Loris De Moliner (a sx) con Roberto Sorgato in Civetta (archivio Loris Santomaso)

Loris De Moliner (a sx) con Roberto Sorgato in Civetta (archivio Loris Santomaso)

Il 16 aprile è mancato all’affetto dei suoi cari e dei tanti amici Loris De Moliner, uno degli artefici della storia alpinistica della Schiara.
Nato nel 1930 a Bolzano Bellunese De Moliner ha svolto la sua principale attività alpinistica tra gli anni ’50 e ’70, compiendo oltre ad innumerevoli ascensioni di vie classiche anche diverse prime ripetizioni e aperture di nuove vie. La sua attività si è concentrata nell’ambito delle Dolomiti, anche se ha avuto modo di toccare con mano le Alpi occidentali e altri gruppi montuosi italiani. E’ stato compagno di cordata e amico di alcuni dei più forti alpinisti italiani, bellunesi e stranieri, con i quali ha compiuto impegnative ascensioni. Ha fatto, inoltre, parte del soccorso alpino, compiendo numerosi salvataggi e recuperi. L’altra passione della vita di De Moliner è stato il canto corale e lo ricordiamo fra i fondatori e primo presidente del Coro “Minimo Bellunese”.
L’intervista che segue è stata raccolta da Luca Bardella il 19.06.2002, la riproponiamo ora in ricordo di Loris De Moliner, genuino esempio di amore per la montagna e l’alpinismo d’altri tempi.

Come è iniziato il “viaggio” attraverso le montagne di Loris De Moliner?
La passione della montagna c’è sempre stata ma una data è per me la vera iniziazione alla montagna: 1951 inaugurazione del Rifugio 7° Alpini sulla Schiara. Venivo dall’Abruzzo dove ero stato per lavoro e sono salito assieme a molti amici, tra i quali anche Bepi Cervo genero di Abramo Viel realizzatore del rifugio, per assistere alla cerimonia. E’ scattata la molla!
L’anno dopo ho deciso di salire la Gusela del Vescovà, che per noi di Bolzano di Belluno era un simbolo. E così trovo Otello Da Rold e gli dico: «Dai Otello, andiamo a fare la Gusela!», ma lui titubante «Ma non sono pratico, non lo so…». Allora, a Bolzano di Belluno c’era Gino “Chino” Viel, famoso cacciatore di camosci ma anche Guida Alpina, e dopo una abbondante bevuta siamo riusciti a strappargli la promessa di portarci in cima a la Gusela. Una settimana dopo, di domenica, siamo partiti all’attacco della nostra meta con una corda “manila”, di canapa: dopo aver fatto tutta la parete Sud dove oggi corre la ferrata Zacchi – la stavano attrezzando proprio allora – siamo arrivati alla base de la Gusela. Diamo inizio ai preparativi e con scarpe tipo pallacanestro noi e Gino Viel con gli “scarpet” – scarpe con suole fatte da molti pezzi di stoffa cuciti assieme – si comincia: “Chino” sale per 5-6 metri e poi torna indietro imprecando: aveva dimenticato la sua pipa… L’accende e riparte. Finalmente in cima! E poi giù sino a casa. Questo è stato il mio esordio alpinistico.

E poi…
Assieme sempre a Da Rold siamo partiti per risalire un canalone che arriva sotto la Gusela quando ad un certo punto sbucano due altri ragazzi di cui il capocordata era Roberto “Berto” Sorgato. E da quel giorno ho iniziato ad arrampicare principalmente con lui. Da quel momento ha preso forma la mia attività alpinistica.

