Kilian Jornet ed Emelie Forsberg ©ISF/Jordi Saragossa (g.c . http://www.skialper.it)

Kilian Jornet ed Emelie Forsberg ©ISF/Jordi Saragossa (g.c . http://www.skialper.it)


Incrociare qualcuno che corre in montagna o ti supera in velocità, dove tu procedi con il fiatone, è ormai una consuetudine. In alcune valli è possibile addirittura vedere più gente che corre rispetto a quanti camminano. E’ un fenomeno, o moda, decisamente recente, non più di una decina di anni. Prima, se vedevi qualcuno correre in montagna era lui il fenomeno.
I tempi cambiano e anche il modo di andare in montagna cambia. E senza sapere bene il perché ci troviamo tutti a correre su e giù per i monti, naturalmente con tutta l’attrezzatura d’ordinanza del trail runner. Ogni tanto fermarsi a riflettere non fa male. Si prende un po’ di fiato. 

– red. altitudini.it

Sto salendo solitario lungo la Val de Mezdì per un lungo giro sul Sella e vedendo dal basso quello che mi aspetta, comincio a fare conti: valuto il dislivello, il tempo di percorrenza, la lunghezza del percorso e penso alla velocità con cui dovrei andare; proprio quest’ultima fa partire una serie di riflessioni che mi accompagnano durante il cammino.

Tutti i modi di vivere la montagna vanno ugualmente rispettati e ognuno è libero di esprimere la propria passione come meglio crede, sia si voglia passeggiare per andare a pranzare in un rifugio, sia si voglia correre per preparare il kilometro verticale.

Oltre alle sacrosante raccomandazioni sulla preparazione, organizzazione e adeguatezza di una gita, bisogna tenere in considerazione la velocità quale ulteriore elemento di sicurezza: nonostante tutte le precauzioni possibili tutti noi sappiamo quanto il tempo in montagna possa essere capriccioso e quali imprevisti possano rallentare o modificare il nostro percorso.

Quante volte mi è capitato di vedere la pioggia arrivare in lontananza e accelerare il passo per arrivare al riparo mentre altri arrivavano poco dopo bagnati fino alle ossa; tanto più importante è poter aumentare il ritmo nonostante il peso dello zaino e la fatica sulle gambe se bisogna oltrepassare un tratto scabroso o pericoloso prima dell’arrivo di un temporale.

Può anche capitare che il percorso scelto che pensavamo facile e lineare, sia complicato dalla presenza di un nevaio, di una frana o altro, che ci ostacolano o ci costringono ad allungare il nostro giro e, oltre ad avere l’attrezzatura adatta per affrontare queste evenienze, risulta utile poter avere energie e velocità per uscire da questi e altri imprevisti senza rimanere bloccati in situazioni pericolose con il sopraggiungere del buio.

Pertanto un buon allenamento è auspicabile quando ci si vuole immergere nella natura, per ridurre ulteriormente il rischio connaturato in questo tipo di attività.

Però la ricerca eccessiva di allenamento rischia di trasformare la nostra esperienza in una mera prestazione fisica in cui contano solo i numeri che quantificano le nostre capacità; sarebbe davvero un peccato scambiare la montagna per un campo sportivo in cui esercitarsi.

Andando in montagna, che sia su una comoda mulattiera, lungo un percorso alpinistico o seguendo le tracce nella neve, sempre più spesso mi capita di sentire un passo veloce alle mie spalle, essere superato quasi all’improvviso e vedere sfrecciare senza pause l’atleta di turno; corrono per raggiungere il proprio obiettivo il più in fretta possibile, ma forse rischiano di perdere tutto quello che li circonda.

C’è chi sostiene che mentre corre viene amplificata la propria percezione e riesce a vivere la montagna in modo ancora più intenso: voglio credere a queste parole, però mi sembra quasi di voler fare l’amore frettolosamente senza preliminari e senza coccole. Certo si può fare e può essere altrettanto bello, ma mi sembra di perdere comunque qualcosa: oltre ad andare veloci bisognerebbe trovare il tempo per seguire lo scorrere del torrente, ammirare un fiorellino tra le rocce, cogliere le ombre tra le guglie, stupirsi di una cima dietro il crinale.

