La montagna di Ilio

Ilio se n’è andato con il vento.
Forse una raffica, una di quelle che a primavera spazzano le cime e alzano pennacchi di neve, quelle che modellano le creste nevose come onde di un mare in tempesta. E’ arrivata forte, violenta.
Dopo un momento di quiete il vento ha preso la rincorsa e poi giù a colpire le creste delle Vette che portano al Pavione. Nulla che Ilio non avesse mai visto e superato, tutto nella norma di una giornata in montagna con gli sci, affrontata come sempre con scrupolo, coscienza e attenzione. Ma quella mattina, senza nubi e con un sole magnifico, il vento è nervoso: batte, spinge, attacca. Il vento non ha colpa è parte della montagna, anche Ilio non ne ha e pure lui è parte della montagna.
Lo scorso anno mi ha raccontato la sua montagna. Abbiamo chiacchierato a lungo sotto il Pelsa e Cima Pape e poi con grande generosità, insieme a Valentino, ci ha portato su per una vecchia via nel Civetta. Momenti indimenticabili con “La montagna di Ilio” che voglio ricordare in un frammento video e in uno scritto di Mario Crespan.

Teddy Soppelsa

L’imprinting sulle montagne di casa

di Mario Crespan dal diario di Ilio De Biaso (g.c. da 46° Parallelo, Sezione CAI Treviso, 2009)

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Val dei Cantoni, Civetta, agosto 2013

Avevo otto anni. Seduto sulle ginocchia di nonno Ettore, ascoltavo senza batter ciglio i suoi racconti riguardanti la prima guerra mondiale, quando era rimasto ferito su, a Forcella Bois: una pallottola di rimbalzo gli si conficcò nel palato. Fu mandato a valle con la teleferica e gettato nel mucchio dei morti. Però qualcuno vide che si muoveva ancora, e lo tirò da parte. Fu quindi dirottato all’ospedale dove fu curato. Assieme alla protesi dentaria, gli ricostruirono anche parte del palato distrutto. Ricordo che quando assumeva liquidi ne perdeva una parte dal naso. Ma i racconti che destavano in me più interesse e curiosità erano quelli sulla caccia al camoscio che lui praticava come recuperatore, perché più dotato degli altri a districarsi nell’ambiente impervio, viàz e crìcole [1], habitat di questi splendidi animali. Solo lui riusciva a scendere e risalire quei luoghi con la preda sulle spalle. Non ne voleva sapere di fucili, ne aveva viste abbastanza durante la prima guerra mondiale.

A quell’epoca – cioè negli anni ’20 – non si parlava di passione o di sport. La caccia al camoscio veniva praticata dai più audaci onde procurare cibo, e contribuire così a sfamare le proprie famiglie, spesso numerose. Il nonno mi parlava di epiche avventure sugli Spiz [2], sul Mul [3], sul Passo del Ciòdo [4], e sulla Stàla [5]. Quelle avventure e quei nomi mi rimasero impressi, indelebili dentro di me, e ben presto imparai a conoscerli dal vivo.

Durante l’estate, con mio padre, quando non eravamo impegnati nella fienagione, la domenica salivamo sulle nostre montagne. Per me era il divertimento maggiore. Egli mi insegnava a riconoscere le impronte degli animali lasciate sul terreno, a distinguere il sesso dalle fatte [6] ­– cioè dagli escrementi – i nomi dei fiori più rari e dei luoghi, a volte inventati da loro stessi, a come sfruttare il terreno e come ancorarsi ai mughi, e che i larici hanno maggiore resistenza degli abeti perché, a differenza di questi ultimi che hanno le radici in superficie, i larici hanno la radice principale grossa che scende in profondità. Mi piaceva molto salire nel profondo di canaloni e bo-rài [7], superando passaggi difficili che richiedevano forza di braccia. Qui mi sentivo più protetto che non in aperta parete. Quando raggiungevamo una cima era sempre una gioia. Ci mettevamo su di un punto dominante mangiando le poche cose che avevamo con noi e guardando verso valle. Ero stupito di vedere il paesaggio da un’angolazione diversa dal solito. Una volta tornato a fondo valle aspettavo con ansia l’uscita successiva.

