Arbatü #1 (*)  — Scrivere “qualcosa di montagna”, pubblicare un libro che racconti di montanari, di boschi, di inverni freddi e estati faticose, di lavoro, di animali e di bestie sembra essere diventato un trend di felice andamento. Le librerie sono piene, va be’ non così piene vista la difficoltà di alcuni Premi Letterari (di Letteratura di Montagna e non) nel setacciare scaffali alla ricerca di titoli non così “embedded” all’imperturbabile presente, ma ci sono diversi libri che profumano di montagna.
Come sempre accade la luce che illumina qualcosa mette in ombra quello che sta attorno, quello che non rientra nei netti contorni che chi manovra lo spot. Ecco, laggiù, meglio lassù, nell’ombra se ci si sforza a non essere miopi appare, un poco alla volta, qualcosa. Sono Libri di Montagna. Provo a metterli in fila qualcuno, con le loro copertine lucide, e raccontarne. Io per me stesso medesimo o per – almeno – 25 lettori.

(*) gli arbatü sono i chiodi ribattuti e ritorti – in dialetto piemontese – con cui si orlavano le suole degli scarponi di montagna.

Ubriachi di miele

“Qualche anno fa ero in macchina con mia madre, poco tempo dopo che Davide era morto. Mia madre guidava, io avevo la febbre. Siamo passati nel bosco appena sopra casa di Davide, e ci ha attraversato la strada una lince. Due secondi ed era già sparita. Subito dopo, mi è sembrato che in macchina ci fosse una terza persona, con noi, seduta dietro. È rimasta lì finché non siamo arrivati a casa. Da un po’ di anni sto scrivendo intorno a quello”. Così in una intervista del 2014 [i] lo scrittore Sandro Campani e, qualche mese fa, Einaudi ha pubblicato “Il giro del miele” che sembra, ingiustamente, non ricevere attenzione dai media (impegnati a incoronare altri scrittori) nella promozione del romanzo. Eppure il libro di Sandro Campani è molto bello ed è un libro di montagna. Dentro ci sono personaggi verosimili, gente che chiunque di noi può identificare in un parente, un amico o in qualcuno che abbiamo certo incrociato camminando tra le strette vie dei paesi montani. Dentro ci sono i sentimenti degli uomini che si nutrono dei rumori del bosco e degli odori della terra. Questo libro mi piace perché ha il punto di vista di chi vive in montagna, di chi non “vuole stare in mezzo al gioco del villico diventando un souvenir turistico della settimana bianca in Appennino.”

Il giro del miele si svolge in una sola notte e in un fazzoletto di terra (quella che potrebbe anche stare attorno alla Val Dragone: l’ultima valle del modenese a Ovest, poi c’è il Dolo e diventa provincia di Reggio, che è la terra che ha visto crescere l’autore). Niente grandi montagne ma solo le misconosciute altezze dell’Appennino toscoemiliano con i suoi nomi antichi e le sue valli impassibili: paesi come Sant’Anna, Pianezzo, Querceti, Pignone, Valestra, Pontone, legati tra loro da stradine buone per chi, con una Panda, va in cerca di funghi. Lì la Montagna è la Pietra di Bismantova [ii]. La storia di Campani sarebbe piaciuta a Mario Rigoni Stern (anche se l’autore si dichiara figlio degli americani e dei russi, passando dalle Langhe); raccontando dei suoi montanari, forse, anche Mario avrebbe scritto “Černobyl c’era già stata, sarà stato l’Ottantotto” e avrebbe amato un passo come “«Dai vieni, che le api non ti fanno niente. Sono ubriache di miele». Si avvicinavano e il ronzio le avvolgeva, con l’abbaiare incessante del cane, e quei rumori attorno a loro si trasformavano in una qualità ipnotica dell’aria, una caratteristica termica, come se quelle giornate primaverili fossero calde anche grazie ai rumori“.

