Gabriele Villa (2014), con abbigliamento anni “70

ACCIDENTI, AL CENTOCINQUANTESIMO!
Quante volte l”avrò detto o pensato, tra me e me, nel corso del 2013?
Parecchie, a dire il vero, e spesso anche con aggettivi assai più “coloriti”.
Era uno sfogo per protestare contro i tanti impegni piovutimi addosso in seguito alle iniziative approvate dalla sezione del CAI di Ferrara per contribuire a festeggiare la ricorrenza della fondazione del Club Alpino Italiano, il centocinquantesimo per l”appunto.
Così mi ero trovato invischiato in alcune iniziative, prima fra tutte, la preparazione di un filmato storico di una quindicina di minuti da proiettare in serata pubblica, poi una mostra presso la Biblioteca comunale e, infine, un”altra manifestazione, il tutto tra marzo e maggio.
In programma c’era anche una mostra ad ottobre che proponesse l”esposizione di materiali storici e attrezzature per illustrare l”evoluzione degli strumenti tipici usati dagli alpinisti nelle varie epoche.
Gli inizi furono difficili e gli sparuti collaboratori cominciarono a lavorare ognuno per conto proprio, rimandando ad una riunione estiva una prima verifica del materiale raccolto. In riguardo all’evoluzione dei materiali da arrampicata mi resi conto che avevo parecchie cose da mettere a disposizione, anche perché vari attrezzi e accessori li avevo conservati; si trattava solo di farli riemergere dai fondi dell”armadio, o da qualche ripostiglio della casa.

CURIOSANDO A RITROSO, FINO AD ARRIVARE AGLI ANNI ‘70
Iniziai la mia ricerca e per primi sbucarono i vecchi scarponi di pelle nera, comprati nel 1971 ad Agordo alla vigilia di un”escursione in Val Civetta presso un negozio che ora non esiste nemmeno più. Dal fondo dell’armadio rivide la luce l”imbragatura Cassin, originale solo nel cinturone, perché cosciali e bretelle si erano consunti dopo anni di attività e tante corde doppie alla Piaz prima e poi alla Comici; erano stati sostituiti con fettucce da tapparella, rosse come il cinturone. Emerse anche uno spezzone di dieci metri, rimanenza gloriosa della mia prima corda da arrampicata da 11 millimetri di diametro, dopo avere trattenuto un volo di venti metri di un occasionale compagno di arrampicata, sfregando contro uno spuntone di roccia in cui si era fortunosamente impigliata, consentendo così di salvargli la vita e, probabilmente, anche il mio futuro di alpinista. Non ci fu verso, invece, di trovare il mio primo casco, un Boeri del 1974, di colore rosso, la cui caratteristica principale era la pesantezza.
Però mi sovvenne di una borsa di materiale fattami avere da uno dei miei primissimi compagni di cordata che, superata la soglia dei settant’anni, colpito da malattia, pensò che a quel materiale sarei forse riuscito a dare una qualche utilità. Dentro c’era un casco Cassin, di colore bianco nastrato di giallo, una mazzetta da alpinista con manico di legno, e vari moschettoni e cordini sicuramente databili primi anni “70. Completai la dotazione con due cunei di legno, oltre a vecchi chiodi da roccia. Impossibile, invece, trovare l’abbigliamento “originale”, così rimediai con i pantaloni rossi di una tuta da ginnastica anni “80 e una camiciona di flanella di anni più recenti, ma assai simile nello stile alle mie prime camicie da arrampicata.

ALLE SOGLIE DEGLI ANNI ’80 ERA COMINCIATA LA “RIVOLUZIONE”
Inevitabile ritornassero alla mente i ricordi legati a quei vestiti e alle attrezzature, con la differenza che, a distanza di tempo, ci si rende conto che non solo gli abiti e le attrezzature erano mutate, ma soprattutto la mentalità stessa dell’alpinismo e dell’arrampicata.

Abbigliamento anni “70, da sx: Stefano Battaglia, foto di G. Villa; Franco Perlotto sulle pareti dello Yorkshire, foto di Riccardo Cassin dal libro “Dal feeclimbing all”avventura” Ed. Dall”Oglio 1985; Emilio Levati sul diedro Nino Marchi a Bismantova 1981, foto di G. Villa.

