Racconto

L’URLO DI PIETRA

"Pensare di scalare il Campanile era uno di quei sogni nel cassetto che coltivava da anni, non si sentiva mai sufficientemente sicura, nonostante i corsi e la pratica".

testo di Paola Cosolo Marangon, foto di Giacomo Frison (altripiani.org)

28/08/2020
11 min
Tra le tante meraviglie che le Dolomiti friulane regalano, eccelle senza dubbio il Campanile di Val Montanaia.

La prima volta che l’aveva raggiunto si era messa a piangere come una bambina, sopraffatta dalla bellezza, dall’imponenza. Ricordava di avergli parlato come ad una persona, aspettandosi una risposta. Pensare di scalare il Campanile era uno di quei sogni nel cassetto che coltivava da anni, non si sentiva mai sufficientemente sicura, nonostante i corsi e la pratica, le sembrava impossibile poter realizzare quel sogno.

Continuava a studiare minuziosamente il percorso, le sembrava di averlo praticamente già salito da quanto ricordava ogni minimo passaggio. Ma non l’aveva fatto. Il desiderio era molto intenso perciò quando Aldo, la guida alpina suo amico, le propose di seguirlo per arrampicare proprio sul Campanile il Sì le sfuggì quasi di bocca, senza un attimo di esitazione. Era il cuore ad aver parlato per primo.

Organizzarono l’uscita in un batter d’occhio, chiesero anche a Luca se voleva unirsi a loro. La prima risposta era stata affermativa, poi aveva sottolineato che lui non se la sentiva proprio di arrampicare, ma di fare un paio di giorni in mezzo alle montagne sì, aveva voglia. Pensarono così di fare un’uscita per così dire mista, un po’ di arrampicata e un po’ di escursione lunga. La proposta venne votata all’unanimità.

Aldo la guida, Luca e lei
Partiti praticamente all’alba, come al solito, avevano trovato un particolare movimento di gente a Barcis. Si stava preparando uno degli eventi legati ai campionati di nautica o motonautica sul lago. Anche a Cimolais si stava preparando una festa, la sagra paesana di inizio estate e le persone iniziavano ad allestire molto presto al mattino quanto serviva poi per i festeggiamenti.

Niente pedaggio all’imboccatura della Val Cimoliana, avrebbe pagato Aldo al ritorno i fatidici 6 euro del pass giornaliero. Al momento del loro transito non c’era ancora nessuno. La stradina era tutto sommato buona, un po’ di sterrato, qualche guado praticamente asciutto, in breve tempo si erano trovati nei pressi di Malga Meluzzo. Le vacche erano già in movimento, si potevano sentire i rintocchi dei campanacci. Avevano lasciato la vettura nel parcheggio di Pian Meluzzo, c’erano tre o quattro macchine, probabilmente gli ospiti del rifugio.

Cinque minuti a piedi e si erano trovati al Pordenone, l’aurora accennava qualche timido chiarore. Erano dunque in tre, Aldo la guida, Luca e lei. L’itinerario concordato e messo a punto durante il tragitto era quello di salire il Campanile, Aldo poi sarebbe rientrato con la macchina mentre lei e Luca si sarebbero fermati a dormire al bivacco Perugini per riprendere il cammino il giorno seguente verso Forni di Sopra, con tutta probabilità puntando al Rifugio Giaf.

Al Pordenone avevano suonato per ritirare le chiavi del bivacco, il gestore era sceso in pigiama, lo sguardo un po’ perso, ancora probabilmente addormentato. Aldo l’aveva chiamato la sera prima per avvisarlo e per vedere se il bivacco era libero. In quel periodo gli escursionisti si muovevano parecchio e il Campanile era una meta ambita da scalatori provenienti un po’ da ovunque.

Il gestore, dopo aver consegnato le chiavi si era raccomandato di non lasciare nulla in giro, tipo rifiuti o cose del genere. Le chiavi le avrebbero consegnate al gruppetto che sarebbe arrivato l’indomani: si trattava di tre austriaci che avevano prenotato il bivacco per più giorni. Con tutta probabilità avevano l’intenzione di arrampicare su tutte le cime circostanti, sulle cime di Toro, le Crode Bianche, il Monfalcon di Montanaia, ce n’era per tutti i gusti. Accordati su tutto, fatta una buona scorta di acqua, i tre avevano lasciato il rifugio assopito con tutti i suoi ospiti.

