Reportage

Sentiero Bove, la prima Alta Via delle Alpi

Concepito e realizzato alla fine dell'800, in memoria dell'esploratore Giacomo Bove, è il più difficile e severo itinerario escursionistico del Verbano e dell’Ossola.

testo e foto di Andrea Perini

Un tratto di cresta “rilassante” verso Bocchetta di Campo prima della discesa in Val Pogallo.
09/10/2018
6 min

La prima Alta Via delle Alpi
Da tempo mi sono appassionato alle Alte Vie come modo di stare tra i monti e come possibilità di esplorare e conoscere nuovi luoghi, alcune le ho percorse ma molte attendono ancora. Un giorno casualmente lessi qualcosa sul Sentiero Bove che veniva considerato la prima Alta Via delle Alpi (realizzata tra il 1890 e 1897 in memoria dell’esploratore Giacomo Bove), ne rimasi subito incuriosito e incominciai a raccogliere guide e cartine per rendermi conto di cosa fosse e capire se mi era possibile percorrere questa pagina di storia. Più leggevo e più mi affascinava l’idea di confrontarmi con un cammino dentro una delle più grandi aree wilderness d’Italia, il Parco Nazionale Val Grande. Non sapevo se sarei stato all’altezza, se sarei arrivato fino in fondo, ma volevo provare a tastare con piede quel che avevo letto.

Giunge il momento delle ferie e di partire per questa “spedizione” in Val Grande. Il primo giorno mi limito a fare il viaggio sotto la pioggia addentrandomi fino al piccolo paese di Cicogna (732 m) – attenti alla strada che si incontra, c’è da pregare di non trovare un’auto in senso opposto nel punto sbagliato – dove faccio campo base all’Ostello del Parco. Dal terrazzo in legno guardo il verde rigoglioso dei boschi che mi circondano mentre le cime si intravedono appena e sembrano così lontane e irraggiungibili. Non posso nascondere una giusta dose di ansia. Per fortuna la pioggia se ne va lasciando un’aria densa di umidità, ma domani le previsioni sono buone e si parte.

1a tappa

Si inizia in discesa tra faggi e castagni
Affronto questa prima tapa priva di difficoltà con leggerezza: si inizia in discesa tra faggi e castagni incontrando i primi ruderi delle tantissime corti e alpi sparse all’interno del Parco, quindi attraverso il Rio Pogallo e inizio a salire l’opposto versante. Comincia la salita circondato dai profumi del sottobosco risvegliati dalla pioggia di ieri; quando si apre il primo scorcio sulla valle sembra quasi di essere sopraffatti da tanto verde. Finalmente raggiungo il Bivacco Curgei (1350 m) da dove la vista comincia a spaziare sotto un cielo limpido fino al Monte Rosa.
Un simile spettacolo già ad inizio cammino mi fa premere sull’acceleratore e in breve raggiungo il crinale e senza pensarci due volte devio verso il Pizzo Pernice (1507 m). La vista supera le fronde degli alberi, accarezza una serie di crinali e si deposita sopra un mare di nuvole che nascondono il Lago Maggiore, mentre sul versante opposto la Val Grande appare nitida e scorgo il bivacco meta della prossima tappa.
“Ma siamo matti? Dovrei arrivare fin là in un giorno?” Mi sembra lontano anni luce e l’abbraccio di queste valli è quasi prepotente.
Con le nuvole che montano da valle raggiungo il Pian Cavallone (1564 m) e a breve distanza l’omonimo rifugio (1528 m), salgo sul Monte Todano (1667 m) giusto per vedere la croce tra la nebbia e scendere con le prime gocce. Il resto del pomeriggio e della notte arriva una pioggia non prevista e posso riposare raccogliendo le energie per l’indomani.