Quindi il sodalizio De Moliner-Sorgato cosa ha significato?
Tanto, tantissimo dal punto di vista alpinistico ma soprattutto umano. Attività sulla Schiara con prime ripetizioni sulla croda del 7° Alpini, apertura di nuove vie sul Torrione Aldo Comunello e Torre Renata e poi mete più ambiziose e prestigiose quali le Tre Cime di Lavaredo. In particolare nel ’54 avevamo deciso di salire lo Spigolo Giallo alla Cima Piccola: fu un’avventura solo arrivarci! Non avevamo soldi né mezzi, così abbiamo noleggiato una motoretta – simil Lambretta – che però ad Auronzo non ne voleva più sapere di andare. Abbiamo continuato spingendola sino a Misurina dove alle undici di sera, un meccanico, fregandoci 350 lire, la rimise in moto. Via di nuovo, ma alla rampa che porta al Lago d’Antorno la moto si ferma: per farla breve l’abbiamo spinta sino all’odierno rifugio Auronzo allora ancora baracca. Era già chiuso e quindi ci siamo spostati al rifugio Lavaredo che stavano completando proprio in quel periodo: non avendo una lira abbiamo saltato la cena delle due di notte e finalmente in branda. Non abbiamo chiuso occhio tutta la notte al pensiero di quanto ci sarebbe costata la stanza! La mattina attacchiamo la via ma sul secondo tiro, all’uscita del diedro strapiombante, invece di stare all’esterno mi sono ficcato dentro: tolgo il moschettone dal chiodo, la corda viene recuperata e in quel momento volo all’esterno battendo violentemente la testa – non esistevano ancora o perlomeno non si usavano i caschetti –. Mi faccio calare sino ad un terrazzino dove ho perso i sensi. Una volta rinvenuto risalgo sino da Sorgato ma svengo di nuovo. Rinsavito, iniziamo a salire e arrivati al diedro di VI grado superiore inizia una nuova sofferenza: le corde di canapa e le tecnica a forbice facevano sì che non si riuscisse più a recuperarle. Comunque riusciamo – nonostante un’altra mia perdita di sensi – ad arrivare in cima e a scendere in libera per la normale. Passiamo per il rifugio Lavaredo dove ci aspettava il “conto”: fortuna ha voluto che il gestore “Mazzetta” capì che non potevamo pagare e ci fece un prestito a fondo perduto. Ripresa la moto ricomincia una nuova odissea: Calalzo, Pieve e Tai di Cadore dove siamo riusciti ad avere qualche litro di benzina gratuitamente e giù sino a casa.

Loris De Moliner (a sx) con Roberto Sorgato (al centro) e Giorgio Ronchi (archivio Loris Santomaso)

Loris De Moliner (a sx) con Roberto Sorgato (al centro) e Giorgio Ronchi (archivio Loris Santomaso)

In famiglia cosa dicevano?
E’ iniziata in quel momento la vera tragedia: non potevo dire in famiglia quello che mi era successo nonostante i forti dolori che mi tormentavano. Sono riuscito a resistere sino a fine anno ma poi sono stato ricoverato, operato e per alcuni mesi successivi ho dovuto interrompere l’attività alpinistica. Ho iniziato a riprendere a scalare non senza essere stato minacciato di essere buttato fuori di casa anche se il tutto è durato fortunatamente, visto l’appetito che avevo, una settimana.

Altre arrampicate nuove con Sorgato
Si, quelle sulla Schiara, la via più dura sulla Gusela del Vescovà e una sul Torrione dei Bellunesi del Pelmo. La prima ripetizione italiana, con bivacco, dello Spigolo Nord-Ovest della Cima De Gasperi in Civetta e poi Tofana di Rozes e molte altre. In seguito, Sorgato ha iniziato l’università a Firenze e quindi ci siamo un po’ persi di vista.

Quindi altri compagni di cordata…
Ho stretto amicizia con Gianfranco “Gech” De Biasi e con lui ho compiuto molte ascensioni: la Carlesso-Menti alla Torre di Valgrande in Civetta, Campanile di Brabante, Torre Venezia, Torre Trieste, Tre Cime di Lavaredo, Pomagagnon, Tofana di Rozes. Poi con Sommavilla, i Fratelli De Nes e altri alpinisti bellunesi.

Dell’alpinismo bellunese attuale cosa pensi?
Che è molto prolifico ma chi fa tace, non vi è cassa di risonanza. Lo fanno per se stessi, non vogliono avere pubblicità. Mi viene in mente Da Riz di Bolzano bellunese che ha compiuto ascensioni molto impegnative, ma non si sa molto delle loro imprese.

E dell’avvento dei nuovi mezzi di protezione e progressione?
Oggi, rimasto quel che è rimasto da scalare, i più forti alle volte sono costretti a piantare lo spit, almeno nei passaggi chiave, per passare. Non sono d’accordo sulle vie in montagna interamente a spit e sul loro uso irrazionale: dove si può piantare un chiodo o posizionare friends, nuts non si può mettere invece lo spit. C’è da dire, piuttosto, che rispetto alla nostra epoca oggi gli alpinisti sono preparatissimi: hanno mezzi finanziari, hanno una migliore alimentazione, una migliore attrezzatura e allenamento. Le prime scarpette Dolomite scamosciate e con suola di Vibram sono comparse alla fine degli anni ’50.