Verso il Campanile
Gli zaini erano ben carichi, non tanto per le vettovaglie e i sacchi a pelo, quanto per le due corde da 50 metri necessarie per la discesa in doppia dal Campanile, il casco, l’imbrago, i moschettoni…

Il primo tratto di percorso si inerpicava lungo il torrente, bisognava far attenzione a dove si mettevano i piedi, le roccette e i sassi erano scivolosi perché ancora bagnati dalla guazza notturna. Lei si sentiva molto emozionata, non aveva ancora spiaccicato parola, si guardava attorno cercando di imprimere nella mente ogni attimo. Era molto suggestivo ascoltare il tonfo sordo degli scarponi che rimbombava nello stretto canale che li separava dal Campanile. Non riusciva a prevedere bene il percorso, un po’ per la semi oscurità e un po’ perché si percepiva bene la parete di roccia a destra e guardando verso avanti sembrava di sprofondare nell’oscurità.

C’era odore di sottobosco e a tratti, qua e là, il tipico afrore dell’acqua stagnante. Sotto la roccia vi erano delle pozze e probabilmente stagnavano delle foglie marcite e muschio o qualche pianta acquatica che sprigionava il tanfo. In più punti erano scesi a dissetarsi alcuni caprioli, si intuivano le sagome scure che si stagliavano contro la parete rocciosa: piegavano la testa in maniera elegante e stavano chini come in preghiera. Lei aveva la sensazione che si parlassero tra di loro, le teste vicine, il ginocchio lievemente flesso per giungere più agevolmente a livello del torrente. Le era venuto il desiderio di fermarsi ad osservarli, aveva teso la mano per bloccare l’andatura spedita dei suoi compagni, ma i caprioli avevano sollevato il capo e si erano messi ad annusare l’aria, stavano avvertendo il loro odore e in un paio di balzi avevano raggiunto l’oscurità.

Aldo e Luca tenevano il passo gagliardo del primo mattino, a lei piaceva uscire con loro: parole poche, solo lo stretto indispensabile, soste solo se dovute, per il resto ognuno poteva inseguire le proprie sensazioni ed emozioni. Questo era il massimo nell’andare in montagna: ognuno da solo anche se in compagnia.

La luce iniziava a restituire i colori alle piante e alle rocce. La Val Montanaia è aspra, con belle montagne che si aprono ai lati, si camminava rasente Cima Meluzzo e dal lato opposto le Cime le Corde, poi le Cime di Toro. Di tanto in tanto vedeva occhieggiare il Campanile ma ancora non si distingueva del tutto.

Ad un certo punto, saliti un paio di massi che curvavano il sentiero, il gigante di pietra si apriva e si innalzava in tutta la sua grandezza. Il sentiero ben tracciato e rinforzato si snodava in tornanti, di lì a poco avrebbero raggiunto il piede. Abbandonati i mughi erano risaliti sui gradoni che portavano alla parete meridionale da cui partiva la scalata, in prossimità del primo camino.

Luca non era dei loro, come aveva già annunciato, aveva lasciato la corda che si era prestato a caricarsi sullo zaino e aveva proseguito verso il bivacco Perugini. Li avrebbe tenuti d’occhio durante la discesa, quando sarebbero stati alla sua portata visiva.

L’ascensione
Indossò le scarpette, l’imbragatura, assicurò con il doppio Savoia la corda che la legava al suo compagno, indossò il casco e i guanti. Era pronta per l’avventura. Aldo era davanti, sicuro di sé, la spronava a tirar fuori tutta la grinta, ma con calma, nessuno li inseguiva. Potevano prendersi tutto il tempo che avrebbero ritenuto necessario.