LA VISTA SUPERA LE FRONDE DEGLI ALBERI, ACCAREZZA UN MARE DI NUVOLE CHE NASCONDONO IL LAGO MAGGIORE
Da cima Laurasca, vista verso In la Piana cuore del Parco

2a tappa

Ho come la sensazione di lasciarmi qualcosa alle spalle
Mi alzo abbastanza presto per vedere lo scambio fugace tra le luci di Verbania e il soffice rosato dell’alba che tinge le ultime nuvole in diradamento. Al sorgere del sole sono in marcia e i crinali davanti a me cominciano ad illuminarsi. Procedo seguendo il solco del sentiero attraverso un metro e mezzo di erbe che letteralmente mi fanno la doccia, lasciando bagnati piedi e scarponi per i prossimi due giorni. Il paesaggio è incantevole e raggiungo senza troppa fatica prima il Pizzo Marona (2051 m) e poi il Monte Zeda (2156 m).
Lo spazio da percorrere sembra immenso e più mi addentro lungo quel filo di cresta più sento di dover contare solo su me stesso e ho come la sensazione di lasciarmi qualcosa alle spalle.
Le difficoltà cominciano a palesarsi durante la discesa di alcune pareti attrezzate con catene, alternate a brevi passaggi sulle rocce per seguire il percorso da un lato all’altro della cresta. Ogni tanto qualche tratto più dolce tra piante di mirtillo offre un respiro di sollievo.
Quando risalgo verso la Piota (1925 m), appare evidente che nessuna delle previsioni meteo ci ha preso granché: le velature stanno diventando nuvole sempre più grigie e verso nord il cielo è già scuro e non promette bene. Purtroppo questo è un sentiero senza vie di uscita, quindi una volta partiti si deve arrivare fino in fondo.

Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela
Con il timore del maltempo comincia il tratto più ostico, sempre con l’attenzione al massimo, sia per non farsi male su questo terreno scivoloso, sia per non perdere la traccia (non oso immaginare cosa sarebbe tale eventualità in questo ambiente).
Mi sembra di camminare su un filo sottile sospeso tra un crinale e l’altro, sopra ripidi declivi e per stemperare la tensione mi ritrovo a cantare: “Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela e ritenendo la cosa interessante…”. E basta così, lungo il sentiero non incontro assolutamente nessuno, a parte quando arrivo nei pressi dei bivacchi.
Passo sotto Cima Crocette e poi salgo un infido canale roccioso attrezzato fino al Monte Torrione (1996 m).
Se sono su una cima e devo raggiungere una bocchetta più in basso, logica vuole che si debba andare in discesa. Ma qui no! Incomincio a scendere, aggiro una torre di roccia e ricomincio a salire… Penso che possa essere solo un breve tratto, proseguo in piano e poi in lieve discesa (così mi pare già meglio!) e raggiungo una costa, ma poi riprendo a salire lungo un faticoso pendio erboso. Mi chiedo se è uno scherzo, mi guardo in giro per essere sicuro di seguire la traccia giusta. Non resta che proseguire la discesa rassegnandomi ad andare in salita.

Le nebbie mi investono quando sto per raggiungere Cima Marsicce (2135 m) di cui vedo solo l’ometto circondato da fili d’erba che assumono le tonalità dell’autunno. Mi concedo una breve sosta, perché le ore di cammino si stanno accumulando e la fatica comincia a farsi sentire. La rimanente parte del percorso è nascosta dalle nuvole e comincia a cadere qualche goccia; la scelta più sensata è di scendere velocemente al Bivacco Scaredi (1841 m) e fermarsi lì per la notte. La fontana per dissetarsi e un soppalco per riposare ci sono: il luogo è perfetto per assaporare la rusticità di una notte in alpeggio e sperare che questo inatteso maltempo lasci spazio a una splendida giornata.

è un sentiero senza vie di uscita, una volta partiti si deve arrivare fino in fondo

