Racconto

L’intervista

Cosa era la cima di fronte al gesto del suo amico? Il valore della vita rimasta era la vera natura della conquista.

testo e foto di Andrea Alberti

31/01/2018
10 min

Difficile prevedere se l’incontro avrebbe rievocato qualcosa di interessante da pubblicare nella sua rivista. Seguiva il sentiero che saliva rapidamente nel fitto del bosco. Il caldo soffocante lo ovattava attorno a quel filo di Arianna che si snodava guadagnando terreno mentre il paesaggio attorno mutava.
Superando finalmente quell’inviluppo, vide la casera di Giuseppe Traiz. L’uscio principale era aperto e mostrava l’interno in penombra. Verso valle si ammirava il panorama distendersi oltre le cime degli alberi. La sua benevolenza verso le comodità trovò poco confortevole lasciarsi alle spalle i richiami nostalgici del fondovalle. Respirò a fondo affrontando la breve distanza che lo separava dalla porta aperta, dalla quale fuoriuscivano rumori di arnesi metallici all’opera.
Strinse gli occhi a fessura ed esordì: «Buongiorno! Sono quel giornalista venuto dalla città», trapelando una piccola esitazione nelle sue parole.

«Avanti! E’ aperto» invitò una voce profonda e sbrigativa.
«Grazie!». Varcò quel basso ingresso con un accenno di cortesia, incespicando nel piccolo scalino che faceva da soglia. «…a testa bassa in questo nuovo piccolo mondo, stretto stretto che sa di legno e lavoro manuale», si canzonò.
Il padrone di casa lo fissò con rughe profonde, illuminate ed evidenziate dai fasci di luce che oltrepassavano le spalle del giornalista. Il montanaro sembrava un minatore giratosi a fissare chi lo aveva scovato interpellandolo da dietro una lampada frontale.
«Sono Marco Sidei, piacere di conoscerla».
«Buongiorno. Traiz. Venga».
Si accomodarono sul piccolo tavolo che teneva la porta spalancata ed era addobbato dimessamente con dei fiori e due scodelle. Una bottiglia di grappa artigianale fece la sua comparsa.

«Signor Traiz, Lei è stato protagonista di quella famosa vicenda 45 anni fa sul monte Scuro. La ringrazio per la sua disponibilità e testimonianza».
Due giovanissimi amici d’infanzia risolsero il problema della parete Nord in invernale. Il fatto che Eugenio Valenz perse la vita durante la fase di discesa aumentò il clamore.
«Il buon tempo passando rende tutto più facile».
Parve ripetere la frase, come fosse la prima volta, ad alta voce: «Noi si doveva portare a termine il nostro sogno di ragazzi. Conquistare la vetta e tornare a casa. Così è stato… solo per me». E lo fissò.
La sua espressione incavata dal riverbero che penetrava nella stanza era determinata e inquieta allo stesso tempo. Quello sguardo non era facile da sostenere. Il cronista parve indifferente; distolse lo sguardo da quegli occhi risoluti sistemandosi sulla sedia e facendo il consumato gesto di tirare fuori carta e penna per scrivere.
Il vecchio alpinista sorrise, ma sembrò stirasse appena le labbra. Prese inconsapevolmente il giornalista come suo invisibile secondo di cordata e lo condusse per la cronaca di quella drammatica vicenda.

