Copertina (di Walter Molino) de “La Domenica del Corriere” che celebra la conquista italiana del K2.

Copertina (di Walter Molino) de “La Domenica del Corriere” che celebra la conquista italiana del K2.

Certi oggetti (non tutti) nel corso della loro vita si caricano di significato, ovvero, divengono strumenti di evocazione. I mercatini delle cianfrusaglie, dove migliaia di persone vanno a ricomprare a caro prezzo gli oggetti che hanno buttato qualche anno prima, prosperano su questo fenomeno culturale, e la semiotica materiale è la scienza che se ne occupa.
Ogni attività umana produce i propri significanti e l’alpinismo non si sottrae a questa legge. Naturalmente, poiché il termine indica contenuti diversi, anche gli oggetti che li evocano sono diversi, in relazione al periodo storico e alla cultura di cui l’alpinismo è espressione. In passato, l’oggetto su cui aveva convenuto l’immaginario collettivo europeo è stato lo scarpone. Uno dei primi segni della nascita di un alpinismo non-inglese è stata la costituzione di un’austriaca “Gilde zum großen Kletterschuh” per opera di Viktor von Glanwell nel 1899. In Italia, lo scarpone conservava un forte potere evocativo ancora negli anni ’50 del ‘900 se al Festival di Sanremo venne presentata, con grande successo, una canzone il cui titolo era, appunto, “Vecchio scarpone”:

Vecchio scarpone
Quanto tempo è passato
Quante illusioni
Fai rivivere tu
Quante canzoni
Sul tuo passo ho cantato
Che non scordo più.

Vero è che l’aggettivo “vecchio” premesso al termine che designava l’oggetto, non faceva presagire niente di buono circa la sua tenuta simbolica. In effetti, le rivoluzioni alpinistiche che si determinarono negli anni ’60 , oggetto di grande interesse popolare grazie alla mediazione dei giornali del tempo, decretarono la rapida fine dello scarpone come icona.
Le fortune semantiche della piccozza, al contrario, durano immutate da un secolo e mezzo, in tutto l’universo alpinistico ed hanno resistito perfino alla rivoluzione “californiana” degli anni ’70.
ls_YALE_01Fatto sta che non vi è club alpino (o sezione di) che non abbia la piccozza nel suo simbolo.
La piccozza è divenuta simbolo, e quindi veicolo di comunicazione alla fine dell’800, rimanendo legata ad un universo alpinistico immaginario, nonostante i grandi cambiamenti intervenuti nel reale. Vero è che gli utilizzi attuali della piccozza come strumento di comunicazione sono più rari, rispetto ad un secolo (o qualche decina d’anni) fa, ma non sono scomparsi.
Volendo fare una rapida escursione, non possiamo evitare di cominciare da un poeta italiano (Giovanni Pascoli) che nel 1900 compose un’ode che porta “La piccozza” come titolo, nella quale gioca un ruolo centrale il valore semantico dell’attrezzo, come testimoniano i pochi versi che ne riportiamo:

Da me, da solo, solo con l’anima,
con la piccozza d’acciar ceruleo, 
su lento, su anelo,
su sempre; spezzandoti, o gelo!

E salgo ancora, da me, facendomi
da me la scala, tacito, assiduo;
nel gelo che spezzo, 
scavandomi il fine ed il mezzo.

Salgo; e non salgo, no, per discendere,
per udir crosci di mani, simili
a ghiaia che frangano,
io, io, che sentii la valanga;
ma per restare là dov’è ottimo
restar, sul puro limpido culmine,
o uomini; in alto,
pur umile: è il monte ch’è alto;

ma per restare solo con l’aquile,
ma per morire dove me placido
immerso nell’alga
vermiglia ritrovi chi salga:

e a me lo guidi, con baglior subito,
la mia piccozza d’acciar ceruleo, 
che, al suolo a me scorsa,
riflette le stelle dell’Orsa.