Mettersi alla prova, fare una prestazione, superare i propri limiti possono essere motivazioni, darci soddisfazioni, farci sentire forti, ma non devono impedire il contatto con quel genuino sentire proprio dei bambini che si sanno stupire anche per le piccole cose. Forse sarebbe bello ogni tanto fregarsene del contachilometri e godere dell’esperienza nel qui e ora, pensando alla fortuna che si ha nell’essere nei posti che si amano.

Mentre formulo questi pensieri, tra una pausa e l’altra per fare qualche foto, sono arrivato alla forcella e dopo una sosta ristoratrice, rimetto lo zaino in spalla per proseguire il cammino. Queste personali riflessioni non vogliono essere ne un elogio della lentezza, ne una critica alla velocità, ma solo ricordare che la virtù sta nel mezzo; a ognuno scegliere il proprio modo per vivere la montagna più intensamente possibile.

Oltre ad andare veloci bisognerebbe trovare il tempo per seguire lo scorrere del torrente, ammirare un fiorellino tra le rocce, cogliere le ombre tra le guglie, stupirsi di una cima dietro il crinale...

Oltre ad andare veloci bisognerebbe trovare il tempo per seguire lo scorrere del torrente, ammirare un fiorellino tra le rocce, cogliere le ombre tra le guglie, stupirsi di una cima dietro il crinale…

Andrea Perini autore del post

Andrea Perini | Sono nato a Venezia il 02/02/1984, lavoro come fisioterapista a Mestre, semplicemente appassionato di montagna. Da piccolo ho frequentato la montagna trascorrendo i mesi di vacanza estivi coi nonni nella casa di Col di Rocca Pietore (BL), percorrendo facili passeggiate ai rifugi della zona coi genitori e poi sperimentando l’escursionismo solitario che poco a poco mi ha portato a percorrere tutte e otto le Alte Vie delle Dolomiti. Da qui ho cominciato una esplorazione sistematica soprattutto della zona dolomitica, spingendomi poi anche in altre regioni per affrontare alcuni trekking di più giorni; la quantità di progetti sulla scrivania è ancora numerosa. Appassionato di foto, pratico discretamente l’arrampicata sportiva e frequento la montagna in ogni stagione d’estate con gli scarponi e d’inverno con gli sci.

21 commento/i dai lettori

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  1. Andrea Carta
    Andrea Carta il14 settembre 2015

    ”Non si cerchi nella montagna un’impalcatura da arrampicare, si cerchi la sua anima”: lo scrisse Julius Kugy ormai tanti e tanti anni fa… e mi sono sempre ritrovato in questa definizione.
    Frequento i monti, a tutti i livelli, da ormai quasi quarant’anni e quindi ho visto on-site “l’evoluzione della specie” che frequenta la montagna, standomene in silenzio a guardare… non proprio sempre perchè, al di là del come o del mezzo, ritengo che la montagna (così come la natura in generale) vada rispettata. – https://plus.google.com/+AndreaCarta62VI

  2. luciana il22 agosto 2015

    Ho letto, come sempre, attentamente e molto volentieri l’articolo di Andrea, che mi ha fatto riflettere: mentre io, complice l’età, in montagna rallento ogni anno di più il mio passo e mi fermo sempre più spesso a prender fiato ora con la scusa di ammirare il panorama ora di scattare l’ennesima foto, mi vedo continuamente sorpassata non solo dai normali arrampicatori ma anche da coloro che sempre più numerosi si dedicano al trailrunning, all’ultratrial… Nell’età che rende lento e talvolta dolente ogni movimento, mi ritrovo doppiamente battuta. E però -mi consolo- il mio sforzo è stato premiato e lentamente mi gusto il panorama assaporandone ogni colore, ogni profumo. L’uomo di oggi invece non trova mai pace, non si accontenta degli sport tradizionali che ha reso estremi nella sua ansia senza fine di mettersi alla prova, di superare se stesso e gli altri. Arrampicarsi non basta, ci vuole il trailrunning, la maratona non soddisfa più ed ecco l’ultramaratona, il parkour, ecc. Concordo con Andrea che tutti i modi di vivere la montagna -e generalizzando tutti gli sport- vanno rispettati e io un pochino anche li ammiro. E però questa ricerca di sforzo sempre più estremo non può far tralasciare le “sacrosante raccomandazioni” di adeguata preparazione, le più elementari norme di sicurezza.
    Quello che mi piace comunque è che questi sport estremi si praticano spesso a stretto contatto con la natura, in contesti naturali bellissimi che l’uomo di oggi tuttavia ha necessità di godere in modo sempre più frettoloso, anche se magari più intenso…

