La prima ascensione diretta alla parete sud-ovest del Pelmo del 1977, come narrata da Franco Miotto nel libro “Pareti del Cielo”, offende l’onore e il prestigio di Giovanni Groaz, suo compagno di cordata assieme al compianto Riccardo Bee.
Per il Tribunale di Treviso, Franco Miotto è colpevole di diffamazione aggravata.
Giovanni Groaz, Riccado Bee e Franco Miotto al rientro dalla via diretta alla Sud Ovest del Pelmo, 1977 (dal volume “Franco Miotto Pareti del Cielo. Passioni, storie e ricordi di una vita libera, a cura di Marco Conte, Nuovi Sentieri Editore)

Giovanni Groaz, Riccado Bee e Franco Miotto al rientro dalla via diretta alla Sud Ovest del Pelmo, 1977 (dal volume “Pareti del Cielo”)

Nel 1977 Giovanni Groaz è un giovane alpinista di Trento, ha 20 anni e da un anno è già aspirante guida alpina. Un giorno di metà settembre, insieme a Franco Miotto e Riccardo Bee, parte per tentare di aprire una nuova via sulla parete Sud Ovest del Pelmo (1). Dopo tre giorni di difficile arrampicata, con difficoltà di 6 e A3, il tempo cambia e i tre alpinisti, poco sotto il camino finale, sono costretti a rinunciare. Uniscono cinque corde da quaranta metri, si calano nella nebbia e nel vuoto fino alla cengia di Grohmann e arrivano a valle appena in tempo mentre sulla cima si scatena una violenta bufera.
All’inizio di ottobre ritornano e completano la via: Miotto e Bee si calano dall’alto, Groaz invece sale dal basso le corde lasciate nel precedente tentativo e insieme completano la via superando il camino finale. La prima ascensione della via diretta alla Sud Ovest del Pelmo è loro, ma qualcosa nella cordata non va per il verso giusto (il volto di Giovanni Groaz nella foto qui sopra ne è la testimonianza). Tutto rimane sepolto nei loro ricordi, nei loro pensieri fino al 2010 (2) quando esce nelle librerie il volume “Franco Miotto Pareti del Cielo. Passioni, storie e ricordi di una vita libera (a cura di Marco Conte, Nuovi Sentieri Editore)”.

Il volume è il diario della vita, prima da cacciatore e poi da alpinista, di Miotto: racconti di viàz, di grandi ascensioni con i suoi compagni di cordata, memorie accompagnate talvolta da considerazioni e giudizi, nei riguardi di amici e di altri colleghi alpinisti, che Miotto esprime a modo suo, da “montanaro-cacciatore-alpinista”, ma che in alcuni casi risultano ingiuriose a chi è menzionato. Nei mesi successivi alla pubblicazione si scatena una sequela di commenti sulla stampa, nei blog e nei siti web. Il mondo alpinistico in parte si divide fra chi vede in Miotto un mito e lo giustifica a prescindere e chi non riesce a capire per quale ragione, un grande alpinista come lui, non possa raccontare le sue imprese senza offendere i compagni.
Nel mondo alpinistico esiste una regola non scritta, attraverso la quale è sufficiente la rispettabilità dell’uomo alpinista, o della cordata, per riconoscere la veridicità di quanto dice o dicono di avere effettuato in montagna (anche se si tratta di una solitaria priva di testimoni). La parola di un alpinista stimato e credibile supera il fatto oggettivo e documentabile, ciò che conta è l’onestà morale e le riconosciute capacità tecniche, a maggior ragione se poi la parola viene scritta e pubblicata (3).

