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rs_Via del Gries_05In cammino con muli, cavalli e someggiatori lungo i sentieri dei Walser. Per promuovere un noto formaggio svizzero, ma non solo.

Escursionisti-gourmand, alpeggionauti, turisti sfaccendati in cerca di passatempi originali: eravamo in tanti in agosto al seguito della carovana di cavalli dell’esercito svizzero che ogni anno in estate percorre i sentieri degli antichi Walser nelle Lepontine, lungo le sponde del Toce le cui acque vorticose si scavano in valle Antigorio pittoresche “marmitte”. Di giustificazioni ne avevamo da vendere. Non c’è niente di più divertente di questa annuale Sbrinz Route nata nella Confederazione per promuovere quello che per loro è il “re dei formaggi genuini”, lo sbrinz appunto.
Il pittoresco ne rappresenta la nota dominante e manca solo Heidi in cotanta Disneyland itinerante con una trentina di cavalli e altrettanti someggiatori che per qualche giorno, nella stagione delle ferie, riempie di ragli e nitriti le verdi vallate dell’Ossola – in cui di norma rimbombano i boati delle mine delle tante cave di granito – fino a esaurirsi nella magica piazza Mercato di Domodossola “arricchita” per qualche ora da un fragrante tappeto di cacche equine.
E tutto ciò dopo che i someggiatori hanno attraversato la Formazza e l’Antigorio entrando attraverso il passo del Gries (2479 m), al confine con il Canton Ticino, lungo l’antico itinerario in passato percorso dal popolo Walser che lo utilizzava per importare ed esportare beni di primo consumo.
Può piacere a no lo sbrinz a noi mediterranei “viziati” dal parmigiano e dal grana padano, ma bisogna convenire che questa grattugiata di spensieratezza scaccia i cattivi pensieri e che l’impegno degli organizzatori elvetici va ben oltre l’aspetto promozionale. C’è una sorta di palese orgoglio da parte dei carovanieri svizzeri nel raccogliere l’applauso degli italiani che li aspettano a ogni arrivo di tappa con le musiche delle bande e le sfilate di eleganti signore in costume walser.

rs_Via del Gries_02VACCHE MAGRE E TURISMO SOSTENIBILE

Che cosa pretendere di più? Qualità dei prodotti, dignità del lavoro contadino, cultura, storia, tradizioni, difesa dell’ambiente montano, opportunità per le aeree periferiche: tutto ciò che in Italia è spesso solo oggetto di slogan, per gli svizzeri sono fatti concreti. Come questa carovana con le bandierine dei cantoni bene in vista sui basti carichi di forme di sbrinz e sui cappelli dei someggiatori in costume d’epoca, graziosamente ornati da ghirlande di fiori di campo.
La parola chiave in questo caso è o dovrebbe essere green economy, il termine che tra l’altro connota anche la prossima Expo 2015. Una strategia che mette in primo piano le risorse naturali e la loro conservazione. Capita di frequente che la Svizzera sia citata come modello invidiabile di turismo alpino rispettoso delle tradizioni e della natura, un eden su cui vigila un’istituzione importante, il Fondo per la tutela del paesaggio. E’ sicuramente un altro mondo quello in cui ci si immerge appena si varca il confine. Un mondo dove, per fare un esempio, i prati secchi, ossia non concimati, rappresentano un biotopo, un bene da proteggere con i suoi fiori importanti per la biodiversità, per la cui conservazione l’agricoltore viene pagato dagli organi cantonali.
Che alla propria cultura legata all’agricoltura e alla pastorizia ci tengano molto gli svizzeri lo dimostra anche un fatto curioso. Recentemente, lo scorso autunno del 2013, contadini e pastori elvetici si sono messi sul piede di guerra avendo scoperto che per il “loro” calendario sono stati utilizzati modelli stranieri. Distribuito con il magazine Schweizer Bauer (Il contadino svizzero), il Bauernkalender & Alpenbooys ha attirato l’attenzione per la presenza di modelli superpalestrati e sexy, lontani però anni luce dal contadino e dal pastore medio.
Quante cose potremmo e dovremmo imparare dagli svizzeri, con tutti i loro difetti e le loro ingenuità, oltre alla loro proverbiale precisione! A cominciare da quella cosiddetta “abbondanza frugale” tipicamente elvetica, che anziché sui consumi indotti, punta (anche nella comunicazione pubblicitaria) su sobrietà, amicizia, convivialità. Ispirarsi a questi comportamenti dovrebbe essere un imperativo della nostra epoca di vacche magre. Non è forse vero che forme di turismo sostenibile come la Sbrinz Route, con quella sua pretesa di autenticità, ci sottraggono, come avviene in questo estremo lembo del Piemonte incuneato nella Confederazione Elvetica, alla seduzione di mete esotiche o di più blasonate località turistiche alpine? I paragoni sono antipatici, d’accordo. Ma non posso ignorare che in Lombardia, a Gerola Alta, c’è un Centro del Bitto storico, lo squisito formaggio che è vanto della Valtellina. Pochi sanno che esiste e passano oltre. Figurarsi se a qualcuno viene in mente di organizzare una specie “Bitto Route” che d’estate scavalchi le Orobie, in un clima di piacevole e remunerativa kermesse. Certe cose è meglio lasciarle fare agli svizzeri.