    • Andrea Perini
      Andrea Perini Autore il22 agosto 2015

      Parafrasando una cosa che ho letto: ci sono le stagioni della natura e ci sono le stagioni dell’uomo, chi ama veramente la montagna non la ama solo quando può ardire alle più difficili cime, ma la sa amare anche quando non può andare oltre alla passeggiata nel bosco contemplando dal basso le grandi vette.

    • luciano pellegrini il24 agosto 2015

      In un mondo dove si corre per qualsiasi attività, (ogni volta che mi reco a Milano, sulle scale mobili, mia figlia mi raccomanda di tenermi sulla destra, per lasciare libero il lato sinistro alle persone “che corrono”), anche in montagna, un luogo quasi di culto, dove il silenzio, la meditazione, la pace, recitare una preghiera per ringraziare il creato della bellezza, la vita è una corsa. In montagna pian piano sono sopraggiunte le moto, le Mountain bike, i SUV, i Quad, i caciaroni, i rifiuti. Le novità sono incontrollabili. Lessi sulla rivista del CAI un articolo illuminante sulle cause che spingevano le persone a correre in montagna. Ne uscì fuori un descrizione che spinge alla riflessione. Si corre per tanti motivi ma anche per motivi psicologici, tipo la separazione ecc. Ho dovuto dar ragione a questa analisi riscontrandolo in diverse persone. Sempre più spesso, sulla bella montagna, la Maiella, oltre alle tante bici, aumentano, (e devo nominare in lingua anglofona perché è di uso comune, al posto della nostra lingua), gli skyrunning = corsa in montagna!
      Preferisco dare loro la precedenza e per questo gesto neanche “un grazie”. Non mi sento affatto un diverso, anch’io ho la mia età, proseguo con il mio passo, osservo, fotografo, do informazioni alle persone sul pericolo di camminare con scarpe non adatte, mi permetto anche di fare formazione e soffro nel trovare un bivacco a 2500 metri, il Fusco, con il vetro di bottiglie rotte, rifiuti, o un pazzo che ha tagliato il tubo dell’acqua al rifugio Picchioli. E’ un mondo veloce, di velocisti. Io preferisco la calma, sopporto la corsa, ma consiglierei ai mezzi motorizzati e i corridori, un ambiente più consono alle loro attività.

  3. claudia il22 agosto 2015

    Bellissimo racconto sulla montagna, io ci andavo in vacanza da piccola dalla nonna vicino al Monte Grappa, ho dei bei ricordi di paseggiate ascoltare la natura i ruscelli. Mi hai fatto venire la voglia di rifarci un giro. Però si sa la montagna non è il mare e bisogna andarci attrezzati bene, sia per correre che per le scampagnate. Un saluto Claudia

    • Andrea Perini
      Andrea Perini Autore il23 agosto 2015

      Mi fa molto piacere che in qualche modo siano riaffiorati questi ricordi: ora ti auguro di poter ritornare sul Grappa o su qualunque altro monte, per ritrovare quelle sensazioni.

  4. Giulia il22 agosto 2015

    È da molto che non ho la possibilità di correre in montagna, ma nel mio cuore resta sempre vivo il ricordo di quel senso di libertà, di connessione con noi stessi con il nostro respiro in sintonia con quello della montagna.

    • Andrea Perini
      Andrea Perini Autore il23 agosto 2015

      È interessante la prospettiva della corsa come catalizzatore del senso di libertà e del respiro (presumibilmente accelerato dalla fatica della corsa) come mezzo per cercare sintonia. Se questo è quello che provi, spero tu possa presto tornare in montagna, a correre o camminare.