E’ cambiato allora il modo di vivere la montagna e l’alpinismo?
Noto, infatti, che molti alpinisti non vanno più a ripetere le vie classiche tipo Solleder-Lettembauer, sulla parete Nord Ovest della Civetta, forse perché le snobbano o forse perché temono non tanto le variabili tecniche – il grado della via – ma quelle ambientali. Vogliono più sicurezza, maggiore tranquillità psicologica.

Rimpianti?
Sì, non essere riuscito a fare la Solleder in Civetta! La volta in cui “Berto” Sorgato e “Gech” De Biasi l’hanno attaccata dovevo essere della partita anch’io: chi a quei tempi non sognava di scalare la parete Nord Ovest della Civetta e… molti forse anche adesso. Allora lavoravo in ospedale e non ero riuscito ad avere dei giorni di ferie: mi ricordo che mi veniva da piangere dalla rabbia mentre li salutavo, assieme alla mia fidanzata, davanti al Teatro Comunale di Belluno. Il giorno dopo arriva voce in ospedale che s’era consumata una tragedia sulla Civetta e che erano morti due alpinisti e così sono partito con il Soccorso Alpino. Avevano attaccato al pomeriggio con un tempo incerto e forse se ci fossi stato non sarebbe partiti, visto che in cordata ero di solito il più prudente. Comunque in poche ore fecero circa 2/3 di salita quando iniziò a piovere e dovettero bivaccare sotto i camini finali. La mattina dopo ripartirono ma “Gech” era esausto. Era straordinario vederlo arrampicare, era un “angelo” grazie anche ad anni di ginnastica artistica contrariamente a Sorgato che era pura forza fisica. Nel frattempo aveva iniziato a nevicare e finalmente “Berto”, giunto in cima, riuscì a tirarlo su, a forza di braccia, vicino alla vetta. La fortuna volle che dal Rifugio Torrani uscissero dei ragazzi e sentendo le grida di aiuto avvertirono il gestore Bepi Da Rold, il quale mai più, sapendo del tentativo ma viste le condizioni meteo, si aspettava sulla vetta la cordata. Raggiuntoli, diede loro un goccio di cognac e si mise sulle spalle De Biasi che spirò a cinquanta metri dal rifugio. La sera stessa sono arrivato al Torrani assieme a Bepi Caldart, al gestore del Vazzoler Da Roit, al dottor Pellegrini ed altri.

Loris De Moliner: sopra con Armando Tama Da Roit, Toni Serafini Croda di Falcade, Roberto Sorgato Giorgio Ronchi - sotto con alpinisti della Schiara - a sx in arrampicata (archivio Loris Santomaso)

Loris De Moliner: sopra con Armando Tama Da Roit, Toni Serafini Croda di Falcade, Roberto Sorgato Giorgio Ronchi – sotto con alpinisti della Schiara – a sx in arrampicata (archivio Loris Santomaso)

E tra gli alpinisti quale il più forte?
E’ difficile dirlo: era più forte Coppi o Bartali? Comunque, tra i più forti di tutti i tempi metto Cassin e Piussi. Poi, di quelli che ho conosciuto direi Barbier, Livanos e Sorgato.

La montagna per De Moliner?
Una droga! Nonostante gli acciacchi continuo ad andare in montagna, non posso farne a meno.

La fede e l’alpinista…
Per me è fondamentale. Ancora oggi in cima ad una montagna mi commuovo come mi è successo l’ultima volta sulla vetta della Tofana di Rozes, nonostante l’abbia salita più volte.

Ha influito la professione svolta nel rapporto con la montagna?
Sicuramente. E’ stato soprattutto il tipo di lavoro svolto in ospedale per trent’anni – reparto di cobaltoterapia – a farmi amare ogni volta di più i monti e la natura. Questo è stato anche il motivo principale che mi ha spinto a soccorrere ogni volta che potevo alpinisti o persone in difficoltà.

La filosofia di vita di Loris?
Quando lavoravo in ospedale ricordo, in particolare, una persona che, nonostante le sue ricchezze, era lì stesa su una barella in attesa di cure come tutti gli altri: ecco allora ho deciso che mi sarebbe bastato il giusto per vivere bene con la mia famiglia, senza gelosia per nessuno.

