Racconto

Vita, in breve, di un uomo eminente

Chimico, malacologo, esperto di sorgenti sotterranee, eccellente ricercatore quasi visionario, rendeva chi lo incontrava famelico di cultura.

testo e foto di Sara Invernizzi

13/03/2020
3,30 min
Chimico, malacologo esperto di sorgenti sotterranee, E. P. viene ricordato sovente per i suoi cordiali, di cui quello all’Assenzio di Erbonne ne è uno dei più prelibati, ma va rammentata anche la ricetta alquanto insolita (e imbevibile) del cordiale al peperoncino e aglio, rimedio contro i vermi degli infanti.

Negli anni Sessanta ebbe modo di collaborare nelle veci di archeologo con il Conte C. e G. C., artista. Tra gli scavi a cui si adoperarono in nome della Storia, si ricordano quelli effettuati presso il Buco del Corno di Entratico e la Corna Altezza di Gazzanica, poi deturpata da speleologi incompetenti. Da Gazzaniga proveniva anche l’esimia stirpe dei P., lavoratori di pezze, sebbene il compianto E. crebbe a Milano e nella remota contrada seriana si stabilì solo in tempo di guerra, per sfuggire ai bombardamenti che allora colpivano a tappeto la metropoli, causando dolori e vittime.

Degli anni giovanili da sfollato, lo stesso P. ricordava con entusiasmo delle scampagnate in compagnia di altri ribaldi giovani e della sorella, con i quali andava in cerca di grotte, e ne trovava, immergendovisi, allora fanciullo fino alla cintola nelle acque sotterranee. Se sia nata in quell’epoca la passione per la speleologia mista alla malacologia non è da dubitare, ma certo la frequentazione del Gruppo Grotte Milano e il suo lavoro come chimico incentivarono tale diletto e lo trasformarono se non in una professione in una competenza che rese il caro P. riconosciuto internazionalmente.

Il laboratorio in cortile
Il laboratorio in cortile
Il laboratorio in cantina
Il laboratorio in cortile

Eccellente ricercatore, quasi visionario
Dal canto mio lo conobbi negli ultimi anni della sua esistenza quando, quasi ottuagenario, stava tentando di ricomporre un’ipotetica linea di dominazione longobarda sul territorio orobico basandosi su fonti toponomastiche. Fu così che iniziò una nostra collaborazione che si protrasse per diversi mesi, durante i quali visitammo diverse chiese dedicate anticamente al culto di San Michele. Occasioni di studio, ma anche di conoscenza. Con P. eravamo soliti riempire sacchetti di plastica di briofite, campioni di botanica rupicola, bottiglie piene di acqua sorgiva accuratamente etichettate, cianfrusaglie come chiodi arrugginiti e sassi di tutte le moli. L’auto, che talvolta la paziente e amorevole moglie M.T. mi faceva guidare, alla fine delle nostre escursioni risultava trasformata in un nuovo e complesso ecosistema, tutto da indagare.

La sua capacità di osservazione della realtà, unita ad uno stupore sempre vivo ed un intelletto vivace, suffragato da una notevole mole di dati appresa nel corso degli anni di studio, lo rendevano un eccellente ricercatore, sebbene talvolta quasi un visionario. Lo vidi tentare di scalzare un enorme masso erratico dal fondo stradale in una contrada sulle colline della Brianza, a suo dire vi era inciso un pesce. Un’altra volta venne recuperato da un contadino mentre rotolava giù per una ripa erbosa, strappandosi i pantaloni su un arbusto, evenienza che frenò la sua caduta e gli salvò la vita. La motivazione del capitombolo fu poi evidente: risalì a fatica l’erto pendio portando con sé una dolomia riccamente fossilifera, che nel cortile della sua casa spiccò a lungo e forse ritroveremo sulla sua tomba.

E.P. un uomo di altri tempi, la sua ultima estate

Ammaliava come una Medusa e rendeva famelici di cultura
Famoso e centro di aspre dispute famigliari, il suo “giardino zen” risultava essere un piccolo appezzamento di giardino completamente lastricato di grossi massi, informi pietre, “ciottolame”. Era comunque in grado di trovare un blocco di legno fossile in una bigia pietraia calcarea. Oppure un coccio altomedievale tra i detriti nel fondo di una grotta. Oppure un millimetrico mollusco tra il limo sabbioso di qualche sorgente dal nome evocativo: “Fonte della febbre”, “Funtanì de la Stria”, “Fontana della salute”, “Fontana del Drago”.

Da morto la moglie ebbe tanta cura nel comporlo, che l’esimio parve agli astanti come un profeta, dalla barba bianca, la tunica candida e il sempiterno bastone, compagno delle tante scampagnate a caccia di “merdaviglie”, talvolta accompagnato dall’esigua ma alquanto appassionata progenie e dai numerosi discepoli. La sua casa rimane ad esplicarne l’estro e la grande passione nel collezionare cianfrusaglie e testi, nonché i nicchi dei piccoli molluschi che andava analizzando nelle finissime sabbie delle sorgenti.

Lo rammenteranno i posteri per quella voce altisonante, era solito litigare anche con i parroci, ma sapeva farsi voler bene e il suo sguardo colmo della bellezza che andava indagando ammaliava come una Medusa e rendeva chi lo incontrava famelico di cultura. Riposa nudo nella bara, riposta nella terra, presso il raccolto cimitero di Bedulita, in Valdemagna, terra che gli fu dapprincipio da svago e poi da eccelsa dimora, con le sue tante grotte e sorgenti.

Sara Invernizzi

Sara Invernizzi

Tra anfratti rocciosi, borghi di crinale e nuove conurbazioni dell’arco orobico, cerca di “leggere” il territorio come se fosse un palinsesto, ricco di stratificazioni di narrazioni. Dai sentieri che percorre e dalle storie antiche, trae ispirazione per nuove riscritture. Recentemente insediata in un vecchio essicatoio per le castagne, riadattato ad abitazione, ha messo radici nel cuore vivo delle selve della Valle San Martino e dalla linfa naturale trae stimoli e le energie per proseguire indagini e ricerche sulla cultura materiale e immateriale del contesto geografico nel quale è inserita.


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