La grinta non mancava, le ritornavano alla mente i racconti letti sui grandi che avevano salito il campanile: gli esordi di primo Novecento con Cozzi, Zanutti, Marcovig oppure le immagini registrate più di recente che riprendevano Mauro Corona arrampicarsi come un ragno. Il Campanile era il regno indiscusso di Corona, nessuno poteva negarlo, lo aveva salito un numero incredibile di volte, in tutte le stagioni, con qualsiasi tempo. Mauro Corona era un assoluto mito quando arrampicava, fasci di muscoli perfettamente tesi, si sarebbe detto un animale adesivo alla roccia.

Non doveva comunque deprimersi con quegli esempi, lei si sentiva un piccola cimice, ciononostante si era messa completamente nelle mani di Aldo ed eseguiva minuziosamente tutto ciò che le chiedeva di fare. Avevano risalito il camino tenendosi a destra, vi erano buoni appigli, trovava spazio per le mani e anche per i piedi. Era legata ad Aldo e questo le dava sicurezza, sentiva l’imbragatura come un solido abbraccio e poi si fidava delle sue braccia, delle sue mani. Quando il camino andava restringendosi, Aldo era passato sulla sinistra, era uscito su di una piccola cengia e l’aveva sollecitata a fare altrettanto. Fin lì tutto bene.

Avevano proseguito lungo la cengia per un paio di metri, poi c’era da superare uno strapiombo. Aveva un po’ di paura, ma Aldo continuava a dirle di guardare in faccia la roccia, cercare gli appigli giusti, avevano trovato il chiodo su cui fare maggiore affidamento. Continuarono obliqui verso sinistra fino alla base cementata di un nuovo camino. Bisognava tirare fiato prima di procedere lungo il camino, il passaggio era difficile, lo si doveva attraversare tutto in verticale per raggiungere una terrazza a gradoni. Le mani avide cercavano ogni piccola sporgenza, le unghie si sfaldavano, era sempre così. Non esisteva manicure per chi frequentava la parete.

Raggiunsero la piccola rampa detritica che li portò allo spigolo sud ovest. Percepiva un lieve tremore alle gambe, quindi aspettò un attimo prima di proseguire. La sfiorò un pensiero balordo: sarebbe stata in grado di andare avanti? E se le arrivava un attacco di panico? E poi, immediatamente un altro pensiero scacciò il primo: perché mai sarebbe dovuto arrivare un attacco di panico? Non diciamo stronzate, non le era mai successo.

Dopo il Pulpito Cozzi la fatidica fessura
Scrollò la testa come a scuotere via tutte quelle stupidaggini, si concentrò sulle parole di Aldo: chiacchierava con la roccia e questo fatto le sembrò enormemente bello e positivo. Tutto procedeva a meraviglia e lei era bravissima. Proprio così le aveva urlato “Vai alla grande, sei bravissima!”

Dopo lo spigolo il tracciato era in effetti un pochino più semplice, la rampa a gradoni consentiva di raggiungere abbastanza agevolmente il Pulpito Cozzi. Lì veniva il bello: bisognava affrontare la fatidica fessura. Aldo la spronava, la fessura era alta solo sei metri, sapeva bene come usare le leve, erano cose che al corso avevano sperimentato. Dopo la fessura ci sarebbe stato lo spazio sufficiente per fermarsi a sostare e riposare.

Sì. Ce la mise tutta, la schiena inarcata, i muscoli come corde, le mani come artigli. La corda non la doveva usare per tirarsi su ma solo sentirla come amica sicura, come ancora di salvezza in caso di tempesta. Non ci fu tempesta, solo fatica e fiato da tirar fuori ma ce la fece e si disse brava da sola. Arrivò anche lei al punto di sosta, con la tremarella ma senza ripensamenti. Del resto, avrebbe potuto ripensare a qualcosa, giunta a quel punto? Mai rimpianti nella vita, bisognava andare avanti. A tutta!

Avevano bevuto qualcosa, a dire il vero Aldo l’aveva letteralmente imboccata. Era incredibilmente paziente e dolce, era abituato a imbranati che salivano, di questo ne era certa. Faceva parte del suo lavoro.