copertina pareti del cielo_01Nei giorni che precedono il Natale del 2010, Giovanni Groaz ha tra le mani Pareti del Cielo e quando legge, da pagina 81 a pagina 89, cosa Miotto scrive sulla loro ascensione del “77 al Pelmo, si indigna. Quelle parole lo feriscono e lo offendono. Riflette qualche giorno e poi decide di denunciare l’autore dello scritto. E’ dello scorso mese di dicembre la sentenza del Tribunale di Treviso (sentenza del 15/10/2013, motivazioni pubblicate il 15 dicembre 2013) che condanna Franco Miotto per diffamazione aggravata per quanto afferma nel libro Pareti del Cielo contro Giovanni Groaz.
Allora giustizia è fatta?
Sembra di sì, almeno per quanto era nel proposito di Groaz di vedere ristabilita la sua onorabilità, di chi si è sentito oggetto di falsità e ingiurie. Tuttavia rimane in noi, che amiamo la montagna e l’alpinismo, un gusto amaro in bocca. E’ la delusione che proviamo ogni qual volta vediamo fatti che richiamano l’idealità del gesto alpinistico approdare nelle aule di un tribunale, indipendentemente da chi ha torto o ragione e a maggior ragione se conosciamo e stimiamo le persone coinvolte. E la domanda che ci poniamo è una sola: «Perché?» Semplice, potremmo dire: «In montagna ognuno porta tutto se stesso e non è vero che ritorni a casa migliore».

Groaz, proviamo a ricostruire da cosa nasce la sua denuncia? E per quali ragioni?
Venni avvisato dell’esistenza del libro di Miotto da un amico di Feltre, che provvide anche ad inviarmene una copia. Accertate le ingiurie e le falsità, contattai il mio avvocato e sporsi denuncia penale nei confronti dell’autore. Non potevo lasciare correre un fatto così gravemente lesivo della mia onorabilità, soprattutto rammentando il comportamento del Miotto nel corso della scalata del 1977, che era stato di una gravità inaudita, avendomi fatto rischiare pesantemente e inutilmente la vita.

Cosa era accaduto di così grave?
La prima intenzione fu di completare tutti e tre la scalata risalendo dal basso le corde lasciate in parete, per una questione etica; ma poco prima di tornare al Pelmo, verso la fine di settembre, Miotto mi disse che era preferibile, perché più sicuro, che lui e Bee percorressero la via normale della montagna, per poi calarsi in corda doppia fino al punto dove erano ancorate le funi e lì attendermi, mentre io da sotto, raggiunta la cengia di Grohmann, sarei risalito con i nodi Prusik. Egli non mi mise al corrente che le funi molto probabilmente erano lesionate (lui aveva quelle informazioni, e lo ribadisce anche nel libro); poi, nonostante gli specifici accordi, non le controllò dopo essere sceso dall’alto e prima della mia risalita, in particolare nel punto maggiormente a rischio (il bordo tagliente oltre il quale pendevano nel vuoto). Naturalmente le corde, nel punto cruciale, erano mezze tagliate! La notizia sulle serie condizioni delle funi lasciate in parete, rovinate dal peso del ghiaccio e dal forte vento, l’ebbi soltanto al mio solitario ritorno a Coi di Zoldo da un valligiano, il quale mi raccontò di avere avvisato Miotto della cosa, raccomandandogli fermamente di non risalirle per via del forte rischio che ciò avrebbe causato. Il brav’uomo non volle credere che mi venne taciuto un particolare di così grave entità. Solo allora compresi perché Miotto preferì calarsi dalla cima!

Giovanni Groaz, via diretta alla Sud Ovest del Pelmo, 1977

Giovanni Groaz, via diretta alla Sud Ovest del Pelmo, 1977

E dopo che Miotto e Bee si calarono fino al punto dove erano ancorate le corde, cosa avete fatto?
Miotto, contrariamente alle intese, convinse Bee a non attendermi sulla cengia dove le corde erano ancorate, iniziando ad arrampicare: così facendo, data la parete friabile, molti sassi caddero mentre risalivo, miracolosamente senza colpire me o il logoro filo che mi sosteneva. Raggiunta la cengia da dove pendevano le corde fisse, vidi gli altri circa 40 metri più in alto, alle prese con il tiro seguente al punto massimo precedentemente raggiunto. Mi accorsi con disappunto che scendendo i due avevano lasciato altre corde fisse. Da lì in su io dovetti sobbarcarmi il faticoso compito di recuperare i due zaini fradici lasciati sulla cengia a settembre, più tutte le corde; comprese quelle fissate fino in vetta. All’ultima sosta, al buio, mentre i due uscivano sopra di me, fui sfiorato da una forte scarica di sassi che essi smossero; ciononostante dovetti insistere non poco, subendo il loro dileggio, per farmi cambiare l’ultima corda! Io bivaccai in un sacco a pelo bagnato, a differenza degli altri due che ne avevano di asciutti. Il giorno dopo, con l’intento di fissare ancora qualche chiodo qua e là (sic!) nel camino terminale, Miotto e Bee si calarono nuovamente in parete. Io fui irremovibile nel non tentare ulteriormente la sorte, dopo i gravi rischi subiti il giorno precedente, e li attesi di pessimo umore in cima.

