Recensione

VALZER PER UN AMICO

Valzer per un amico, l'ultimo libro di Erminio Ferrari (Tararà Edizioni), racconta di una montagna che è vita, ma sempre difficile da comprendere fino in fondo.

testo di Alberto Paleari

nella foto l'autore Erminio Ferrari
24/07/2020
6 min
Con la macchina di Erminio per andare in montagna abbiamo fatto migliaia di chilometri senza mai accendere la radio: di notizie e frottole lui ne sente già abbastanza per lavoro, infatti per vivere fa il giornalista.

Invece ascolta sempre CD di musica classica, non Bach, Mozart, Beethoven, Brahms, troppo scontati, ma Shostakovich, Mahler, Bruckner, Ligeti: roba pesante insomma, a volte però sente anche musica leggera o jazz: Tom Waits, Leonard Cohen, John Coltrane e ha un debole per Fiorella Mannoia. Fin da bambino ha suonato il flicorno e dai tempi di uno dei suoi primi libri, Porporì (che è un modo dialettale di dire pot-pourri) alcuni dei suoi racconti sono dedicati alla banda di Cannobio. C’è una foto in Porporì, di quella banda, con lui al centro che avrà dieci anni, in divisa e il cappello da capostazione, imbraccia la cornetta e tra le orecchie ha un sorriso talmente largo di felicità che solo un bambino può averlo.

Ancora oggi l’Erminio non è certo una persona triste, ma nei suoi racconti c’è una specie di nostalgia della vita, come se li avesse scritti in paradiso e ce li abbia mandati giù per dirci: “qui in paradiso non è che si stia male, ma la vita è un’altra cosa”.
“Valzer per un amico” è l’ultimo racconto del suo ultimo libro ed è dedicato a Giorgio, che nella banda suonava il clarino e a camminare in montagna era fortissimo ed era anche compagno di Erminio nel Soccorso Alpino, ma un giorno cominciò a restare indietro.

Solo che allora il Giorgio si era già ammalato. In un modo quasi da non accorgersene, o da scambiare il male per qualcos’altro (benchè spesso sia quel qualcos’altro a essere scambiato per male). Avevamo corso insieme la Maratona della Valle Intrasca e non sapevamo che sarebbe stata la sua ultima. Non lo si sa mai, o si finge di sì, liquidando con una battuta ciò che in fondo è un esorcismo. Restava indietro e mai mi era accaduto né mai mi sarei aspettato.

Una volta Giorgio ebbe l’idea di andare con la banda a suonare in cima all’Allalinhorn, un Quattromila del Vallese. Si sa, nella banda non ci sono violini, viole e contrabbassi, ma, a parte le percussioni, solo strumenti a fiato, e sui Quattromila di fiato ce ne vuole tanto anche solo per respirare:

E in quell’aria leggera le nostre note se le prendeva il tempo che di tutto fa giustizia e tutto cancella. Modeste melodie, come le raccomandazioni di poveri amanti.

La banda di Cannobbio sull'Allalinhorn

Erminio è così, sta raccontando di una coppia di tedeschi che sull’Allalinhorn, trascinati dalla banda, si erano messi a ballare un valzer coi ramponi ai piedi e se ne esce con quella riflessione sul tempo, quello che passa e quello del valzer.
A pensarci bene anche nei due racconti che nel libro hanno nomi di persone, “Cesare” e “Franco”, i protagonisti sono di quelli che restano indietro. In “Cesare” Erminio cambiandone il nome, racconta di un suo amico, una persona in gamba, competente, che ha preso delle capre per vivere in montagna e si è messo a fare formaggio, ma non ce l’ha fatta.