Si era guardata attorno: era indescrivibile ciò che vedeva attorno a sé: le cime meravigliose erano illuminate dal sole del mattino. Dopo un tempo che a lei era sembrato brevissimo ma che a detta di Aldo era piuttosto lungo, si erano rimessi in moto. Li aspettava una stretta cornice molto, ma molto esposta, sembrava di penzolare nel vuoto… senza staccarsi dalla roccia però! Dopo aver aggirato lo spigolo avevano trovato una cengia, finalmente un po’ più larga, così si erano portati ad una nicchia dove avevano potuto nuovamente tirare fiato. C’era ancora un camino fessura piuttosto a strapiombo, vi erano però buoni appigli, così la paura diminuiva un pochino.

Non le sembrava vero, ce l’aveva fatta
Piegando a sinistra si erano trovati sul grande ballatoio posto al di sotto della cuspide terminale. A quel punto si erano spostati verso sinistra e, affrontato un ultimo camino e alcuni gradoni si erano trovati sulla vetta. C’era una piccola cresta e la fatidica campana. Aldo le disse che doveva essere lei a suonarla, a tutta risposta lei esplose in un pianto dirotto. Non le sembrava vero, ce l’aveva fatta. Aveva avuto paura, inutile negarlo, mai come in quel momento si percepiva piccola cimice, non aveva tecnica, non aveva buona forza, aveva sofferto un botto ma… Ce l’Aveva Fatta!

Che sensazione inspiegabile. Un’emozione fantastica. Le era venuto da dire semplicemente: grazie. A chi? Ad Aldo? Si certo, grazie a lui senza il quale non avrebbe vissuto quell’esperienza, ma anche grazie all’innominabile bellezza e grandezza della montagna. Il panorama la lasciava senza fiato, i Monfalconi sembravano cesellati da maestri orafi, lo sguardo si spingeva lontano a baciare le più belle montagne del mondo. Di questo era assolutamente convinta.

La discesa
Chissà se Luca riusciva a vederli. Probabilmente no. Suonò finalmente la campana e le sembrò che mai suono fosse stato più soave e lieto. Mangiarono delle cose energetiche, bevvero un poco, recuperarono energia dai raggi di un sole davvero cocente, poi Aldo si predispose alla discesa. Tirarono fuori i discensori, agganciarono le corde, lei seguiva fedelmente tutte le indicazioni: si calarono in corda doppia fino al ballatoio. Era una cosa bellissima, molto divertente. Si spostarono sul versante nord da cui si calarono nuovamente per una trentina di metri, questa volta nel vuoto. Sembrava di essere su di una giostra. Raggiunsero una terrazza e poi via, altri venti metri in doppia fino alla tacca da cui ci si muoveva per ritrovare il sentiero che si spingeva a est.

Discesero leggeri come piume, Luca li aveva accompagnati con lo sguardo lungo la discesa, li aveva accolti con un abbraccio e aveva detto che faceva tanta impressione vederli scendere nel vuoto come dei cestini calati dal piano superiore. Si erano messi a ridere, che paragone assurdo!

Lei e Aldo avevano recuperato le corde, rimesso a posto ogni attrezzo e finalmente avevano sfilato le magliette madide di sudore e le avevano messe ad asciugare sull’erba. Una leggera brezza solleticava la pelle, i tre si stavano accingendo a consumare uno dei più buoni e meritati pasti della loro vita. Almeno questo era quello che sosteneva lei…

Era entusiasta, si sentiva fiera di sé e felice. Aldo era divertito da tanto puerile gasamento. Certo, per lui era facile, aveva salito il Campanile un bel po’ di volte, per non parlare di tante altre pareti ben più impegnative, come la Grande di Lavaredo. Ma ad ognuno il proprio karma.

La separazione
Il tempo inesorabilmente scorreva e Aldo, suo malgrado, dovette lasciare la compagnia. Non voleva rischiare di trovarsi al buio. La discesa era abbastanza rapida fino al Pian di Meluzzo dove avevano lasciato la macchina, ma anche percorrere la Val Cimoliana con il buio non era piacevole. Si salutarono con baci e pacche sulle spalle, poi Aldo raccomandò ai due amici prudenza per l’indomani, soprattutto nell’attraversamento dei ghiaioni.