3a tappa

Ma dove ti stai andando ad infilare?
Colazione frugale e partenza con la frontale per sorprendere l’alba dalla Cima Laurasca (2193 m). La successiva traversata fino al Bivacco Bocchetta di Campo (1996 m) mi concede un tratto tutto sommato rilassante e altamente spettacolare. Giunto al bivacco seguo la traccia che si diparte senza alcuna segnaletica verso le Strette del Casè. Sulla cartina questo tratto di percorso, che dovrebbe ricondurmi a Cicogna, non è neppure segnato, eppure esiste e viene percorso. Spero che le tracce siano sufficientemente evidenti ma intanto torno a percepire quella vocina che mi dice “ma dove ti stai andando ad infilare?”.
Subito un bollo di vernice e una freccia indicano il canale da cui bisogna scendere, cosa che mi rasserena e infatti incontro diversi segni di sverniciate sbiadite e qualche nuovo bollo bianco-rosso.
Il cammino si svolge ancora di più in un ambiente molto severo, con una successione di discese e risalite tra suggestivi torrioni e spettacolari scorci sopra la lussureggiante Val Grande con sfondo il Monte Rosa.
Anche qui sbagliare traccia o mettere il piede in fallo, potrebbe avere pessime conseguenze, tuttavia la natura del terreno e qualche segno che vedo in lontananza rendono la direzione abbastanza ovvia.
Il terreno si fa ostico e qualche passo delicato impone concertazione: nessun punto difficile è messo in sicurezza e l’unica attrezzatura è un vecchio corrimano di metallo che preannuncia il termine di questo tratto.

Qui si può vagare per giorni senza venirne a capo
Raggiunti i Prati di Ghina (1880 m) il paesaggio si fa più solare, ma le pendenze e le asperità fanno pensare a tutto tranne che ad un dolce prato. La raccomandazione di non avventurarsi senza la certezza di sapere dove andare può suonare quasi noiosa e banale, ma le sensazioni che si provano immersi in questi luoghi dicono tutt’altro. L’esile ma rassicurante traccia, che sto seguendo ora, conduce oltre il letto asciutto di un torrente fin su un ripido prato dove, tra erba alta e piccoli alberelli, non riesco ad individuare più nulla da seguire. Mi giro indietro e ritorno sui miei passi fino all’ultimo segno. Ma ora che il prato si allarga e diversi canali paralleli dirigono verso valle, quale sarà la direzione corretta? Immaginare di scendere nella direzione sbagliata, per poi dover faticosamente risalire quando le gambe sono già provate non è piacevole e può essere addirittura angosciante l’idea di scendere così tanto da perdere qualunque riferimento, immersi in un bosco senza la minima idea di dove andare e senza nessuna possibilità di chiedere aiuto. Qui si può vagare per giorni senza venirne a capo.

Tutti pensieri che bisogna tenere a bada per cercare di fare scelte sensate. Cerco di guardare fin dove posso, per individuare una traccia, un ometto, un segno qualunque. Ma in assenza di certezze tutto può sembrare una traccia da seguire: dalla scorticatura di un albero, alla muffa colorata su una roccia, alla traccia di passaggio di animali. Tento prima una direzione, quella che ritengo più improbabile e vedendo che punta a salire verso una cima torno indietro e la escludo; quindi su terreno malagevole raggiungo una traccia che prosegue un po’ più in là e su un masso in mezzo l’erba spunta seminascosto un ometto. Forse ci siamo. Lo raggiungo e più lontano ne intravedo un altro… riacquisto un po’ di sicurezza e raggiungo un palo in mezzo al greto asciutto di un torrente. Da qui bisogna proseguire con una lunga diagonale dove la traccia di tanto in tanto scompare inghiottita dagli arbusti, sommersa dall’erba alta o travolta da qualche franamento. Vedo un segno che mi conferma la direzione.

In mezzo all’erba spunta seminascosto un ometto.
Forse ci siamo.
L’infido canale roccioso attrezzato verso il Monte Torrione.

Anche questa volta mi è andata bene!
Raggiunti i ruderi dell’Alpe Cavrua (1415 m) non resta che infilarsi in bosco e seguire i segni rossi sui tronchi dei faggi fino a raggiungere gli edifici abbandonati di Pogallo di Dentro. E qui, quasi al punto di arrivo, perdo la traccia. In qualche modo scendendo, incontro altri ruderi e seguendo vecchie tracce intercetto il sentiero che conduce a Pogallo (777 m).
Il paese è ancora abitato e mi appare come uno splendido e rassicurante giardino fiorito; alla fontana la sete si placa e la tensione si scioglie. Ora non rimane che seguire l’evidente mulattiera che mi ricondurrà senza difficoltà al punto di partenza. “Anche sta volta è andata bene”, penso mentre scendo, poi piano piano si fa sentire la stanchezza, ma anche un senso di soddisfazione per aver compiuto quello che un tempo, quando ancora non si salivano le grandi cime, dire di aver fatto il Bove era un segno distintivo che poteva essere annoverato solo dai più audaci alpinisti.