  5. Andrea Perini
    Andrea Perini Autore il18 agosto 2015

    Premesso che l’articolo non vuole in alcun modo biasimare o giudicare la corsa in montagna (non siamo qui per dire corsa si o corsa no): se ci si diverte nel frequentare la montagna con le ali sotto i piedi non c’è nulla di sbagliato ed anzi è ammirevole, sapendo quanto possa essere una attività impegnativa e faticosa. Io personalmente prediligo un altro tipo di approccio, ma è una scelta puramente personale. Racconto un aneddoto: “Alcuni anni fa lavoravo come fisioterapista all’Ultra Trail du Mont Blanc, ero arrivato a Les Chapieux, uno dei tanti punti di controllo, quando era già notte e ovviamente non si vedeva nulla al di fuori dei tendoni e degli stand illuminati. Dopo la notte di lavoro e poche ore di sonno, mi sono risvegliato in una bellissima valle che la sera prima non avrei neppure immaginato. Mi ha fatto pensare il fatto che chi stava correndo si fosse “perso” la possibilità di godere di quella vista.”

  6. Fabiola Massarotto il18 agosto 2015

    Correre in montagna è molto difficile io ho provato a farlo domenica nel Monte Grappa c’erano salite con un dislivello da 400 e 500 e 800 arrivare su è stata dura mi sono fermata molte volte era come se i polmoni avessero bisogno d’aria la discesa è stata meglio più facile ma ho messo sempre 10 ore voglio precisare non sono un esperta nella corsa lo faccio solo perché mi piace però avendo corso sempre in pianura e correre in montagna ho notato la differenza

  7. Massimo Bursi il17 agosto 2015

    A volte la velocità in montagna – nell’alpinismo – è una necessità! Quindi bisogna saper correre quando serve. Se non serve è invece bello, seguire la propria indole.
    Ma non ci vedo nulla di strano che qualcuno voglia e si diverta a correre in montagna.

  8. Pingback: La velocità in montagna: necessità ed eccesso | Neve & Valanghe - Schnee & Lawinen 17 Ago, 2015

    […] Sourced through Scoop.it from: altitudini.it […]

  9. pucherprencis il17 agosto 2015

    Ciao Andrea, grazie per questo nuovo contributo.
    Io penso che quelli che vanno in montagna non siano poi molto diversi dagli altri. Forse, siccome preferiscono un po’ di più la solitudine invece delle calche iesolane, la fatica invece dello struscio in Corso Italia hanno risentito un po’ più tardi del cambiamento della società. Ma il cambiamento colpisce inesorabilmente tutti i settori, prima o poi. Adesso è il turno della montagna di affrontare certe modificazioni del comportamento … ovvero, meglio, della gente che va in montagna.
    Un tempo, mi raccontava mia nonna che è nata a Mestre, tutti i vicini di casa che abitavano in una via si conoscevano, si salutavano, coglievano occasioni per stare assieme … qualcuno che offriva le uova fresche, qualche altro il dolce appena sfornato “per i bimbi” ….
    Mestre è in pianura, non è in montagna, è una città di una certa dimensione. La gente era diversa anche a Mestre, un tempo.
    Quando mia mamma andava a sciare, quindi erano gli anni 60, mi racconta che se una persona in una pista da sci cadeva a terra, tutti si avvicinavano per chiedere se avesse bisogno di aiuto. Da quanto tempo sono scomparse queste abitudini nelle piste da sci? I luna park invernali sono in un certo senso il punto di maggior contatto fra le abitudini “non montanare”, nel senso inteso da te e dai commentatori che mi hanno preceduto, e la montagna: su e giù, su e giù, su e giù per tutta la giornata. Chi si saluta lungo la pista da sci? Nessuno. Nemmeno ci si saluta quando si sale assieme sulla seggiovia. Si resta tutti perfettamente sconosciuti. Come nella metropolitana o sul tram. Talvolta, nella seggiovia si preferisce aspettare il seggiolino successivo per evitare il contatto con lo sconosciuto … sai mai che non ti tocchi parlare …
    Purtroppo viviamo in una società frettolosa e volta all’isolamento personale, con i social network che assecondano la nostra esigenza di fare tutto in fretta e fingono di soddisfare la nostra esigenza di comunicare, di essere in contatto con altri. Pare come se il contatto di persona, a pelle, incuta quasi paura, diffidenza, ci si senta nella necessità di sollevare degli scudi e per questo motivo risulti alla fine faticoso …
    Ricordo una camminata del 12 aprile scorso, l’unica occasione nella quale andai in montagna per un’uscita domenicale nel primo semestre di questo durissimo 2015. Eravamo un gruppo di amici, due li ho conosciuti in quella occasione. Uno di noi, siccome aveva un passo particolarmente veloce, se ne andò per conto proprio e lo rivedemmo solo alla fine della giornata. Sapevamo che era fatto così, quindi non ce la prendemmo. Noi altri andammo piano, facendo gruppetto, chiacchierando di tutto un po’. Abbiamo visto anche un tizio che aveva appeso una cosa strana sullo zaino, lo fermammo e lui ci spiegò che era un drone … anche questa una grossa novità, una volta in cielo si vedevano solo uccelli e, lontano, lontano gli aerei, ora mentre arrampicheremo o scieremo e avremo il nostro fotografo personale che ci riprenderà nei momenti più difficili … un selfie radiocontrollato mentre precipitiamo o la valanga ci travolge. Fico no? Altro che bastoncino telescopico per reggere lo smartphone!
    La montagna non è diversa che altrove. Sono le persone che ci vanno che risentono dei cambiamenti più tardi rispetto ad altre. Ma cambiano anch’esse. E cambiano velocemente.
    Ci racconteremo tra dieci anni come sarà, caro Andrea … magari saliremo anche noi al Tudaio col quad da corsa, partendo un giovedì alle 18.00 da Treviso nord di una lunga giornata di fine giugno, con l’obiettivo di pernottare poi in Valle Aurina … arrivo previsto verso le 24.00, cena liofilizzata pronta. Ognuno col proprio quad, ovviamente. Il tuo anche un po’ più veloce del mio.
    Riccardo http://pucherprencis.wordpress.com