E il futuro?
Montagna! Vissuta in maniera sempre diversa: dall’anno scorso ho iniziato a fare fondo. Sono modi diversi di assaporare la natura. Teniamo conto che, a 50 anni, ho avuto la brillante idea di mettere gli sci ai piedi grazie a Sorgato: ho disceso due volte la Vallée Blanche nel Monte Bianco, anche se l’ultima volta, trovato ghiaccio vivo, mi sono tolto gli sci, fidandomi molto di più delle mie gambe e dei piedi “ramponati”.

L’amicizia?
E’ importantissima. Il legame più forte è con Roberto Sorgato: ci conosciamo e siamo amici da cinquanta anni. Ritengo che la montagna sia un ambiente fatto per instaurare legami intensi tra le persone e dove non contino lo status, il rango sociale o le ricchezze delle persone. Non ammetto invece chi snobba l’amicizia.

Mai provato invidia?
Assolutamente no. Anzi ammirazione per gli alpinisti più forti di me e per le loro imprese.

Il tuo alpinismo ha vissuto la lotta tra liberisti e artificialisti, cosa ne pensi?
Se sei bravo in libera fai anche l’artificiale, altrimenti la vedo un po’ più difficile. Sono comunque un fautore dell’arrampicata libera: ognuno deve arrivare ai suoi limiti senza forzare oltre.

Avevate delle vostre personali regole quando scalavate?
L’unica che dovevamo rispettare era quella di non appoggiare il ginocchio durante i passaggi altrimenti si pagava pegno: una bevuta al ritorno! Mi ricordo che una volta sulle 5 Torri d’Averau stavano arrampicando “Gech” De Biasi e Santomaso “Masi” sulla fessura Dimai alla Torre Grande: sul passaggio delicato “Masi” vola fuori al che Albino Michielli “Strobel”, degli Scoiattoli di Cortina, esclama: «E uno!», ritenta e vola di nuovo: «E due!», così che al suo ritorno era già pronto il conto da pagare: due litri di vino per tutti.

Loris De Moliner con Sorgato e Bepi profugo Da Rold - a dx: in bivacco invernale (archivio Loris Santomaso)

Loris De Moliner con Sorgato e Bepi profugo Da Rold – a dx: in bivacco invernale (archivio Loris Santomaso)

In parete cosa si prova?
Quando sei dentro, soprattutto su vie dure, non vedi l’ora di arrivare alla fine. La soddisfazione te la godi dopo, a mente fredda. Sono le vie di IV-V grado che divertono.

E aprire una nuova via?
Enorme soddisfazione, ovviamente. Poi noi le aprivamo sempre in ricordo di un amico: come quelle sulla Torre Comunello, la Torre Renata, la Gusela del Vescovà. Quest’ultima ha un esordio curioso: con “Berto” Sorgato eravamo partiti per andare a fare il diedro Nord-Ovest della Schiara ma arrivati sotto con la nostra “borsetta” di chiodi e “due” moschettoni abbiamo deciso, saggiamente, di desistere. L’ hanno poi fatta i polacchi [ndr: Junger-Laukaitys-Nyka-Poreba] nel 1965 ed è una via molto impegnativa di VI e A2. Ci siamo allora rivolti alla guglia della Schiara aprendo la linea di VI grado, sulla faccia Est, lungo una fessurina di 25 metri – 1 chiodo mezzo fuori – che si va a collegare con la via normale.

Se dovessi consigliare coloro che vogliono avvicinarsi all’alpinismo?
Di seguire, senz’altro i corsi roccia per apprendere le tecniche di progressione e di assicurazione ma dopo iniziare a scalare con un amico esperto e “rubare con l’occhio”. La sicurezza è data solo dall’esperienza e dalla conoscenza delle proprie capacità.