Ho sotterrato l’ultima capra il 5 gennaio, un giorno di vento. Mio padre era morto da due anni e tre giorni. Le raffiche scendevano fino al lago e scuotevano le cime degli alberi con una cadenza irregolare, quasi distrattamente. Non era l’ultima capra del gregge, era stata l’ultima a morire.
Arrivando in stalla quel mattino, non c’ero ancora entrato e già sentivo le bestemmie di Cesare. Imprecava con la voce rotta dal pianto che poteva sembrare di rabbia, ma era di scoramento. Vedendomi arrivare me l’ha soltanto indicata con un movimento della testa, poi ha detto: diocànediocànediocàne, e nient’altro. Piangeva il cuore anche a me, a vedere ‘sta bestia stesa su un fianco, la testa abbandonata e gli occhi vitrei. Era una delle più belle capre, abbondante di latte e madre di novelle che a loro volta erano gran bei capi.
Le altre femmine erano già pronte per la mungitura mattutina, e la stalla era piena dei loro belati. Prima però occorreva provvedere alla carcassa. Abbiamo tolto il collare con il sonaglio, legato le zampe, in modo da poterla portare con una stanga di castagno infilatavi in mezzo.
Ce la siamo caricata sulle spalle e ci siamo avviati. Camminavamo a fatica, un po’ per il peso, un po’ per le oscillazioni del corpo che ci sbilanciavano e ci hanno fatto perdere il passo e finire con i piedi nell’acqua attraversando una valletta dietro la stalla.
Arrivati dove avrei scavato la fossa, l’abbiamo lasciata giù e Cesare, sempre senza dire una parola, ha sfilato la stanga dalle zampe ed è tornato alla stalla. L’ho seguito per procurarmi un badile e un piccone.

Il Cesare con le sue capre

In “Cesare” c’è il racconto della vita del capraio, c’è quello del rapporto difficile di Erminio col padre, col quale si è conciliato poco prima che morisse, e c’è soprattutto la descrizione del fallimento dei sogni di un amico, scritta con una delicatezza che degli scrittori che conosco, non dico personalmente, dico anche di tanti grandi del passato, pochi possiedono.
“Franco” invece è dedicato a uno che nella scala sociale sta sull’ultimo gradino, un vagabondo, per di più solitario, ma “di buon comando”, uno che sa stare al suo posto, che accetta quello che gli capita senza fare storie e quando non ne può più se ne va.

Arrivava da non so dove, ma c’eravamo abituati, Mio padre portava a casa dei tipi che si vedevano intorno per qualche mese, facevano un lavoro poi sparivano. Mangiavano al nostro tavolo; qualcuno divertente, un altro cupo, qualcuno contaballe. Franco venne allo stesso modo. Lo trovai in stalla e pensai: eccone un altro.

Se “Cesare” era un racconto difficile da scrivere, un altro racconto “Valgranda Revisited”, era ancora più difficile. Il titolo s’ispira a “Val Formazza revisited”, dell’alpinista inglese Arthur Cust, pubblicato sull’Alpin Journal nel 1898 e uscito in italiano nel 2004 nel volumetto “Ritorno in Val Formazza” curato dallo stesso Erminio. Sì perché Erminio aveva già scritto un libro sulla Valgrande (In Valgranda, del 1996), e dei tanti che ci hanno provato è stato quello che l’ha raccontata, e soprattutto ha raccontato i suoi ultimi abitanti, con più sensibilità, leggerezza, nostalgia. Ora, tornare a scriverne 24 anni dopo senza ripetersi, senza citare se stesso, senza deludere, credo sia stata una bella impresa. Anche qui forse c’entra la nostalgia: dopo tanti anni Erminio è tornato a camminare in Valgrande, un po’ l’ha trovata diversa, un po’ è diverso lui, fatto sta che comincia a raccontare quello che vede, quello che pensa della Valgrande di oggi. Tutto il racconto è scritto con la tecnica del flusso di coscienza: Erminio, come Leopold Bloom nelle vie di Dublino, trascinato dalle sue gambe riflette dentro di sé con quel tono pacato, ma pure fermo, che ha quando discute, senza mai alzare la voce, argomentando anche con chi alza i toni e vorrebbe il litigio. Davanti all’Alpe Straolgio, che è il luogo a cui è più affezionato ci dice:

Lo stallone del Cinquantuno, con la volta in calcestruzzo, davvero brutto a vedersi, è poi stato demolito qualche anno fa e ricostruito secondo i canoni estetici della tradizione. È bello e inutilizzato. Dopo che sono stati eseguiti lavori importanti di recupero, con fondi europei e tutto, l’alpe ha continuato a restare scaricato. Non bastano i soldi né la buona volontà a far tornare l’erba dove adesso crescono i rododendri.
“Forme prive della necessità storica che a suo tempo le aveva prodotte”, avevo letto a suo tempo nel Danubio di Claudio Magris, e me n’ero ricordato mentre guardavo l’alpe dall’alto e non sapevo che cosa pensarne.
È un problema molto pratico e di interpretazione l’opposizione tra recupero e abbandono. Tante volte mi sono chiesto se ha più significato un rudere o la sua trasformazione in un manufatto destinato a uno scopo diverso. Se cioè non corrisponda più all’ordine delle cose una fine piuttosto che il mantenimento a tutti i costi di un qualcosa della cui ragione si sono perse conoscenza e memoria. Una rovina, in altre parole, ci chiede perlomeno di chiederci che cosa l’ha provocata, e quanto della storia a cui appartiene ha concorso alle sue cause […] Non che non sia una buona cosa salvare le baite per farne bivacchi, è che non so che cosa si salva di ciò che sono state, a parte i muri. Ci ho dormito anch’io naturalmente. Al Ragozzale, attendendo che il sole calasse, prima di ritirarmi nell’interno ancora nudo della baita restaurata. Ma ricordo più volentieri le notti a Busarasca, o a Vald, o al Borgo delle Valli, e il sentimento di dover chiedere permesso entrando dove una volta aveva abitato un’intimità altrui.