    • Andrea Perini
      Andrea Perini Autore il17 agosto 2015

      Ciao Riccardo, che bel commentone! Giusta la considerazione che anche la montagna subisce il cambiamento sociale e si modificano abitudini, costumi e modalità di frequentazione: è sempre stato così, anche l’approccio alla montagna evolve (o involve, a seconda dei punti di vista). Grazie per aver “perdonato” quella fuga … era un periodo particolare e volevo dimostrare a me stesso che ancora potevo. Ci vediamo presto, magari superandoci a vicenda in sella ad un quod … ah ah ah.

  10. matteo il16 agosto 2015

    Sono d’accordo col fatto che correre in montagna sia, per il mio modo di vedere, strano, o quantomeno non lo vedo come un modo profondo di viverla. Non confondersi la corsa con bici, quad o altre cose… sono cose ben diverse. Belle riflessioni Andrea. Matteo

  11. luciano pellegrini il16 agosto 2015

    Tutto vero! Le mountain bike – i quad – -i SUV -le moto – ora anche i “corridori”. Persone, escursionisti, ne incontro sempre meno. Che tristezza ! prima era bello, interessante, umano scambiare due parole con le persone, oggi con chi le scambi, con i mezzi motorizzati o i “corridori” che non ti guardano nemmeno in faccia? Nemmeno un… ciao! Povera montagna! seviziata, maltrattata, violentata.

    • Andrea Perini
      Andrea Perini Autore il16 agosto 2015

      Bella riflessione … anche la disponibilità a incontrare e interagire fa parte dell’esperienza che possiamo ricercare o meno in montagna.

  12. gian il16 agosto 2015

    giusto non correre sempre ma se oltre alle comminate e l’ammirazione della natura ogni tanto qualcuno pensa a correre in mezzo alla natura non penso sia una cosa da biasimare!!!!

    • Andrea Perini
      Andrea Perini Autore il16 agosto 2015

      Infatti, nessuno biasima nessuno; l’importante è l’esperienza, quello che ci portiamo a casa andando in montagna.

      • luciano pellegrini il16 agosto 2015

        potrei anche accettare il suo commento, anche se si è persa l’educazione, quella di salutarsi, e con i mezzi motorizzati, come la mette?

        • Andrea Perini
          Andrea Perini Autore il16 agosto 2015

          In effetti il saluto è una delle “tradizioni” della montagna, ma per mia esperienza ci sono anche moltissimi che conservano questa abitudine. L’argomento dei “mezzi che non siano i piedi” è piuttosto scabroso: a me non piace vietare le cose, ma certo che ogni mezzo ha il suo luogo e non bisogna che il piacere di alcuni rovini un bene di tutti.

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