In autunno, con un amico di mio padre, praticavamo la caccia al camoscio. Fu così che cominciai a conoscere l’arrampicata. Mi mandavano su, a scovare i camosci per poi spingerli verso di loro. Seguendo le loro tracce potevo conoscere ogni anfratto e superare passaggi nascosti, a volte anche difficili. Mi piaceva moltissimo questo tipo di caccia, ma ancor di più mi piaceva arrampicare. Provavo delle sensazioni indescrivibili a salire sulla roccia e raggiungere le cime, tanto che a volte, preso dall’euforia della scalata, dimenticavo il compito affidatomi e lasciavo perdere i camosci.
Così i cacciatori rimanevano in posta per ore e, quando li raggiungevo, mi chiedevano come mai avessi impiegato così tanto tempo senza nessun risultato: allora mi dovevo inventare qualche frottola.

Ad autunno inoltrato, con le prime nevicate, salivamo con gli sci. Allora non si usavano pelli di foca, gli sci erano di legno e poco veloci, così si camminava avanti e indietro sfruttandoli solo come maggior superficie per rimanere a galla. Mio padre si spingeva avanti e seguiva le tracce della lepre bianca per poi scovarla sotto qualche sasso o sotto gli ultimi abeti. Aveva un’arte particolare nel praticare questa caccia. Quanto a scendere in neve fresca, poi, era veramente unico: dovevo sempre rincorrerlo a fatica e nonostante mi impegnassi al massimo non riuscivo mai a superarlo.

Nel 1968 avevo tredici anni e mio padre emigrò in Libia per procurarsi i fondi necessari alla ristrutturazione della casa, diventata oramai troppo piccola con tre figli da allevare che crescevano come i funghi. All’epoca noi tre fratelli – Ettore, Silvio ed io – dormivamo in uno stanzino adibito a dispensa, in soffitta, tutti e tre nello stesso letto. Quanto era bello!! Chiaramente soldi non ce n’erano e, quando decisi di comprarmi una bicicletta, pensai di accordarmi con il malgaro che monticava la malga Ambrusògn. E dunque trascorsi l’estate all’alpeggio, con le mucche. La vita in malga era dura, ogni mattina ci si alzava alle quattro e c’era sempre qualcosa da fare fino a notte: le capre, le mucche, i maiali, il cane ecc. ecc. Le capre andavano al pascolo da sole, ed io mi recavo a radunarle la sera, e a volte ne mancava una. Così il giorno dopo – il malgaro riteneva che io conoscessi i luoghi più degli altri – per me si presentava una giornata di libera uscita alla ricerca dei dispersi. Ne approfittavo per salire sul Mul, o sugli Spiz, cercando di ritornare alla sera con la capra dispersa viva o morta. A fine stagione guadagnai 25.000 lire, con la promessa del malgaro che, se avessi imparato a mungere, il prossimo anno mi avrebbe dato di più, come poi avvenne.
Ero il ragazzo più felice della terra. Rientrato orgoglioso in famiglia, in autunno riuscii a comprarmi la mia prima bicicletta.

Anche l’estate 1969 la passai in Ambrusògn. Vita dura, certo, ma grande scuola di vita. Ricordo ancora volentieri quel periodo: col passare del tempo fatiche e sacrifici sono facilmente dimenticati e si ricordano volentieri i momenti belli. (continua…)
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[1] Viàz: percorsi di collegamento, per lo più attraverso cenge, e spesso su terreno impervio, selvaggio ed esposto. Crìcole: zone di terreno misto, roccia e zolle. Un po’ si arampica un po’ si cammina.
[2] Spiz: così i cencenighesi chiamano le due Cime d’Ambrusògn, Orientale (m 2303) e Occidentale (m 2364).
[3] Mul: è il Monte San Lucano (2409 m), massima elevazione delle Pale di San Lucano – che, dal versante cencenighese, è così chiamato per il caratteristico profilo a schiena di mulo.
[4] Passo del Ciòdo: “s’intende con questo termine la sella innominata situata a sud della cima del Monte San Lucano, che separa quest’ultima dalla cresta che costituisce la sommità della Seconda Pala di San Lucano” (da Ettore De Biasio, Pale di  San Lucano, Visentini Editore, 2004).
[5] Stàla: è una conca severa e oscura, posta sotto il Campanile della Besàuzega sul lato sud-est rivolto all’omonimo Boràl. È un luogo solitario e selvaggio, circondato da pareti alte 200 metri, dove corrono a rifugiarsi e stazionare i camosci dal terrazzo sommitale della Seconda Pala.
[6] Fatte: escrementi degli animali, detti anche chègole.
[7] Borài: profondissimi e orridi canaloni tipici delle Pale di San Lucano.