.
Non si può evitare di restare meravigliati da come l’autore – uomo alieno da ogni attività fisica – abbia colto – e utilizzato – alcuni dei motivi profondi dell’alpinismo classico.
All’immagine della piccozza si era affidato anche Carducci per portare il lettore, in maniera subitanea, nel  clima epico-alpinistico del tempo, nella celebrazione della morte della guida Emilio Rey (1895), caduto sul Dente del Gigante:

Spezzato il pugno che vibrò l’audace
Picca tra ghiaccio e ghiaccio, il domatore
De la montagna ne la bara giace.

Del resto lo stesso Kafka non sfugge  al potere evocativo dell’attrezzo  quando scrive che “Un libro deve essere una piccozza per rompere il mare di ghiaccio che c’è dentro di noi”.
Il nostro breve viaggio nella semantica della piccozza, deve necessariamente prendere le mosse dal nome. I gentiluomini inglesi la chiamavano ice-axe, che rivela la sua origine come ascia (da ghiaccio). Quanto alla forma, sono istruttive le parole di Leslie Stephen [“The best form of Alpenstock for the High Alps”, The Alpine Journal, Vol. 1,1863-64]:

Piccozza per cliente [Traveller’s axe] consigliata da Leslie Stephen. [Da The Alpine Club Journal, n°1]

Piccozza per cliente [Traveller’s axe] consigliata da Leslie Stephen. [Da The Alpine Club Journal, n°1]

“Non vi è cosa sulla quale i membri dell’Alpine Club abbiano opinioni più divergenti, e mi limiterò a riportare  i suggerimenti avanzati con molte riserve, confidando che niente di quel che dico possa essere considerato segno di disprezzo per gli inventori di quegli ingegnosi, ma non sempre comprensibili, strumenti con cui abbiamo adornato le pareti del Club”.

Tuttavia, Stephen distingueva la picca destinata all’uso della guida, da quella destinata al cliente.
Si distinguevano per il fatto che, mentre questa era tronca dalla parte opposta alla becca, quella della guida era munita di ascia per intagliare gradini nel ghiaccio.
Per quanto riguarda il manico, Stephen raccomanda che sia di legno di acero, preferibile al noce e al corniolo che sono più resistenti, ma più pesanti. E che abbia sezione ellittica , che maggiormente si presta alla presa della mano. Suggerimenti non seguiti dal costruttore della piccozza che, nel film di Luis Trenker, brandisce la mano di Carrel, manifestamente col manico metallico, a sezione circolare e di diametro troppo piccolo.

Jean- Antoine Carrell (1829 -1890)

Jean- Antoine Carrell (1829 -1890)

Ben diversa era la piccozza effettivamente utilizzata dal mitico “Bersagliere”. La fotografia che lo rappresenta mostra che, almeno per quanto riguarda la lunghezza, era conforme ai suggerimenti di Stephen: fra i 3,5 e i 4 piedi (tra 1 m e 1,22 m).
Il dibattito sulla forma della piccozza fu vivace ancora per molti anni; con esiti non scontati. Avrebbe anche potuto essere diversa da come la conosciamo. Scriveva infatti Whymper nella parte introduttiva di “The Ascent of the Matterhorn” (1880):

“Si potrebbe scrivere un volume sull’uso dell’alpenstock. Il principale è da terza gamba, per estendere l’area di appoggio; e quando il principiante abbia chiaro il suo utilizzo, apprezzerà pienamente il suo straordinario valore.  Negli ultimi tempi l’alpenstock puro è semplice è passato di moda, e quasi tutti gli alpinisti utilizzano un bastone dotato di punta ad un’estremità e di un’ascia all’altra. Una testa di piccozza asportabile sarebbe ancora più utile. A Birmingham costruiscono picche con la testa rimuovibile  che è la migliore tra quelle che ho visto, ma la testa è troppo ingombrante da tenere in mano, e si dovranno apportare molti miglioramenti perché diventi adatta ad essere utilizzata nell’alpinismo.  Tuttavia, il principio mi sembra suscettibile di sviluppo e proprio per questo l’ho ricordato.“

I revv. Phillimore e Raynor con le guide Giuseppe Colli, Antonio Dimai e Antonio Dibona, nel 1897. La valenza simbolica della picca è manifesta.

