IMS Walk Day 2014. Mark Inglis durante la salita al monte Telegrafo (2486 m) sul massiccio della Plose (ph. Teddy Soppelsa)

IMS Walk Day 2014. Mark Inglis durante la salita al monte Telegrafo (2486 m) sul massiccio della Plose (ph. Teddy Soppelsa)

All’International Mountain Summit di Bressanone si è parlato di outdoor e disabilità.
Parola d’ordine accessibilità. Ma è realistico pensare alla fruizione della montagna da parte di persone disabili?

«I monti non si possono accorciare o rendere meno impervi. Eppure con un po’ di coraggio si può provare a scalarli persino con una sedia a rotelle».
Micheal Stampfer ha ventisei anni quando una caduta da un tetto gli fa perdere per sempre l’uso delle gambe. La sua vita, però, non si ferma e nonostante la prognosi negativa subito si pone un nuovo obiettivo: le paraolimpiadi di sci, a cui partecipa nel 2006 e nel 2010.
Certo, la testimonianza di Michael colpisce: «Posso dire di essere orgoglioso di come ho affrontato la situazione, sono una persona che ama mettere alla prova i propri limiti, a costo di correre qualche rischio» afferma, così come colpisce quella di Mark Inglis, alpinista neozalendese che, dopo una permanenza forzata di tredici giorni in una grotta ghiacciata sul monte Cook, subisce l’amputazione di entrambe le gambe. Non si darà mai per vinto, nel 2000 vincerà la medaglia d’argento di ciclismo alle paraolimpiadi di Sidney e nel 2010 sarà il primo uomo a salire in vetta all’Everest con l’aiuto di due protesi. «C’è chi vede effettivamente un alpinista con due protesi quando scalo» dice Inglis con un entusiasmo che contagia, «Ma quello che vedo io è un alpinista le cui gambe non si congeleranno mai più».

Storie di chi cerca sempre di andare oltre il proprio limite, anche quando quest’ultimo è decisamente ingombrante, storie di chi non si arrende. «Storie che piacciono tanto ai media», come afferma provocatoriamente Sascha Plangger, ricercatore in Scienze dell’educazione presso l’Università di Innsbruck, «Ma che, in verità, sono anche piuttosto lontane dalla realtà quotidiana che la maggior parte dei portatori di handicap è costretto a sperimentare». La strada dell’inclusione è in effetti ancora lunga: Plangger afferma che il primo passo sarebbe quello di abbandonare un’idea di disabilità associata alla malattia o alla compassione, ancora tanto diffusa nella nostra società anche tra chi opera a favore di queste stesse persone. La percezione di sè è infatti uno dei punti più delicati, come sottolinea lo psicologo Georg Fraberger, lui stesso affetto da pesante disabilità: «Il seme della depressione non nasce dall’handicap, ma dal modo in cui veniamo percepiti e di conseguenza dalla qualità delle relazioni che riusciamo o non riusciamo a costruire».

«Serve un approccio focalizzato sulle “capability”, capace cioè di riconoscere e valorizzare le differenze specifiche che rendono unico ciascuno di noi» continua Plangger «Quello che succede, invece, è che spesso la disabilità si traduce su piano pratico in disoccupazione e quindi povertà. Il tasso di disoccupazione tra le persone disabili è altissimo e anche solo da questo si vede quanto sia difficile parlare oggi di inclusione».
Anche Mark Inglis – che nel 2003 ha ricevuto l’onorificenza dell’Ordine al Merito della Nuova Zelanda per la sua attività a favore delle persone disabili – sottolinea questo aspetto: «Nel mondo ci sono circa un miliardo di persone disabili e 400 milioni non hanno accesso alla tecnologia».

Parola d’ordine accessibilità, quindi: ma è realistico pensare alla fruizione della montagna da parte di persone disabili? La risposta è sì nonostante, per esempio, in un Paese avanzato come la Germania il 40% dei disabili abbia rinunciato almeno una volta alle vacanze a causa della scarsità di servizi. Del fatto che però la montagna possa essere accessibile anche a queste persone è convinto Johann Kreiter, consulente turistico: «Servono attenzioni particolari, naturalmente, a partire dall’accuratezza delle informazioni: è importante conoscere da subito la lunghezza del percorso, la pendenza massima della salita – le migliori carrozzelle riescono a percorrere salite pari al 10% – eventuali punti appoggio e la presenza di servizi». La larghezza del sentiero, l’uniformità del fondo, eventuali protezioni ai margini, sono tutti elementi fondamentali che richiedono una manutenzione ad hoc. Eppure questi percorsi esistono: in Svizzera, in Sud Tirolo e in Germania gli esempi di maggior successo. Naturalmente c’è ancora molto da fare per quanto riguarda questa tipologia di servizi, anche in termini di comunicazione.

Chi oggi si trova a promuovere la montagna, infatti, dovrà navigare all’interno di un ambito semantico che non gli è particolarmente familiare. In un tempo in cui la parola d’ordine sembra essere “performance”, tocca qui fare invece i conti con il limite e con un diverso tipo di forza, che non è nei muscoli ma nella volontà (e proprio la forza di volontà è stato il filo conduttore dell’IMS 2014). In una prospettiva di inclusione intesa come piena comprensione della differenza, l’impegno comune dovrebbe quindi, come auspica Sasha Plagger, essere rivolto a garantire le basi affinché ognuno possa realizzare i propri desideri, in vista di una vita “positiva e buona”.
(Simonetta Radice, inviata di altitudini.it all’IMS)

Simonetta Radice autore del post

Simonetta Radice | Giornalista pubblicista, addetta comunicazione. Da sempre amo la montagna e tutto ciò che ha a che fare con essa. La libertà è un poco al di là delle tue paure. Vivo tra Milano e Gignese (VB) e questo è il mio blog http://estateindiana.wordpress.com/

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