copertina pale san lucano_01[…] alcuni cencenighesi guidati dai fratelli Ilio ed Ettore De Biasio – dedicheranno gran parte della loro vita alla “Valle delle Meraviglie” come l’ha definita Ivo Ferrari. La Valle di San Lucano, una vera e propria Yosemite nelle Dolomiti: altissime muraglie, borai e viaz. Luoghi incantati nei quali anche gli itinerari alpinistici sono spesso circondati da un alone di mistero, luoghi nei quali, tra difficili accessi, interminabili zoccoli e labirintici ritorni, si consumarono bivacchi e scarponi. Inparole povere: alpinismo ed avventura! Ai fratelli De Biasio ed ai loro amici deve essere certamente riconosciuto il merito di aver sempre tenuto fede ad un’etica irreprensibile, discostandosi dal miraggio della popolarità, e di essersi concessi anima e corpo all’esplorazione di questo gruppo montuoso aprendovi numerosi nuovi itinerari. […] (da “Gir”… e fu storia e avventura… che continua…)

Teddy Soppelsa autore del post

Teddy Soppelsa | Autore di pubblicazioni su montagna, alpinismo e ambiente, componente cdr de Le Dolomiti Bellunesi, socio GISM, fondatore del blog-magazine altitudini.it.

6 commento/i dai lettori

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  1. Egidio il9 novembre 2014

    Caro Amico, sono passati oramai sei mesi da quando ci hai lasciati, sembra ieri, oramai è una vita che ci manchi, ci manchi troppo Ilio,
    manchi a tutti quanti hanno avuto la grande fortuna di conoscerti ed apprezzare la tua bontà generosità ed altruismo.
    Il 9 aprile non te ne sei andato solo Ilio, ma ti sei preso una parte della mia vita.
    Aiutaci ad andare avanti, ora come allora, abbiamo SEMPRE bisogno di te.

  2. Michele il21 aprile 2014

    Era bello condividere con te una salita o una discesa, fare una chiacchierata per avere un consiglio da amico e da persona esperta ma che non faceva mai pesare la sua esperienza.
    Era bello condividere delle emozioni che solo gli alpinisti veri come te riescono a capire.
    Una volta volevo fare una nuova discesa e sono venuto a sapere che la volevi fare anche tu, ti ho chiamato per accordarci ma mi hai risposto: “per sto an basta sci ma voi ‘nde e godeve che ades la e giusta e la merita….feme sae dopo però eh”
    grazie di tutto Ilio persona unica e sincera ti porterò per sempre nei miei pensieri
    ….mi manchi…
    MC

  3. parole parole parole fiumane di parole inutili… lo sguardo, la stretta di mano, la nostalgia di tempi passati, la disponibilità a svelare “segreti” per pochi che sanno, l’immagine del mugo scheletrico che infrange il benpensare di chi crede di primeggiare su tutto e tutti… questo è Ilio: umiltà saggezza amicizia a prima vista quando da sconosciuti ci si accorge di parlare la stessa lingua… pochi attimi per capire per capirsi e se non basta pazienza… è tutto qua l’essenzialità di un UOMO che ha lasciato lascia e lascerà la traccia da seguire per chi la sa osservare, ascoltare nel fruscio del vento, annusarla nel tramonto più roseo… che altro dire: mi vergogno di aver scritto qualcosa su qualcuno che meritava molto più ma nella sua umiltà è e resterà per sempre maestro di vita…

  4. Fabrizio Ardizzoni
    Fabrizio Ardizzoni il16 aprile 2014

    Ho avuto la fortuna e l’onore di conoscerLo, per questo mi riconosco totalmente nelle parole di Egidio

  5. Egidio il14 aprile 2014

    … chi non ha conosciuto Ilio non potrà mai immaginare la sua bontà la sua sensibilità, l’amore che nutriva per la sua famiglia, gli amici, i colleghi.
    La dimostrazione anche non ce ne fosse alcun bisogno l’abbiamo avuta ai suoi funerali, un folla immensa commossa che a fatica riusciva a trattenere le lacrime, mentre tu salivi sempre più in alto sul Pelsa, sull’Agner, sulle Pale.
    Ciao Ilio vecchio AMICO ci hai lasciati troppo presto soli, noi sentiamo ancora il bisogno di te, dei tuoi consigli …
    … DEL TUO SORRISO …

    ES

  6. laura il13 aprile 2014

    complimenti…molto bello…! il bello che c’era nell’anima e nel cuore di Ilio!

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