I revv. Phillimore e Raynor con le guide Giuseppe Colli, Antonio Dimai e Antonio Dibona, nel 1897. La valenza simbolica della picca è manifesta.

Tuttavia, i parametri  indicati dall’Alpine Club finirono per imporsi all’uso, e ciò ebbe come conseguenza  la diffusione di una forma standard che si andò via via caricando di valore simbolico ed evocativo.
Ne erano ben consapevoli gli alpinisti di fine ‘800 che amavano essere rappresentati mentre  brandivano lunghe picche anche quando operavano su terreni in cui sarebbero state del tutto superflue – anzi, d’impaccio – come le Dolomiti.
Conclamato è il valore semantico della piccozza che, nel 1954, comparve su “La Domenica del Corriere” a celebrare la conquista del K2. Si tratta di una piccozza le cui caratteristiche costruttive aderiscono ai dettami dell’Alpine Club, anche se si capisce che la lunghezza del manico è notevolmente inferiore. Funziona molto bene ad evocare un’immagine di forza e resistenza ai venti impetuosi che soffiano a quella quota, simbolo di quelli avversi che soffiavano, all’epoca, sull’Italia.
Altrettanto retorica , ma di altro tipo, la funzione simbolica della piccozza infissa sulla vetta del Cerro Torre in “Grido di Pietra”, film di Werner Herzog del 1991. Il fatto che la picca funga da sostegno di una fotografia dell’attrice americana Mae West, al posto delle bandierine nazionali, la dice lunga sul mutamento di quella che i sociologi chiamano “temperie culturale”.
Per inciso, l’invocazione, grave e declamata, di “quella vecchia, dannata piccozza”, che caratterizza l’incipit del “Grido di pietra” e ha come scopo di tirare lo spettatore nella temperie della sfida alpinistica, in fondo, non è tanto lontana dal verso iniziale dell’ode di Carducci che abbiamo riportato.

Affinché gli oggetti diventino “cose” è necessario che si stabilisca un rapporto relazionale con chi le utilizza; solo allora si trasformano in destinatari  di un investimento emotivo che li carica di significato. Accade allora che quelle “cose” acquistino un potere di associazione ed evocazione  di tutto un universo ideologico,  al quale vengono irreversibilmente legate. Dal punto di vista puramente funzionale l’evoluzione dell’alpinismo è di gran lunga più legato al chiodo,  alla corda e al moschettone e, tuttavia, nessuno di questi pur indispensabili strumenti alpinistici ha acquisito un ruolo simbolico paragonabile a quello della piccozza. Forse perché la sua forma non è sostanzialmente mutata per quasi un secolo. In effetti, facciamo fatica a pensare che le forme recenti conferite all’attrezzo in relazione alle specializzazioni richieste da nuovi terreni di gioco, si tradurranno in nuove valenze semantiche.
Siamo infatti convinti che il ruolo simbolico della piccozza sia ancora quello che le viene attribuito in un film di Edward Dmytryk del 1956, “La montagna”, interpretato da Spencer Tracy. Una figura di guida come forte, umile e saggio montanaro, che non sarebbe dispiaciuta a Edmondo De Amicis e che, forse, solo Guido Rey ha creduto di aver incontrato.

La guida Zaccaria, interpretato da Spencer Tracy nel film “La montagna”, sembra essere fatto dello stesso legno invecchiato e robusto del manico della sua piccozza.

La guida Zaccaria, interpretato da Spencer Tracy nel film “La montagna”, sembra essere fatto dello stesso legno invecchiato e robusto del manico della sua piccozza.

Ledo Stefanini autore del post

Ledo Stefanini | Docente di fisica all'Università di Pavia (sede di Mantova), studioso di storia dell'alpinismo.

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