Il sopravvissuto finì in ospedale per ferite e congelamenti. Nemmeno l’arrivo della primavera mitigò quanto era stato vissuto.
Quell’esperienza diventò la gelida sfaccettatura della sua amata montagna. Dalla caduta del compagno al riaprire gli occhi fradici di neve e lacrime trovando la via di casa. Quel ritorno che non festeggiò. Faticò ad accettare la nuova realtà, giorno dopo giorno, che rendeva uguali le stagioni.
Successe che durante la via del ritorno il tempo peggiorò. La tensione aumentò notevolmente. Scendendo per una cresta affilata molto ripida, Eugenio faceva sicura. L’unica corda si strofinava per roccia e ghiaccio, trattenendo Giuseppe quando scivolava e vi rimaneva appeso.
Poi la corda si ruppe. Giuseppe per buona sorte si fermò con un tonfo su una minuta cengia, che lo accolse in quel turbinio.
Con la voce ancora soffocata dall’impatto urlò che era in salvo.
Eugenio sentì la voce dell’amico che tentava di rassicurarlo?
Probabilmente affrontò quell’imprevisto realizzando di dover scendere per sincerarsi del compagno e smentire i brutti presentimenti. Recuperò la corda; annodandola all’estremità la lanciò nel vuoto e nel vento, e partì. Tutto era biancastro ed uniforme, tutto si muoveva al di fuori di quel profilo esile che scendeva verso il suo amico. E verso la valle che li attendeva. Quando la corda non fu sufficiente, decise di proseguire la discesa in libera per raggiungere il compagno, ovunque fosse.

Rannicchiato nel piccolo spazio della cengia, Giuseppe distinse una forma scura lacerare il bianco vortice che li aveva risparmiati fino a quell’istante. Un velo altrettanto scuro calò sui suoi occhi.
Il suo resoconto si interruppe, gli occhi chiusi come allora. Mentalmente ripercorreva la via del ritorno imposta dal fato. Fisicamente raccontava, al suo prossimo dai superflui luoghi comuni, affrontando nuovamente l’ombra che vestì il suo vedere.
Il rumore della biro che cadde sul foglio distolse Traiz riportandolo in quella piccola stanza, dove un suo simile, cercando con le dita la penna, lo fissava a sua volta. Marco pensò a tutti i giorni che possono servire per ripartire dalla sconfitta subita dalla montagna sopra casa; rimasta raffigurata con i tratti giovanili dell’impeto e della sfida e mai riaffrontata per darle un volto nuovo.
Cosa era la cima di fronte al gesto del suo amico? Il valore della vita rimasta era la vera natura della conquista.
Annotando le ultime parole obliquamente ai righi del suo quaderno, Marco chiuse gli appunti dicendo: «Rispetto per la montagna e verso chi vi è caduto». E brindarono a quanto avevano lasciato dietro di loro, chi per volontà della sorte, chi per volontà propria.

Uscendo dopo una calorosa stretta di mano, l’inviato si trovò nel prato senza rendersi conto del gradino. L’accompagnò la consapevolezza di qualcuno dietro di lui, rassicurante con lo sguardo. Pensò alla corda invisibile che lega due compagni che si allontanano uno dall’altro. Si separò da quello strano, piccolo, stretto mondo antico che l’aveva portato a conoscere due vite diverse. Una di sacrificio e l’altra di gratitudine.
Avrebbe introdotto l’intervista chiedendosi chi, tra destino o individuo, presiede il ruolo che ottempera le scelte dall’esito immutabile. Avrebbe proposto come risposta la testimonianza di un uomo legato alla vita, all’amicizia, …alla corda che può spezzarsi.
Ripresero i lavorii che aveva sentito avvicinandosi. Tutto tornava ai ritmi naturali, come sempre.
Volle infine alzare lo sguardo verso la montagna. Ebbe timore pensando a chi d’inverno ardisca avvicinarsi alla parete Nord con la speranza di sconfiggerla.

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Cosa era la cima di fronte al gesto del suo amico? Il valore della vita rimasta era la vera natura della conquista.
Andrea Alberti

Andrea Alberti

Sono nato a Belluno nel 1968 e lì residente. Laureato in Ingegneria Elettronica, pratico a livello agonistico gli scacchi, dove ho raggiunto il punteggio di Maestro. Iscritto dal 1978 al Cai di Belluno, sono appassionato di montagna, ho frequentato corso roccia e ho svolto arrampicata sportiva. Attualmente mi dedico allo sci alpinismo, mountain bike e tennis.


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