Racconto

Sulle tracce del pastore Celio

Ai piedi delle Marmarole nasce un sentiero dedicato ai pastori e ai malgari. Uno di loro fu Celio Da Deppo Bianchi, pastore per vocazione o per bisogno.

testo di Gianfranco Valagussa

Celio Da Deppo Bianchi, a Deppo negli anni '50
15/03/2020
5 min
Ho conosciuto la storia di Celio nella tarda estate del 2019. Quel mattino, Pol, Nani, Riccardo ed io, salivamo dal Rifugio Bajòn verso forcella Bajòn con l’intenzione di individuare un itinerario storico da tempo dimenticato.

Dal valico che separa le ridotte rocce del Peronat dalle svettanti cime del Ciastelin, saliamo per facili rocce verso il confine tra la terra e il cielo seguendo un canale superficiale e sassoso. Al termine del condotto ci accoglie un pascolo alpino limitato a meridione da una parete verticale. Saliamo verso l’alto in una zona più sicura, seguendo alcune strisce sassose che ci indirizzano verso il termine della costa erbosa.
Saliamo con calma fino a quando appare l’orizzonte sopra la Val d’Ansiei. La vista sulle cime principali delle Marmarole centrali è rivelatrice. Lontano, ma neanche tanto, in direzione nord, i profili delle Dolomiti di Sesto marcano la differenza rispetto alle nostre meno celebri Dolomiti. I candidi scogli delle Marmarole sembrano periferia dimenticata.

Celio Da Deppo Bianchi, nato a Deppo nel 1889
Sul pascolo esposto sul mondo, Pol mi racconta di un pastore che aveva passato la vita su questi magri pascoli, una ricchezza da conquistare giorno per giorno, erba dopo erba. Il suo nome era Celio e per riconoscerlo dalle altre famiglie Da Deppo, gli era stato aggiunto al cognome Bianchi.
Celio Da Deppo Bianchi era nato nel 1889 a Deppo e per tutta la vita era vissuto tra quelle quattro case sulla montagna alle spalle di Domegge.

Nato dopo l’Unità d’Italia aveva sorriso quando i giornali riportarono dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, e a sua moglie Sofia. La semplicità e la solitudine della vita tra i monti aiutano in questi casi. Sorrise, non per scherno ma perché da tempo aveva visto i soldati costruire strade da Lozzo ai colli del Pian dei Buoi, da Piniè al Tudaio. Nessuno lo avrebbe mai convinto che la guerra in arrivo fosse nata da due colpi di pistola.

Non fu chiamato in prima linea e neanche nelle retrovie, la guerra non si interessò a lui e poté continuare a sorvegliare capre e vacche. Non fu una disattenzione o un favore che gli fece il Regio Esercito, ma venne dispensato perché si era rovinato la schiena cadendo dal ramo più alto di un melo e da allora camminava a fatica. Come tutti i ragazzini anche Celio era stato un bambino vivace con tanta voglia di correre e giocare e, a quei tempi, nessuno aveva dato importanza al dolore che accusava alla schiena, a volte così forte da farlo piangere. All’ospedale andava chi stava molto male e i suoi genitori pensarono che prima o poi quel dolore gli sarebbe passato.
La sfortuna che lo condannò ad essere “inidoneo per il Re e anche per la Regina”, fu la sua salvezza da una probabile morte in guerra (con sepoltura in una trincea tra i topi) ma, essendo scapolo, lo vincolò all’obbedienza ed alla disciplina della sorella.

Festa dei Donatori di Sangue, anni '60, Celio sulla sx.
Celio con il nonno nel 1906
Uscita mattutina del bestiame da Casera Bajon (racc. G.B.Da Vinchie)

Con l’asino Storace verso casera Bajòn
Trascorreva l’inverno in attesa di andarsene sui monti, libero e padrone di sé. Partiva da Deppo alla volta di Bajòn con l’asino Storace, ma ben presto era costretto a rallentare il passo per via di quel camminare incerto e a lasciare la guida al quadrupede. Alla casera Bajòn, quando vedevano arrivare l’asino Storace era ora di mettere l’acqua sul fuoco per fare la polenta e quando la polenta era sul tagliere al centro della tavola, allora compariva Celio puntuale come sempre.

Stare con il bestiame al pascolo e respirare l’aria fresca del mattino lo ripagava dalle carenze della vita e da un amore mai avuto. Era sconsolante vivere da soli; non ebbe la fortuna di sposarsi come invece fece la ragazza di Lozzo, quella che vedeva passare col falcetto a raccogliere le erbe di nessuno, lungo il crinale del Tac Piciol. Raccoglieva l’erba, l’ammucchiava dentro un telo di canapa e dopo averlo chiuso lo lasciava scivolare sul pendio. La ciamorzina era chiamata, per via della sua destrezza e velocità nel salire e scendere le crode, proprio come un camoscio.