Nelle mie ricerche storiche, avevo trovato un articolo illuminante al riguardo, perché riferito al luogo che frequentavo più spesso, cioè Rocca Pendice ai Colli Euganei, quella che allora era una delle “palestre” di arrampicata di riferimento per l’alpinismo veneto e, in buona parte, anche per quello emiliano-romagnolo.
Lorenzo Trento, alpinista e fotografo padovano, nell’emblematico “L’età di mezzo di Rocca Pendice” con fotografie degli anni ’70 e un testo didascalico raccontava proprio gli anni in cui “…il periodo di più di un decennio che si colloca più o meno tra le ultime significative realizzazioni in artificiale del 1968-70 e l’apertura della Checco e Granchio nel 1981, fu in effetti un momento di calma apparente più che una stasi per il mondo dell’arrampicata a Rocca Pendice… che portò… alla rinascita che si avrà col rivoluzionario avvento dell’arrampicata sportiva, di spit, scarpette e casino online magnesio, negli anni ’80.”
L’anello di congiunzione tra quella “rivoluzione” e la mia esperienza personale lo trovai là dove Marco Simionato (uno degli arrampicatori padovani allora all’avanguardia) raccontava: “Poi per caso incontro Franco Perlotto, che come me ogni tanto va in Pendice infrasettimana con la corriera, solo. Reduce da Yosemite mi folgora con i tranquilli racconti di salite che per me sconfinano nella mitologia ma soprattutto con il foot hook sullo strapiombino alle Numerate. Slegato. Chiaro che gli vado subito dietro. Si apriva un  mondo intero di nuove possibilità e movimenti prima mai neanche immaginati…”.
Il foot hook, ovvero “uncino di piede”, sullo strapiombino alle Numerate, lo avevamo visto fare, probabilmente proprio a Simionato, e lo avevamo provato e ci era pure riuscito bene, nonostante gli scarponi con la suola Vibram e le braghe alla zuava, ma cosa fosse e da dove traesse origine… chi se lo poteva immaginare? Così, per istintiva emulazione, io e il mio compagno di cordata di allora, avevamo applicato una tecnica moderna di arrampicata  proveniente addirittura da Yosemite, senza neanche sapere dove e cosa fosse, noi stessi comparse marginali di quel cambiamento in corso di cui non avevamo la ben che minima consapevolezza.
Talmente inconsapevoli che quando ci presentammo per la prima volta alla Pietra di Bismantova, nell’ottobre del 1979, eravamo vestiti come se fossimo sbarcati lì direttamente dal Passo Pordoi: salimmo la facile Pincelli–Brianti (3° grado), con gli scarponi, però facendo una variante d’attacco di A1, ovviamente con le staffe.
Nelle nostre frequentazioni dell’anno successivo ci capitò di conoscere un tipo particolare, si chiamava Emilio Levati, ragazzo brillante ed estroverso, capelli lunghi alla paggetto, vestito sempre molto casual, con una tecnica d’arrampicata da fare invidia. Lui vestiva “moderno”, con abbigliamento da climber e, naturalmente, aveva le scarpette, al mio contrario che avevo scarponcini scamosciati e vestivo da alpinista classico anche in “palestra”. Chissà se fu per quello che nacque un’istintiva simpatia, al punto che arrivò l’occasione di un’arrampicata insieme.
L’anno era il 1981 e lui mi propose la via Nino Marchi. Lo vidi arrampicare nel grande diedro, in ampia spaccata e, più sopra, lo vidi salire in A0 usando due moschettoni uno nell’altro agganciati al chiodo, appigliandovisi con le mani come fossero due maniglie e salendo quasi con un balzo, aprendo successivamente le gambe in spaccata per riequilibrarsi e riposizionare i moschettoni al chiodo successivo: una cosa che non avevo mai vista.
Inutile dire che salii classicamente con le mie staffe e i miei Colorado ai piedi.
Ci facemmo scattare una foto dopo la scalata e quando la guardavo mi divertiva per quel palese contrasto nell’abbigliamento, ma in seguito cominciò ad insinuarsi l’idea che, dal mio punto di osservazione di arrampicatore di pianura, era evidente il ritardo nei confronti di quella “rivoluzione” della quale non ci eravamo ancora accorti. A distanza di più di trent’anni tutto ciò, ovviamente, appare più chiaro. Forse anche per quello, di fronte alle mie vecchie cose da arrampicata pronte per la mostra storica, si affacciò una domanda, prima blandamente, poi con una curiosità sempre più insistente: cosa succederebbe se, oggi, andassi ad arrampicare con questo vestiario e queste attrezzature anni ‘70?

SI VA AD ARRAMPICARE… NEGLI ANNI ’70
C’era solo un modo per rispondere a quella domanda… andare a provare sulle Dolomiti.
A fine agosto si realizzarono le condizioni per formare la cordata da tre che mi serviva, con uno che facesse sicurezza a me e un altro, lesto con la macchina fotografica, a documentare la scalata.