Alcuni escursionisti che avevano raggiunto il bivacco, avevano chiesto se si poteva andare ai servizi. Luca aveva risposto con fare molto professionale che le toilette erano disposte alla destra e alla sinistra del bivacco, oltre la croce. E quei due sventurati erano andati convinti di trovare un gabinetto. Troppo buffo. Era stata lei ad uscire e a richiamarli con un fischio. Possibile mai che possa esistere gente così?

Sloggiati gli ultimi scocciatori – si diventa egoisti quando ci si trova in luoghi tanto fantastici. Si vorrebbe tutto per sé, ogni presenza disturba soprattutto se ciarliera – erano rimasti lei a Luca al cospetto della perfezione. Il sole era sceso dietro i Monfalconi, ombre lunghe lambivano lo spazio circostante e davanti a loro il Campanile svettava alto e scuro. Faceva quasi paura o semplicemente incuteva riverente timore. L’aria attorno odorava di muschio. Si sentiva qualche richiamo d’uccello e il canto di alcuni grilli. Non parlavano per non rovinare l’atmosfera. La notte scese velocemente, srotolarono i sacchi a pelo e li disposero sulle brande di legno dentro al bivacco; avevano dovuto indossare la felpa, la temperatura era scesa per bene con il calare del sole.

Lo chiamano “il Campanile” tanto non può essere scambiato con nessun altro

Rimasero seduti con la schiena appoggiata alla lamiera del bivacco, si percepiva ancora il tepore dei raggi solari imbrigliato nel metallo. Alla luce della lampada frontale, lei aveva letto la suggestiva descrizione del Campanile data dal Von Saar, uno dei primi salitori:

E’ una visione che non dimenticherò mai! Nebbie e cupe nuvole temporalesche avanzano lentamente da Nord scavalcando le forcelle e rotolano giù dalle creste; con esse arrivano vita e movimento sui bastioni rocciosi, primi indistinti nel bagliore accecante del sole, e si notano rilievi e profili. Ad un tratto appare una torre di pietra, come non ne abbiamo mai vista nessuna. Dal centro di un solitario circo si erge bruscamente un gigantesco obelisco di circa 200 metri; la sua sagoma, rastremata verso l’alto, è interrotta a circa due terzi d’altezza da un ingrossamento. Questo è il punto più alto della torre. Non c’è dubbio possibile, non può essere che “lui”. I portatori confermano la nostra supposizione. Lo chiamano “il Campanile” tanto non può essere scambiato con nessun altro. A quella vista ogni stanchezza scompare dalle nostre membra, mettiamo in spalla i nostri sacchi e riprendiamo la marcia. Ognuno rincorre i propri pensieri e questi sono concentrati tutti su ciò che abbiamo appena visto”(1)

Più di un secolo prima le emozioni erano le stesse, erano queste le cose che confortavano. Piccole certezze come la capacità di stupirsi e di fremere davanti alla bellezza della natura. Dopo aver letto ancora qualche breve descrizione delle cime lì attorno, spense la lampada e rimasero nel silenzio più assoluto che si potesse immaginare. Il buio era intensissimo e le stelle spiccavano come botton d’oro su di un prato scuro. Le costellazioni erano vicinissime, tentarono di riconoscerne qualcuna. Era un bel passatempo. Lei aveva continui brividi che le percorrevano la schiena, forse erano ancora i colpi di coda della sindrome di Stendhal. Non c’era bellezza più grande e si sentiva davvero un piccolo granello nell’immensità dell’Universo. Andarono a dormire a tentoni, fidandosi del lieve bagliore delle stelle. Chiusero la porta del bivacco e sottovoce si diedero la buona notte, consapevoli di stare vivendo dentro una bellissima magia.

Dormì di sasso, venne tirata dentro il sonno con un risucchio. La mattina seguente venne svegliata dalla luce del sole che entrava dalla porta del bivacco. Luca era in giro da un po’ – così le aveva detto – aveva approfittato della sua abitudine a svegliarsi all’alba per aspettare il sorgere del sole. Lei si sentiva abbondantemente riposata ed affamata. Il monolite di pietra li sovrastava, il catino vasto delle cime faceva da cornice ad una giornata che si prefigurava stupenda. Mangiò di gusto quello che il compagno aveva preparato.