Davide è il protagonista, “grandone, alto come è sempre stato, tanto che cammina preparato a chinarsi per passare dalle porte (…) innamorato della Silvia fin da quando erano piccoli”, perso dal padre Iuliano, che cresce con la sorella Giuliana e con Giampietro, lo stesso con cui dividerà la lunga notte e che fa da voce narrante nel romanzo. Davide si spreca cercando di avere e, poi, riavere Silvia “che arrivava e restava sulla bici, appoggiando i piedi senza scendere, accaldata, con i capelli legati in un codino che li acciuffava appena, perché non erano lunghi” e in questo suo muoversi a vuoto non è salvifico nè il luogo nè il lavoro nè soprattutto le cose. Luoghi e lavori descritti splendidamente e con parole pertinenti e cose che, per possederle, ci portano alla perdizione: una levigatrice, delle arnie, un coltello.

I personaggi sono perfettamente disegnati davanti agli occhi di chi legge: Davide, Silvia, Iuliano, Gabriella, Gianpietro, Ida, Giuliana, Ermanno, Valentina, Lucio, Adele, Alessia, il Rumpilli e tutti gli altri, sono visibili e riconoscibili e le loro azioni sono azioni che potrebbero essere le nostre. E poi c’è la Lince che attraversa il romanzo come una presenza magica, a volte benevola ma più spesso di cattivo auspicio. Invisibile ma presente come un totem in un primitivo villaggio fin dalle prime pagine. Un animale che viene dai sogni ma che si accompagna agli incubi, uno sfregio che appare  mutevole sulla pelle dei protagonisti. Una bestia che non concede nessuna confidenza e che, fuori dalla casa di Gianfranco, aspetterà la fine della notte. La sua presenza, e forse anche quella delle Api, sono un monito a qualsiasi (inutile?) tentativo di opporsi all’accadere delle cose. A Sandro bastano poche righe per raccontare il declino di una valle: “fra il 2006 e il 2008 Codeluppi ha cambiato il nome in Codeluppi Casa Più poi Outlet del Mobile, e infine ha chiuso” [iii] e con essa quella dei protagonisti.

Sandro Campani ha poi una caratteristica che lo avvicina al Sergentmagiù: Il giro del miele non è un romanzo orfano ma si lega in modo sorprendente quanto perfetto ai romanzi e ai racconti brevi scritti prima. Lo scrittore aggiunge luoghi, passa da un crinale all’altro, solleva tende, illumina o nasconde personaggi che passano da comprimari a protagonisti e viceversa: il Corrado della Torre, qua appena nominato, e lo sballone Mario con il suo Ape sono nell’altro romanzo di Campani [iv] e alla festa del matrimonio “al Torrente, suonavano due dell’orchestra Morini: il chitarrista, che arrotondava andando in giro da solo con le basi quando no era stagione, e la cantante” la bionda del racconto I Baracconi di Carpineti [v].

Una storia che scava in modo originale nei campi dell’amore usando una lingua altrettanto puntuale che ruba dal dialetto ma che non  appare posticcia, eppure non c’è morte in questo romanzo stregato proprio perché i protagonisti restano vivi, prima di ogni altra cosa, a sè stessi e al male che l’amore  può infliggere loro: Davide e Gianpietro ne ricevono in maniera diversa e opposta ma entrambi non riescono a far fronte a quanto li investe. E’ forse questo il senso del cambio di tono del finale dove quello che è già successo diventa improbabile e forse impossibile e ci si avvia incontro alla Lince perchè in ogni racconto si può arrivare “fin qui e non oltre”.

Davide Torri autore del post

Davide Torri | Insegnante di educazione fisica ha trasformato la sua passione per la montagna e per la gente che sopra vi vive in qualcosa di più concreto, Con l'Associazione Gente di Montagna, di cui è il generoso motore da molti anni, ha prodotto ricerche, organizzato convegni, realizzato documentari, progettato spettacoli teatrali, pubblicato libri, ideato filmfestival collaborando con Enti Locali, Agenzie Educative, Università e molte altre Associazioni seguendo il motto di Alex Langer, il principale ispiratore nelle azioni dell'Associazione e di Davide Torri stesso, "costruire ponti". In questo caso tra una valle alpina e l'altra. In Italia e all'estero.

Il post non ha ancora nessun commento. Scrivi tu per primo.

HAVE SOMETHING TO SAY?