I fatti come sono stati accertati dal giudice?
Il giudice ha valutato esclusivamente la questione penale della diffamazione aggravata, senza entrare nel merito delle false dichiarazioni; queste potranno essere considerate in una successiva causa civile.

Tutto è circoscritto alla via sul Pelmo o ci sono altre affermazioni che lei dice essere false?
Miotto, all’inizio del capitolo sul Pelmo, narra di come mi conobbe su una via del Civetta (la via Ratti alla Cima Su Alto), mentre ero in compagnia della mia fidanzata. Di lei il Miotto racconta che si salvò grazie ad un suo chiodo: tale mendace affermazione nasconde probabilmente la volontà di sminuire le notevoli capacità alpinistiche di una ragazza.

Oltre all’autore del volume sono stati condannati anche il curatore e l’editore?
Il curatore del libro, oggettivamente, non ha svolto nel modo più casino online adeguato il suo compito: avrebbe dovuto impedire la pubblicazione delle ingiurie. Per aggravare ulteriormente la sua posizione, alla fine del 2010 non ha trovato di meglio che farsi beffe di me su un blog alpinistico, con affermazioni non veritiere che tutti hanno potuto accertare. Certamente Marco Conte è moralmente corresponsabile di quanto sta avvenendo dopo la pubblicazione di quel libro. In ogni caso la legge indica come unici perseguibili della diffusione a mezzo stampa, sia penalmente, sia civilmente, l’autore e l’editore. Nella fase penale l’editore non è stato coinvolto, vedremo per l’eventuale prosieguo civile. Credo comunque che a Conte, alla fine, sia l’autore, sia l’editore, potrebbero tirargli le orecchie.

Groaz, lei ha definito questa vicenda come “una pagina triste dell’alpinismo dolomitico”, ora come si sente?
Quella vissuta sul Pelmo, dal punto di vista umano, è stata la peggiore esperienza alpinistica della mia vita. Se a ciò, ed è già fin troppo, sommiamo le ingiurie e le falsità denigratorie contenute nel libro, c’è proprio da stare allegri. Tuttavia, devo dire: cosa mai ci si poteva aspettare da un assatanato cacciatore di frodo che ad un certo momento si dedica all’alpinismo, se non che anche in quell’ambito avrebbe fatto il furbo?

E per quale ragione “avrebbe fatto il furbo”?
I motivi veri delle azioni degli altri, rimangono il più delle volte nascosti. L’abitudine alla caccia di frodo, tuttavia, ritengo che induca a considerare leggi, regole, norme, come delle pastoie alla libertà individuale; a quel punto ogni etica sarà opinabile e anche in altri ambiti ogni risultato conterà più del mezzo per raggiungerlo. L’alpinismo di Miotto, o forse solo una parte di esso, non posso saperlo, ma certamente il tipo d’alpinismo da lui dimostrato sul Pelmo nel ‘77, lo definisco “di frodo”. Io in quella scalata sono stato “utilizzato” per risolvere tecnicamente la salita; dopo il tentativo interrotto dal maltempo, con la cima vicina e le grosse difficoltà ormai superate, non ero più necessario. O meglio: potevo servire ancora per slegare le corde dalla Cengia di Grohmann  dov’erano ancorate, e, quasi certamente, riportarle a valle, perché presumo che da sopra le avrebbero sganciate, dato che agli altri due non erano più necessarie. Forse Miotto tacque l’informazione sulle corde, dopo avere colto la mia preoccupazione in merito, per farmi arrivare in ogni caso fino alla cengia, sperando che non mi sarei cimentato nella risalita, dopo avere constatato i loro omessi controlli. Avendo io, nonostante ciò, iniziato la rischiosa ascesa, ecco l’ultimo, luciferino espediente per tentare di ricacciarmi giù: mettersi ad arrampicare smuovendo una miriade di sassi… Però non sono certo che i motivi di quell’assurdo comportamento siano questi. Forse tutto dipende dall’essere riuscito a guidare la cordata dove lui era stato respinto nel suo primo tentativo. Bisognerebbe chiederglielo, se mai avesse voglia di raccontare la sua scomoda verità.

