di Dolfi notando la sorprendente rassomiglianza di una delle figlie del Checco con le Madonne dipinte dall’artista. Come dargli torto? Le figlie del Checco sono bellissime.

Uno degli ex-voto dipinti da Dolfi
L'emblema della Compagnia della Camoscetta

Miracolosamente Quasi Illeso
Una passione, quella di Dolfi, che ha trovato terreno fertile oltre che nella sua indubbia capacità, nelle disavventure, più o meno vere, che hanno coinvolto i suoi fratelli, gli amici e gli abitanti del paese. E così scopri di come Seppi abbia rischiato ben più di una vita quando, a diciassette anni, decise di tornare ad Alagna per passare il Natale con la sua fidanzata – che ancora oggi è la sua compagna di vita – partendo da Cervinia la notte prima con un paio di scarponi in plastica e gli sci. O di come Don Carlo[12] si rimise in piedi dopo le numerose fratture procuratosi cadendo da una vecchia scala proprio nella sua chiesa. O, anche questo è vero, di quella volta che sul ghiacciaio il suo amico venne travolto da un pazzo che aveva deciso di scendere in bicicletta. La casa di Dolfi è piena di queste stupende immagini che farebbero felice anche Buzzati ma, nella sua semplicità montanara, da lì non usciranno mai.
Dolfi nei suoi ex-voto oltre al classico PGR, Per Grazia Ricevuta, ne ha introdotto un altro, credo mai usato prima (intendo nelle sue vite precedenti), un po’ meno mistico ma efficace: MQI. Ovvero, dopo il pericolo scampato il protagonista, o la protagonista, rimaneva Miracolosamente Quasi Illeso.
Beh, chissà se a noi non è mai capitato, in montagna come in città, di sopravvivere per un pelo a qualcosa che poteva trasformarsi in disgrazia. Magari non crediamo ai miracoli ma, forse, un quadretto di Dolfi potrebbe essere il giusto riscatto alla fortuna. E la scusa per farsi offrire un buon bicchiere di vino con pane nero e mocetta.

_____

[1] Gli Enzio ad Alagna sono una famiglia importante e numerosa. Dolfi ha dieci fratelli e sorelle (Cristina se ne è andata molti anni fa e poi Giorgio, Berti, Paolì, Giovanni, Toffi, Seppì, Anna, Checco e Pietro). Dolfi è l’unico, tra i fratelli, ad avere un fisico imponente così da riuscire a tenere, con più facilità, attorno a sè l’innumerevole schiera di parenti e amici.

[2] La Val d’Otro è formata dalle frazioni di Otro: Felleretsch, Follu, dove ha casa Dolfi, Tschukke, Dorf, Scarpia e Weng, la più distante presidiata tutto l’anno da Checco e l’alpeggio di Pianmisura.

[3] La fontana è molto grande, composta da grossi blocchi di pietra grigia, con un getto di acqua fresca e trasparente. Tappa obbligata di sosta dopo la bella salita, qualcuno riempie la borraccia, altri si rinfrescano e poi ci sono loro. I proprietari di cani grandi come un’Apecar che, in modo per nulla civile, tuffano l’animale, peli compresi, nella vasca.

[4] Checco, uno dei fratelli di Dolfi, è il vero collante di questa convivenza speciale: vive stabilmente a Weng, nella frazione più lontana: la sua casa, nel muro posto ad est ha l’antico – e piccolo – pertugio dove, si dice, possono entrare ed uscire gli antichi spiriti della valle. Anche lui sarebbe degno di una fiaba dei fratelli Grimm: allampato, con due sopracciglia folte e nere, con un grande e irrinuciabile cappello a falde larghe, sandali anche in inverno e un piccolo trattorino con rimorchio, si occupa, ad Otro, di molte cose. Praticamente di ogni cosa.

[5] Al Belvedere ci lavorò il papà di Dolfi e, ovviamente, tutta la tribù imparò a sciare sulle piste, non proprio facili, di Otro.

[6] Sulle avventure dei fratelli Enzio alla Capanna si potrebbe scrivere un libro. Forse due.

[7] L’Uberlekke è un tipico piatto della popolazione Walser della Valsesia, che un tempo veniva preparato con diversi tipi di carni: vitello, manzo, montone, maiale, pecora e marmotta che d’estate venivano messe sotto sale per essere consumate nei mesi invernali, assieme alle verdure normalmente presenti negli orti montani, quali carote, cavoli, patate e rape.

[8] L’uberlekke, come tutti gli appuntamenti attorno al lungo tavolo imbandito, vede come cuoco, stellato, l’inseparabile (e indispensabile) Enzio, fratello aggiunto a pieno titolo (Enzio però è il nome e non il cognome) alla straordinaria famiglia di Dolfi.

[9] La Camoscetta è il nome della pista da sci – ovviamente non tracciata e nera – che viene percorsa in inverno per tornare ad Alagna dopo una salita ad Otro. La difficoltà della pista aumentata dalla grande carica energetica assorbita da Dolfi e dai suoi ospiti durante la loro permanenza (a tavola) in quota l’ha resa insidiosa a tal punto che chi la percorre ha sentito il bisogno di formare un gruppo, singolare quanto poco accessibile, che ha preso il nome di Compagnia della Camoscetta.

[10] www.academia.edu/1775414 a questo link è possibile ipotizzare una delle vite precedenti di Dolfi (luoghi e nomi sono troppo simili per non farlo).

[11] Alberto ha dovuto persino pagare – marche da bollo e raccomandate varie – per potersi fregiare di questo titolo.

[12] Don Carlo oggi ha ottanta e più anni e gran parte della sua vita (da prete) l’ha trascorsa ai piedi del Monte Rosa. Un erede degno, anche per il carattere liberale, del mitico Gnifetti, quello della Punta – prima era l’impronunciabile Signalkuppe – e della Capanna: è salito duecentonovantatre volte alla Capanna Margherita. Di queste, cinquantacinque le ha fatte partendo in bici da Borgosesia e poi da Alagna tutto a piedi. A Don Carlo sono dedicati quattro ex-voto. Un uomo meritatamente sostenuto dal divino.

La stazione di arrivo della ex funivia Belvedere
Davide Torri

Davide Torri

Insegnante di educazione fisica ha trasformato la sua passione per la montagna e per la gente che sopra vi vive in qualcosa di più concreto, Con l'Associazione Gente di Montagna, di cui è il generoso motore da molti anni, ha prodotto ricerche, organizzato convegni, realizzato documentari, progettato spettacoli teatrali, pubblicato libri, ideato filmfestival collaborando con Enti Locali, Agenzie Educative, Università e molte altre Associazioni seguendo il motto di Alex Langer, il principale ispiratore nelle azioni dell'Associazione e di Davide Torri stesso, "costruire ponti". In questo caso tra una valle alpina e l'altra. In Italia e all'estero.


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