Chissà se questo racconto servirà da ispirazione a qualche altro “elefante” che vorrà cimentarsi lungo il filo di questo cammino.


Carta di identità del Sentiero Bove
Dopo ogni grande avventura, stemperata la fatica e le preoccupazioni, si tende a fare sembrare tutto facile, perciò è meglio usare le parole di altri per definire questo percorso. “Il Sentiero Bove è un itinerario attrezzato lungo 15 km che si svolge sulle creste che fanno da contorno alla Valle Pogallo. È una lunga cavalcata sui duemila metri, faticosa per i continui saliscendi su terreno accidentato, ma di grande remunerazione escursionistica e ambientale. È ritenuto il più difficile e severo itinerario escursionistico del Verbano e dell’Ossola, è adatto a camminatori allenati ed esperti”.

Difficoltà: il percorso non è una via ferrata e non è indispensabile alcuna attrezzatura, tuttavia si incontrano numerose catene metalliche a rendere più sicuri i tratti più ostici; inoltre pur non presentando passaggi di arrampicata in senso stretto, in alcuni momenti bisogna sapere usare le mani per la progressione tanto in salita quanto in discesa. Segnaletica: lungo tutto il cammino c’è traccia e ci sono segni anche se non sempre evidenti, ma un occhio esperto e attento non dovrebbe avere troppe difficoltà, però per sicurezza ed evitare di sprecare tempo e energie (fino al limite di perdersi, cosa non così improbabile) è meglio sempre sapere dov’è l’ultimo segno e individuare il successivo. Meteo: giustamente tutte le guide consigliano di fare il percorso esclusivamente con condizioni meteo favorevoli, da evitare assolutamente se sono previste precipitazioni o temporali. Telefono: lungo tutto il percorso di cresta il segnale telefonico è buono, mentre è quasi assente man mano che ci si abbassa verso il fondovalle. Acqua: l’acqua è assente lungo il percorso ed è possibile fare rifornimento solo in alcuni punti in vicinanza dei bivacchi (chiedere informazioni per sicurezza). Bivacchi: i bivacchi sono generalmente spartani (tavolato senza materassi o coperte) e bisogna avere in zaino materassino e saccopelo.

Bibliografia e cartografia
Parco Nazionale Val Grande: sentieri, storia e natura – Paolo Crosa Lenz, Giulio Frangioni; Edizioni Grossi

Escursioni in Val Grande parco nazionale – Bernhard Thelesklaf, Teresio Valsesia; Alberti Librario Editore
Val Grande ultimo paradiso, 6° edizione – Teresio Valsesia; Alberti Libraio Editore
Meridiani Montagne n°85 – Val Grande
Carte escursionistica 1:30.000 – Ente Parco Nazionale Val Grande
Carta escursionistica 1:25.000, n°14 Val Grande – Geo4Map
Carta escursionistica 1:25.000, n°15 Alto Verbano – Geo4Map

Andrea Perini

Andrea Perini

Sono nato a Venezia, lavoro come fisioterapista a Mestre, semplicemente appassionato di montagna. Da piccolo ho frequentato la montagna trascorrendo i mesi di vacanza estivi coi nonni nella casa di Col di Rocca Pietore (BL), percorrendo facili passeggiate ai rifugi della zona coi genitori e poi sperimentando l’escursionismo solitario che poco a poco mi ha portato a percorrere le Alte Vie delle Dolomiti. Da qui ho cominciato una esplorazione sistematica soprattutto delle Dolomiti, spingendomi poi anche in altre regioni per affrontare trekking più impegnativi. Appassionato di foto, pratico discretamente l’arrampicata sportiva e frequento la montagna in ogni stagione d’estate con gli scarponi e d’inverno con gli sci.


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