rs_Via del Gries_03SUL GRIES DA SEMPRE UN VIA VAI DI MERCI

Dopotutto, che cosa può esserci di più seducente di questi uomini e donne di tutte le età vestiti con costumi storici, affiancati da escursionisti a piedi accolti da uno scrosciare di battimani lungo la mulattiera del Gries che fu una delle vie più importanti di collegamento tra il Nord e il Sud d’Europa? Era il 1397, a Munsten nell’alto Vallese (Svizzera), quando si firmava la convenzione per l’apertura di una via commerciale che unisse Berna a Milano. Il passo del Gries era in quegli anni con il Sempione la via più importante di collegamento alpina. Tanto che a fine Ottocento, quando il ghiacciaio debordava, in estate i formazzini la lastricavano con grosse piode per consentire il passaggio di cavalli carichi di merci. Verso nord andavano vino, panni di lana mentre verso sud scendeva altra merce e soprattutto formaggi svizzeri.
C’è dunque qualcosa di antico nell’aria al passaggio della Sbrinz Route. Lo sbrinz, vanto della produzione elvetica, è il pretesto anche per un gemellaggio simbolico tra la Svizzera, terra di sbrinz, gruyère ed emmental, e la Formazza, nota per il suo squisito Bettelmatt. Risulta così evidente che tradizioni e marketing trovano, sotto il segno della buona tavola, un terreno comune su cui dialogare.

rs_Via del Gries_04ANCHE LE CAPRE DIVENTANO SUPERSTAR

Per restare nell’Ossola, è pur sempre confortante constatare come dietro le immagini oleografiche della cultura d’oltr’alpe si profili un nuovo umanesimo culturale proiettato nella sfera del turismo sostenibile. Come se attraverso i valichi come il Gries entrasse dalla Confederazione una sfida a sfruttare anche a fini turistici le risorse dell’economia di montagna.
Mi riferisco in particolare a due iniziative. La prima è Craf in Crof (Capre a Croveo): un titolo legato alla tradizione dialettale per una specie di movimentata Nashville. Dal 2000 centinaia di ovini, con piccoli al seguito, giungono in una domenica d’autunno a Croveo, frazione di Baceno (Valle Antigorio). Sotto lo sguardo rassegnato delle capre si susseguono mercanteggiamenti, degustazioni a tema, assaggi ovi-caprini prodotti dai locali allevatori, illustrazione delle tecniche di allevamento, e soprattutto canti e balli e brindisi fino allo sfinimento.
L’altra iniziativa per certi versi analoga e degna di nota è Tempo di migrar promossa in settembre dall’Associazione Turistica Pro Loco di Premia, in collaborazione con il Comune di Premia, in occasione del transito di oltre 3000 ovini che, accompagnati dai pastori, lasciano gli alpeggi estivi per raggiungere la pianura. Per i bambini il divertimento è assicurato con la simpatica “poppata degli agnellini” in attesa della sfilata del gregge che giunge nell’abitato verso la mezzanotte. I grandi che desiderano smaltire le libagioni di ruvido “prunent”, possono accompagnare a piedi il gregge fino a Crodo dove l’arrivo è previsto per le 3 del mattino. Anche questo significa far vivere la montagna, conferirle a buon prezzo valori aggiunti attingendo alle tradizioni, specialmente la dove non impera la monocultura, oggi sappiamo quanto precaria, degli sport invernali.
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foto di Roberto Serafin: alcuni aspetti della carovana dello Sbrinz (www.sbrinzroute.ch) lungo le mulattiere della Valle Antigorio. Ogni anno i someggiatori elvetici si mettono in marcia a Lucerna con una trentina di muli e cavalli e arrivano nella piazza del Mercato di Domodossola tra ali di vacanzieri festanti.

Roberto Serafin autore del post

Roberto Serafin | Giornalista professionista, redattore per un quarto di secolo del notiziario del CAI Lo Scarpone. Ha curato a Milano la mostra “Alpi, spazi e memorie” e il relativo catalogo, ha partecipato con il Museo della Montagna “Duca degli Abruzzi” all’allestimento della mostra “Picchi, piccozze e altezze reali”. E’ autore di numerosi libri di montagna, tra cui l’ultimo “Walter Bonatti, l’uomo, il mito“. Con il figlio Matteo ha pubblicato il volume “Scarpone e moschetto”. Da alcuni anni di dedica quotidianamente alla sua creatura editoriale www.mountcity.it

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