Giovanni Groaz, El Capitan, 2002

Giovanni Groaz, El Capitan, 2002

Ora che il Tribunale le ha dato ragione cosa intende fare nei confronti di Franco Miotto?
Sto valutando se intentargli una causa civile, oltre all’eventuale richiesta di radiazione dal CAI e dal CAAI, e alla possibile revoca dei premi Pelmo d’Oro 2001 e Una Vetta per la Vita 2009.

Non le sembra forse un po’ troppo?
Troppo è ciò che Miotto m’ha combinato, con terribili e riprovevoli azioni prima, e con fraudolente e diffamatorie parole dopo. Ciò non toglie che sia stato un alpinista tecnicamente valido, ma chiaramente questo non è sufficiente a perdonarlo.

E se domani mattina incontrasse Miotto al bar, cosa si sentirebbe di dirgli?
Lo ringrazierei. Proprio così. Infatti mi ha dato il modo di far emergere, finalmente e pubblicamente, la triste verità su quella scalata, e al contempo di dimostrare di quale effettiva natura è quell’uomo. Da lungo tempo avrei voluto raccontare quei fatti, ma mi frenava la possibilità che si potesse eccepire l’ingiustificato lasso di tempo trascorso da allora; d’altro canto, se mai avessi atteso la scomparsa di Miotto prima di divulgare la mia versione sulla scalata del Pelmo, avrei potuto essere tacciato d’ipocrisia. Gli antichi dicevano: “In cauda venenum” (nella coda [sta] il veleno, nda), e ciò è perfettamente calzante col personaggio e, inaspettatamente, con la conclusione di questa vicenda. Posso solo affermare: a me è andata bene, quella volta, mentre lui ora è stato smascherato.
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1) La via aperta il 15-17/09 e 1-2/10/1977 rimarrà irripetuta fino al gennaio del 1986 quando Flavio Appi e gli sloveni Ronkovic e Rukic la ripetono in prima invernale, poi si dovrà attendere altri 20 anni per la seconda ripetizione da parte di Alessio Roverato e Luca Matteraglia il 1-2 luglio 2006. 
2) Riccardo Bee muore il 26 dicembre 1982 sulla nord dell’Agnèr durante un tentativo di ripetere in solitaria invernale la via Messner.
3) Purtroppo non è sempre così, la storia dell’alpinismo ce lo conferma con episodi celebri. Uno per tutti la verità negata a Walter Bonatti sull’ascensione al K2, da parte di Lacedelli e Compagnoni, ufficialmente riaffermata solo dopo 54 anni.

Teddy Soppelsa autore del post

Teddy Soppelsa | Autore di pubblicazioni su montagna, alpinismo e ambiente, componente cdr de Le Dolomiti Bellunesi, socio GISM, fondatore del blog-magazine altitudini.it.

3 commento/i dai lettori

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  1. albertone il24 maggio 2014

    le giacche rosse della Samas mod. master come in foto ! ne ho una ancora in buone condizioni, nel 2014 mio figlio se n’è impadronito e…ha ricevuto complimenti da tutti i suoi amici.Altro che i plasticoni di oggi.Riccardo Bee un omaggio a Te.

  2. Redazione altitudini.it
    Roberto Avanzin il5 febbraio 2014

    Spiace sempre che una condanna rischi di coinvolgere dal punto di vista economico una casa editrice, soprattutto di questi tempi. Invece per quanto riguarda Miotto mi verrebbe da dire che uno, a forza di cercar rogne, alla fine le trova … chissà che non sia educativo? x

  3. Redazione altitudini.it
    Renzo Turri il3 febbraio 2014

    La Montagna è il luogo di Incontro per eccellenza; a volte succede di incontrare un serpente a sonagli.x

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