Dopo tanti anni, simili ma mai uguali, Celio capì che la fine si stava avvicinando, non tanto perché i dolori alla schiena aumentavano, quanto per la fatica nel camminare ed anche i lavori che doveva compiere con le mani gli comportavano uno sforzo crescente che richiedeva un successivo riposo sempre più lungo. Il pastore allora pensò alle lunghe giornate che aveva trascorso sui pascoli assorto nei suoi pensieri, alle persone incontrate, a quella Santa Messa disertata, alle poche volte in cui lo prese l’ira, alle feste dei donatori di sangue, alle due guerre di cui aveva sentito solo i racconti. All’improvviso ebbe la consapevolezza che tutto sarebbe andato perduto, come se non fosse mai vissuto, come se le emozioni provate di fronte ad un’alba o ad un infuocato tramonto, o al parto di una vacca, non fossero mai esistite. Eppure lui aveva visto tanta bellezza, era stato testimone.

Indurito nell’anima alla pari dei calli che aveva sulle mani, ora che era vecchio non provava affetto per gli animali che aveva portato al pascolo per una vita: in fondo non erano suoi, lui era solo il loro custode. Si sentiva un estraneo forzato e anche con i cani non provava un vero affetto, anche loro dovevano lavorare, proprio come lui: colleghi del medesimo destino.

Il Rifugio Casera Bajon nei primi anni '70.

Rivedere la casera Bajòn fu il suo ultimo pensiero
Siamo seduti su un masso del Tac Grand, cima semplice come lo sono state le vite di chi vi ha sostato qui guardando lontano, consapevoli dell’esistenza di un altro mondo, così come oggi noi uomini e donne guardiamo al futuro. Due guerre, il primo aeroplano, il telefono, la radio e la televisione, il primo uomo sulla luna, gli sopravvivranno nella memoria collettiva, scartando con il suo ricordo anche quel sistema antico di produzione economica a chilometro zero per necessità.
Scendiamo senza parlare, pensiamo a Celio, ai cani sepolti tra quei pascoli “perché i sta meo la”. Forse anche lui avrebbe preferito fermarsi lassù, invece di venir sepolto in valle. Ora controlla la via che passa per i fienili Simonz e conduce a quell’isola che sta lassù tra le nuvole: la casera Bajòn. Anche Celio se n’è andato con il suo sapere, con le sue leggi mai scritte, testimone di un tempo spazzato via, non dai cambiamenti climatici e neanche dalle guerre ma solo dalla mancanza di racconti, di una memoria perduta tra le erbe di Bajòn.

La notizia che la sua dimora da pastore, la casera di Bajòn, sarebbe diventata un rifugio alpino, gli giunse alla fine della sua vita e il desiderio di rivederla fu il suo ultimo pensiero. Un desiderio semplice come la vita di un pastore, ma impossibile da soddisfare perché la morte fu più svelta. Fece in tempo solo ad indicare dov’era la sorgente per portare l’acqua al futuro rifugio e che lo alimenta tutt’ora.

A luglio nascerà il Sentiero del pastore
La Sezione del CAI di Domegge di Cadore il 17 luglio 2020 inaugurerà il Sentiero del pastore, con una festa al Rifugio Bajòn, dov’era la vecchia casera. Il sentiero è dedicato a chi ha lavorato per centinaia di anni sotto le crode delle Marmarole, ai loro fantasmi che si aggirano sui pascoli alti e nelle vecchie stalle, ai ricordi ormai persi e ai saperi dimenticati. Uno di loro fu Celio Da Deppo Bianchi, pastore per vocazione o per bisogno, uomo libero che si offrì di proteggere un paesano che aveva il suo stesso nome ed era ricercato dagli occupanti tedeschi durante la seconda guerra mondiale (i militari dopo aver controllato il documento di riconoscimento lo lasciarono al suo posto, quel pastore zoppo non poteva essere il fuggiasco a cui davano la caccia).
Con questa povera storia e sconosciuta ai più, Celio ci ha lasciato cinquanta anni fa, il 28 dicembre 1970.

Il Sottogruppo del Ciastelin da Sud-Ovest.
Dalla Guida Monte d'Italia, il tracciato del Sentiero del pastore.
Gianfranco Valagussa

Gianfranco Valagussa

Sono nato a Milano nel 1953, muore Stalin e Buhl effettua la prima salita del Nanga Parbat. Andrò in montagna con l'oratorio nel '69, al Passo Gavia tra le due province di Brescia e Sondrio. E' il tempo delle ribellioni, delle speranze, dei sogni. Poi è stata una gran corsa con una infinità di amici, alcuni mancheranno per sempre, altri per intervalli più o meno lunghi. Per una decina di anni ho partecipato con altri al gruppo dei Danger, con Luca Visentini, Asola, il Meteo, lo Spaccasedie, Jo Keller, Shmel, Fulmine, Claudio e Zucchero, Angie, Bruno. Oggi, un nuovo impegno più tranquillo ed istituzionale, presidente del CAI Domegge, dove vivo. Impegno: promuovere le altre Dolomiti, quelle ignorate, quelle senza padrone, quelle dove tutti siamo ospiti.


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