La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ad esempio immagina che un Ente Locale, mica uno piccolo, una Regione, mica una piccola, ad esempio, organizzi un Archivio, spinta da ricercatori ed etnomusicisti visionari per il loro tempo, per raccogliere tradizioni antiche, musiche popolari (del popolo), carnevali alpini, prassi ed azioni che altrimenti andrebbero, come chi le faceva, a scomparire.

Questo Archivio si evolve grazie anche all’impegno di chi dentro ci lavora, persone che fanno della cultura il loro mestiere e la loro passione, cambiano le bandiere che sventolano sul Palazzo ma loro, quelli dell’Archvio sanno adattarsi. Anche l’Archivio lo fa e, per quanto già grande e importante per la memoria del Domani, si aggiunge un nuovo capitolo diventando un Registro di Eredità Immateriali. Persino l’Unesco se ne accorge che, assieme ai monumenti, si deve conservare anche il patrimonio legato all’oralità, ai riti, ai saperi “di una volta”. E così si parte. Bandi, associazioni, agenzie, progetti, finanziamenti si agganciano uno all’altro. E vengono a galla belle realtà, tradizioni, saperi manuali, competenze orali, musica ad orecchio, arti che stavano per essere dimenticate.

Qualche sera fa, nella sala gremita di una piccola biblioteca a mezza Valle si parla di campane, quelle che stanno nei campanili, che ci accompagnano da secoli in tante fasi della vita, non solo religiosa, di ognuno, musicisti che cercano, a fatica ma con perizia, di conservare i suoni e trasmettere le abilità (non è facile suonare otto, dieci campane tutt’e assieme e tirarci fuori una melodia). C’è persino una scuola per giovani campanari che sta diventando robusta e raccoglie facce di ragazzi e ragazze con l’apparecchio in bocca e l’entusiasmo negli occhi. Scorrono sullo schermo anche le storie dei vecchi campanari, non assomigliano per nulla a Quasimodo, che da lassù ne hanno ben viste di cose. Appare, tra questi visi segnati dal tempo, un prete rubicondo, colletto inamidato, mani grassocce e sorriso clericale. Parla di come le campane rappresentino la nostra tradizione, la nostra identità. Sta arrivando, lo sento, sta arrivando la nota stonata, la campana con la crepa.

«Occorre che le campane continuino a suonare perché altrimenti, in cima al campanile presto arriveranno a urlare i muezzin». E scoppia un applauso allegro e condiviso in mezzo al pubblico.

La tradizione, l’identità diventano occasioni per ricordare il passato, per costruire il presente, per guardare il futuro. Un futuro incerto ma che sarà buio se innalzeremo muri difesi dalla “nostra” tradizione e dalla “nostra” identità. Se so chi sono posso conoscere anche chi è altro da me, chi è diverso da me ha pari tradizioni e definita identità.

Quando Leydi girava per le campagne, tra i casali, registrando canti e musiche non lo faceva per costruire muri e scavare fossi. Credeva che l’identità culturale di chiunque potesse essere un tesoro con cui arricchire tutti. Non certo per definire “cagna” chi non apprezza il suono delle campane in una bella mattinata di sole.

Davide Torri autore del post

Davide Torri | Insegnante di educazione fisica ha trasformato la sua passione per la montagna e per la gente che sopra vi vive in qualcosa di più concreto, Con l'Associazione Gente di Montagna, di cui è il generoso motore da molti anni, ha prodotto ricerche, organizzato convegni, realizzato documentari, progettato spettacoli teatrali, pubblicato libri, ideato filmfestival collaborando con Enti Locali, Agenzie Educative, Università e molte altre Associazioni seguendo il motto di Alex Langer, il principale ispiratore nelle azioni dell'Associazione e di Davide Torri stesso, "costruire ponti". In questo caso tra una valle alpina e l'altra. In Italia e all'estero.

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