Gabriele Villa (2014), con abbigliamento anni “70

Scelsi una via facile, ma varia, sul Trapezio del Piccolo Lagazuoi e mi imposi la rigorosa dotazione anni ’70: scarponi di pelle, imbragatura e casco Cassin, fettucce e cordini a tracolla, mazzetta con manico di legno, una scelta di vecchi chiodi e due cunei, qualche dado metallico; unica concessione due friends che, a essere sinceri, stonavano decisamente con il resto. Era nata come uno scherzo a me stesso quella scalata, ma si rivelò spunto per varie riflessioni, la prima delle quali fu la constatazione di quanto poco materiale si potesse attaccare all’imbragatura con quei quattro anellini di ferro striminziti. Del resto allora non c’erano rinvii rapidi e si portavano i cordini a tracolla. Molta parte della sicurezza stava, in quegli anni, dentro la testa dell’alpinista piuttosto che attaccata alla sua cintura di arrampicata.
La seconda riflessione venne dall’impaccio trasmesso dall’imbragatura (però anche per colpa di cinque o sei chili in più del capocordata) e dal “volume” rigido degli scarponi, tanto che adottare la tecnica di schiena-piedi fu molto spontaneo e naturale, piuttosto che voluto.
Alla prima sosta non mi ero fatto mancare nemmeno il recupero contemporaneo dei secondi di cordata con i due nodi mezzo barcaiolo e il classico moschettone trapezioidale interposto tra le due ghiere per evitare attriti tra le corde, riscoprendo manualità evidentemente mai dimenticate.
Più sopra avevo predisposto una sosta utilizzando la corda di cordata avvolta attorno ad un grosso spuntone e, prima della cengia di uscita, avevo pure riprovato l’emozione di infiggere un vecchio chiodo, anche se senza troppa convinzione. Centocinquanta metri di arrampicata erano stati più che sufficienti per rinfrescare i ricordi degli anni ’70, con la piacevole sensazione di avere non solo appagato una curiosità, ma di avere raccolto sensazioni “reali” che, più di tante parole e considerazioni teoriche, mi avevano fatto ritornare allo spirito di quegli anni. I cambiamenti, impercettibili nella quotidianità della vita vissuta, erano diventati concreti con quell’arrampicata e le sue implicazioni tecnico-psicologiche.
Rimaneva un’ultima sorpresa nella piacevolezza di scendere a balzi lungo il ghiaione di discesa, cosa che con le moderne scarpette di avvicinamento è meglio non provare. Durante la “svestizione” ero contento dell’esperienza fatta e, al contempo, sorridevo soddisfatto al pensiero che, il giorno seguente, si sarebbe andati di nuovo ad arrampicare, questa volta con le scarpette da arrampicata e in rigoroso “costume” degli anni 2000.

Gabriele Villa autore del post

Gabriele Villa | Appassionato di montagna da sempre, è istruttore regionale di alpinismo (IA) dal 1984, ancora in attività, è stato per diciotto anni vicepresidente della sezione CAI di Ferrara e attualmente ne è il Segretario. Blogger del sito intraisass dal 2005, è redattore del sito intraigiarùn che cura assieme ad alcuni amici.

4 commento/i dai lettori

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  1. Gianluca il12 settembre 2014

    Mi ha fatto piacere rivivere gli anni del corso di roccia. Mi vengono ancora a mente oltre a te i nomi di Spillo, Stefano e Carlo Alberto. Spero siano ancora attivi ed in forma come te.

  2. rocco amato il10 settembre 2014

    Mi hai fatto ricordare di quel giorno in Grignetta, vestito ancora piu classico (zuava in tweed con toppe in fustagno…), di come mi sentii vecchio, nonostante fossi giovane, di fronte alle prime EB viste.

    • Gabriele Villa
      Gabriele Villa il10 settembre 2014

      Al contrario di te, io non mi sentivo vecchio, ma quasi consolidato nella mia parte di alpinista classico. Vero è che frequentavo poco le falesie ma, ugualmente, oggi mi rendo conto che era, più che altro, una forma di rigidità mentale.

  3. Fabrizio Ardizzoni
    Fabrizio Ardizzoni il8 settembre 2014

    Grande!!. Erano gli anni del nostro corso di roccia con il mitico Gino Soldà. Per la cronaca, io non arrampico, però la Cassin e il caschetto , benchè obsoleti, li uso ancora in ferrata.Ciao

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