Il giorno dopo
Gli austriaci erano arrivati presto, così fu un bene anche per loro poter consegnare le chiavi del bivacco ad un’ora buona per iniziare con tranquillità la lunga attraversata che li attendeva. Lo zaino era pesante, del resto non poteva caricare Aldo di tutte le corde, se le sarebbe portata in giro per Dolomiti, divise comunque il peso con Luca: metà corde ciascuno, si era offerto di fare da “sherpa”.

Lasciarono alle spalle il bivacco senza guardarsi indietro, temevano di venire trasformati anche loro in pietre se avessero indugiato troppo con lo sguardo sul Campanile. Continuarono sul sentiero 353, lo stesso che avevano preso al Pordenone. Si scendeva leggermente di quota, sulla destra lasciarono la variante che portava alla Forcella Cimoliana e si diressero verso Forcella Montanaia. Il dislivello non era troppo, circa 500 metri ma la fatica stava come sempre nel salire il ghiaione. Tornava quella sensazione di non riuscire a raggiungere mai la meta. Alla fine ci si arrivava e l’emozione di essere giunti a destinazione prendeva la bocca dello stomaco. In senso positivo.

La Forcella Montanaia si trovava strizzata tra la Cima di Forcella Montanaia e la Cima Both. Al di là si apriva un altro lungo ghiaione che correva sotto Punta Cornelia per scivolare nella Val d’Arade. Presero fiato un attimo e si volsero verso Val Montanaia. L’“Urlo di pietra” si ergeva immobile, il disco del sole sembrava essere messo apposta in bilico sulla sua sommità. Il campanile sembrava un punto esclamativo, un grido trattenuto e mai risolto. Chissà se esisteva qualche leggenda su di lui, di sicuro sì, si ripromise di andare a documentarsi. I due escursionisti, loro malgrado, lasciarono la suggestiva visione e presero a scendere.

Di pietra, d’accordo, ma pur sempre un paradiso
Gli scarponi affondavano nel pietrisco, papaveri bianchi e gialli punteggiavano il sentiero, così come innumerevoli sassifraghe e spilli di dama. Terminato il ghiaione si ritrovarono ad un bivio. Prendendo a sinistra si arrivava alla Valle Pra’ di Toro mentre sulla destra si procedeva verso il Monfalcon di Forni lungo il Cadin di Arade. Presero la seconda opzione lungo il sentiero CAI 342. Bisognava riprendere quota, il sentiero era tutto all’ombra della Cima d’Arade e della Punta Koegel, ben tracciato, si faceva largo ed era un bell’andare. Camminavano in silenzio, passo costante, i pensieri transitavano lieti. Alcuni gracchi lanciavano i loro gridi acuti e di quando in quando si sentivano sassi rotolare lungo i versanti. C’erano di sicuro camosci e stambecchi ma non si lasciavano vedere, almeno non quella mattina. Evidenti però erano le loro deiezioni: piccoli pallini depositati a mucchietti lungo il sentiero.

Raggiunsero la Forcella Monfalcon di Forni tirando un po’ di fiato. Quello che in gergo si chiama “sputar pallini”. Attorno a loro si ergevano castelli e palazzi, ricami indicibili. Colto nel suo insieme il paesaggio poteva essere paragonato ad un paradiso. Di pietra, d’accordo, ma pur sempre paradiso. Si diedero l’obiettivo di raggiungere il bivacco Marchi – Granzotto prima di rifocillarsi e riposare. Avrebbero potuto prendere per Forcella Las Busas e con il sentiero 354 andare al rifugio Giaf in maniera un po’ più diretta, ma Luca preferiva fare una pausa come si deve. Scesero quindi quei duecento metri fino al bivacco, posto in un punto strategico per l’osservazione delle meraviglie lì attorno.