Il rifugio Bocchetta di Campo, in Vlagrande, sullo sfondo il Monte Rosa

E più avanti, verso la fine, ma qui con più concitazione, perché su certi argomenti a volte anche lui si arrabbia, scrive:

Intanto una targa accanto alla porta d’ingresso diceva che il vecchio rifugio era stato distrutto “nei bombardamenti del 1944”. Mentre un cartello esplicativo posato lì vicino dal parco, rifacendo la storia dello stesso rifugio, spiegava che era stato distrutto dai tedeschi, evidenziato“tedeschi” […] Come sarebbe, mi sono chiesto. Anzi: come cazzo sarebbe “dai bombardamenti del 1944”? Forse da americani e inglesi che, sulla rotta di Milano avevano perso in volo qualche ordigno? E poi perché “tedeschi” e non “nazisti” […] I nazisti lo avevano fatto saltare, il rifugio. Loro e i loro complici fascisti (e oggi c’è chi si vanta di esserlo), dopo aver fatto strage, sulle stesse montagne, di partigiani e di sventurati paesani che li avevano aiutati.

Ecco, qui c’è l’Erminio politico, quello che non ha perso la speranza di poter cambiare il mondo, anche solo un po’, facendo ciò che sa fare meglio, cioè scrivendo. Ma voglio finire citando un altro Erminio: l’innamorato che canta la bellezza del suo amore:

Non che l’incanto, la bellezza, o ciò che noi chiamiamo così, non siano un valore. Basterebbe essersi affacciati sulla valle almeno una volta dalla Porta del Ragozzale per percepire poi il profilo di quella memoria da tutte le montagne che ci vanno salendo attorno. Tutto passa, è vero, e noi ancora più in fretta, ma qualcosa torna. Attraverso le foschie azzurre che da lontano lasciano indovinare la linea di una cresta e il ricordo del giorno della salita e il volto dell’amico che c’era; nell’oscurità che inghiotte l’ultima luce e fa apparire le montagne altissime perché dell’ombra non sappiamo dire altro che ci è ignota; nel farsi dell’autunno, attraversando una radura aperta in un bosco di faggi, quando basta una brezza leggera per invitare a un’ultima danza le foglie che si staccano dai rami; nel saluto di un vecchio che ormai confonde i nomi dei posti ma i suoi occhi li riconoscono ancora. In un canto.
_____
I libri di Erminio Ferrari citati nel testo sono editi anch’essi da Tararà Edizioni. Le foto sono di Erminio Ferrari tranne il suo ritratto, di Alberto Paleari.

Valzer per un amico

Autore: Erminio Ferrari
Editore: Tararà, 2020
Pagine
Prezzo di copertina: € 12,00

Tararà Edizioni

Alberto Paleari

Alberto Paleari

Alberto Paleari ha fatto la guida alpina per 43 anni. Da metà anni ’80 ha cominciato a pubblicare guide alpinistiche, romanzi, saggi, racconti. Nel 2018 è andato in pensione per dedicarsi solo alla scrittura. Tra i suoi libri ama ricordare le sei guide che ha scritto sulle montagne della sua Val d’Ossola; il romanzo “L’angelo che scese a piedi dal Monte Rosa” sulla vita di Tanzio daVarallo, pittore walser di Alagna Valsesia che visse tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600; due libri di viag-gio: “Verso la montagna sacra” e “L’Attraversamento invernale delle Alpi”; il memoir “L’altro lato del paradiso”, racconto di cinquant’anni di frequentazione del Parco Nazionale della Valgrande; la sua autobiografia: “Le montagne e il profumo del mosto”, che racconta del mestiere di guida e degli anni in cui si è occupato dell’azienda vinicola di famiglia. Alberto continua a scrivere e ad andare in montagna.


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