L’alpinista cosa deve possedere allora?
Avere un’enorme passione per la montagna, essere una persona equilibrata e tanto “occhio” per leggere la parete, gli accessi e le discese, tanto più la via è di tipo alpinistico-esplorativo. Ho sempre l’esempio di quella volta che con Sorgato abbiamo salito lo Spigolo Andrich-Zancristoforo-Bianchet – 4 chiodi su 300 metri – alla Cima De Gasperi in Civetta: il primo tratto sono tutti canali friabilissimi dove la capacità di individuare quello giusto è fondamentale. Poi inizia lo spigolo-diedro che è chiuso da un tetto a “cappa di camino” sotto il quale vi è il punto di sosta che prevede di infilarvi la testa proprio sotto. Sopra vi è un camino enorme di terra rossa e roccia marcia ed è qui che deve venir fuori l’istinto, l’ “occhio” per individuare dove poter passare: in mezzo al camino vediamo un chiodo, ecco lì si passa. E pensare che lo spigolo è stato un ripiegamento perché quella volta saliti al rifugio Tissi, il giorno dopo dovevamo fare la Solleder ma durante la notte è scoppiato un temporale furioso che ci ha fatto desistere.

Il ruolo del secondo di cordata?
E’ molto importante. Innanzitutto, fa molta fatica e soprattutto ai nostri tempi viste le manovre a forbice. Poi è basilare che infonda tranquillità al capocordata. Tra i secondi che ho trovato e visto uno dei migliori è stato Nico Dalla Coletta: faceva delle assicurazioni assolutamente corrette e funzionali.

Qualche curiosità?
Sempre sulla Cima De Gasperi. Quando venne aperto l’itinerario, il terzo di cordata era Furio Bianchet che arrivato alla “cappa di camino” nel tentativo di superarla vola nel vuoto e con difficoltà riesce a ritornarvi sotto. Allora, poiché vedeva il piede di uno dei suoi compagni sulla sosta sopra, calcolando la distanza in una decina di metri, ha svolto un cordino legando un capo al chiodo di sosta e l’altro a lui. Parte, ma il cordino era troppo corto. Fortuna ha voluto che è riuscito a prendere il piede del suo compagno, a tagliare il cordino e ad arrivare in sosta. Dopo 20 anni lo abbiamo ritrovato e glielo abbiamo riportato. Altro episodio  è quello con Dalla Coletta che ci aveva indicato una possibile via sul Torrione dei Bellunesi nel gruppo del Pelmo: l’ultimo tiro di corda prevedeva un passaggio impegnativo su strapiombo e Nico ogni volta che provava volava giù. Allora, gli abbiamo gridato di aspettarci in sosta che saremo scesi subito. E’ stata una fortuna: ci ha recuperati tirandoci sotto lo strapiombo, altrimenti sarebbe stata dura! Continuiamo a scendere assieme per vari salti di roccia e mentre io e “Berto” recuperavamo la corda e attrezzavamo le calate, Nico scendeva e gridava:<<Siamo arrivati alle ghiaie>>: peccato che ci siano voluti ancora 45 minuti per arrivarci!.

Perché chi arrampica oggi va sempre negli stessi posti? Poca pubblicità, informazione su certe zone come la Schiara, il Gruppo del Bosconero e altre…
E’ una società quella attuale dove da un lato si vuol fare sempre meno fatica e dall’altro manca il coinvolgimento che c’era qualche anno fa. E’ stata anche una mancanza locale da parte delle istituzioni alpinistiche e non solo: i Bianchet, i Rossi, i Gianeselli, i Sommavilla e altri erano punti di riferimento sia dal punto di vista alpinistico sia culturale – conferenze, articoli, attività giornalistica, in particolare in Germania -. Oggi, forse alle persone interessano altri stimoli, altri racconti e così si è perso per strada quell’aspetto informativo, storico e educativo che aiuterebbe a far conoscere e valorizzare non solo le consuete zone montane ma anche quelle meno accessibili e selvagge. A livello locale mi piace ricordare, però, l’opera di sensibilizzazione e di informazione che una rivista come <<Le Dolomiti Bellunesi>> compie ormai da molti anni.

Allora per fare alpinismo ci vuole più amore o coraggio?
Ci vogliono entrambe le cose. Soprattutto amore per la montagna.

Loris De Moliner senza la montagna?
Non ci sarebbe mai stato. E’ stata e lo è ancora una grande scuola di vita e non so pensarmi se non immerso nelle “mie” montagne.

Loris De Moliner (archivio Loris Santomaso)

Loris De Moliner (archivio Loris Santomaso)

Redazione altitudini.it autore del post

Red. ≈altitudini.it | La redazione di altitudini.it racconta e discute di montagna e alpinismo.

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