Il bivacco era posto all’interno di una corona che andava dalla Cresta del Leone ai Monfalconi di Cimoliana e si apriva verso Valmenone e il Pramaggiore. Alle spalle del bivacco la roccia, davanti le praterie alpine. Si erano fermati ed avevano tolto la zavorra dalla loro schiena. Anche in quel caso si erano seduti con la schiena appoggiata alla rossa e calda lamiera ed avevano bevuto avidamente dalle loro borracce. Lì attorno vi erano parecchi escrementi di animali, questo stava a significare che si trovavano in una zona ben popolata. La fioritura del prato sottostante era molto generosa, a macchie si potevano riconoscere anemoni, sassifraghe, armerie, genzianelle dal blu intensissimo e sclops (genziane, ndr). Si riposarono per bene, prendendosi tutto il tempo che serviva, gustando l’odore dell’aria e assorbendo il colore della volta celeste. Qualche striatura bianca di tanto in tanto disturbava l’azzurro non ti scordar di me del cielo. Voli radenti di gracchi ricordavano che si trovavano comunque nel mondo dei vivi. Era facile cadere in trance in posti come quello.

Ripresero il fardello sulle spalle non prima di avere indossato nuovamente le magliette che avevano steso ad asciugare sul prato. Erano fantastici quei nuovi materiali tecnici, dieci minuti bastavano per far evaporare tutto il sudore. Ricordava i tempi in cui bisognava portarsi ricambi continui e la puzza delle magliette di cotone madide che impestava lo zaino. Ma era bello anche quel tempo, non c’erano magliette tecniche ma senza dubbio entusiasmo e voglia di andare da vendere!

Il “posto dell’anima”
Salirono pian piano la Forcella del Cason, pochi metri di dislivello, una trentina appena. A destra Cima Barbe, a sinistra il Torrione, davanti la splendida discesa che passava sotto la Torre Gilberti e la Torre di Forni. Bisognava fare attenzione perché il percorso degradava su terreno detritico e un po’ franoso. Una macchia brulicante di colore violetto aveva fatto fermare la coppia. Sembrava una sorta di ectoplasma in fermento, in realtà, fatto ancora un passo, si era alzato un vero e proprio nugolo di piccole farfalle grigie, azzurre e violette. Messe tutte assieme una addosso all’altra sembravano una sorta di gelatina lilla in continuo impercettibile movimento. Avevano preso il volo come un gruppo di palloncini sganciati di colpo dal filo reciso. Stavano in realtà pasteggiando su di una macchia di cacca. “Uno stambecco con la diarrea” aveva sentenziato Luca. Si erano messi a ridere, ma al contempo avevano sottolineato come dal letame nascessero fiori.

Quando il sentiero 342 si raccordava con l’Anello di Bianchi erano iniziati i mughi e la vegetazione si faceva via via più intensa. Il rifugio era molto vicino, a tratti lo si poteva vedere come piccolo puntolino abbarbicato tra pini e faggi. Lei aveva proposto di fare ancora un piccolo sforzo e arrivare a Villa Linda, ma Luca fu categorico: “Dormiamo al Giaf, non cederò di un solo centimetro”. Evidentemente era stracotto.

Cenarono a base di polenta e frico innaffiati con un buon bicchiere di rosso. Erano soddisfatti, esperienza bellissima tra montagne bellissime. Chiamarono Aldo al telefono per raccontargli la giornata e rassicurarlo: ce l’avevano fatta a non perdersi e a non mettersi nei guai. L’indomani, con calma, scesero a Forni di Sopra e raggiunsero Villa Linda dove si fermarono un paio di giorni per gustare il “posto dell’anima”.
_____
(1) K.g. Von Saar – K. Domenigg, Alla scoperta delle Prealpi Carniche, Fiume Veneto, PN, 1996, in C. Ferri, A. Giuse, M. Lunazzi, A. Massarutto, Alpi Carniche e Dolomiti Friulane, Itinerari alpinistici dell’Ottocento, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2000, pag. 54

Paola Cosolo Marangon

Paola Cosolo Marangon

Paola Cosolo Marangon vive a Capriva del Friuli (GO), è formatrice e consulente educativa, fa parte dello staff del CPP di Piacenza. Giornalista, scrittrice, insegnante yoga, è vicedirettore di Conflitti. Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica. È da sempre socia CAI nella sezione di Forni di Sopra (UD). Ha pubblicato: La casa lungo la ferrovia, Edizioni Europa, Roma, 2018; Fai della natura la tua maestra. Edizioni Erickson, Trento, 2017; La donna che rincorreva le nuvole, Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 2013; Nahila ha le ali, Albatros Editore, Roma, 2011.


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