Recensione

LIBRI NELLO ZAINO #2

Consigli di buone letture per l'estate da mettere nello zaino. In questa seconda e ultima puntata quattro libri da leggere anche in riva al mare. E che l’estate sia lunga.

testo di Davide Torri

Photo by Liam Simpson on Unsplash
01/08/2021
10 min
Ecco la seconda parte dei consigli per la lettura estiva. Libri, ognuno a suo modo, un poco impegnativi, che si leggono meglio nel silenzio di una sera in montagna, magari accompagnati dal suono di antichi campanacci. Ma possono essere letti anche in riva al mare. Purché non ci siano le stupide canzoni estive di sottofondo.
Come sempre vi invito a leggere le note. Sono parte fondamentale del tutto.

PASCOLI DI CARTA
Le mani sulla montagna

Questo libro si apre con una lucida e appassionata prefazione di uno dei nostri santi in terra, don Luigi Ciotti. Solo questo basterebbe per renderlo prezioso ma, va detto che questa lucidità e passione accompagnano l’autore per tutte le duecento e più pagine. Perciò se non volete arrivare in fondo a questa mia breve recensione non fa nulla: leggete il libro e bravi così.

Giannandrea Mencini, storico, saggista, con un viso sempre sorridente utile ad affrontare meglio quanto descritto in Pascoli di Carta, un viaggio attraverso le montagne d’Italia[1] . Un viaggio in montagna che spiazza e fa arrabbiare. Si affronta un tema, quello dell’infiltrazione mafiosa nella gestione dei pascoli e delle malghe, con precisione ed equilibrio. L’Italia, così come gran parte degli Stati europei, riceve finanziamenti comunitari a sostegno dell’agricoltura ma il sistema che regola tale gestione appare ancora una volta eccessivamente burocratico e vessatorio verso i deboli, che in questo caso sono i contadini e gli allevatori delle terre alte. Non si tratta di poca roba: il quaranta per cento del bilancio dell’Unione Europea va nell’agricoltura, in Italia si tratta di oltre 10.400 milioni di euro. Dieci miliardi di euro che sono una bella cifra. E quando si parla di queste cifre non è difficile immaginare quali sommovimenti, spesso al limite della legalità se non veri e propri comportamenti criminali, vengono attivati.

Mencini è un buon camminatore, ama la montagna e tutto questo gli è servito per regalarci un libro che, raccogliendo voci, articoli, rapporti, indagini, mette ordine e ci fa capire, in mezzo a così tanti attori coinvolti[2], che cosa sono i pascoli di carta, perché sono diventati così tanti e pericolosi per l’ambiente e per noi perché questi pascoli che gli speculatori lasciano incolti(…) seccando diventano ottimo combustibile per gli incendi.

Si parte dal bilancio europeo di cui sopra per arrivare ad aree alpine, pascoli, interi altipiani abbandonati. In mezzo il meccanismo dei “titoli” che, semplificando, se li hai sei ricco (e se vuoi riesci a fare del bene alle bestie che allevi e all’ambiente montano) e se non li hai sei povero (e le tue pecore non hanno nemmeno un filo d’erba da brucare). Se hai il terreno, se hai gli ettari la PAC[3] (nel libro ci sono tante sigle ma non preoccupatevi che Giannandrea è al vostro fianco) ti dà gli euro, poi se il terreno è una scarpata a 2500 metri oppure un bel pascolo dove ci tieni solo un asino a pascolare i soldi te li danno ugualmente perché il problema è che nessun organismo (…) si occupa di controllare e verificare se le richieste corrispondono appunto alla realtà.

Si perché fino a poco tempo fa i contributi li prendevi se assieme al terreno avevi anche i prodotti (mais, vacche da latte, tabacco, e le tante cose che sulla terra si possono coltivare ed allevare) adesso con il disaccoppiamento anche il solo terreno prende valore. L’idea dei burocratici di Bruxelles era anche buona (ovvero premiare il mantenimento del territorio anche nel caso in cui la coltivazione o l’allevamento non fosse redditizio) ma, ufficio dopo ufficio, si è dimostrata capace di produrre truffe, speculazioni e comportamenti formalmente ineccepibili ma che nei fatti (…) attentano alla salute dei cittadini e alla sicurezza dei territori.

In giro per l’Italia, da nord a sud, Mencini incontra tanti tra i protagonisti di questa vicenda: colpiscono le storie che questi raccontano. Ancora una volta la montagna è vittima della cupidigia di una manciata di persone che, per arricchirsi, sono solo capaci di distruggere la Terra, la nostra, di tutti noi, ed è quindi importante sostenere quegli agricoltori e allevatori che con grande orgoglio riescono a vivere in questi luoghi difficilmente raggiungibili.

Un libro che ti lascia l’amaro in bocca ma che ti fa incontrare persone coraggiose e in gamba: con loro le terre alte possono resistere e, come don Ciotti auspica, rifondare il patto di amicizia che ci lega, tutti noi, alla montagna.
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[1] Si parte dalla Valle Camonica per arrivare nei Nebrodi passando dalla Val di Susa (ah! La Val di Susa, come se non ne avesse abbastanza), dalla Val Resia, raggiungendo anche per i vasti altipiani dell’Abruzzo e dell’Umbria.

[2] Difficile fare un elenco esaustivo dei tanti ambiti coinvolti in questa faccenda (ancora più difficile distinguere i buoni dai cattivi): allevatori con e senza scrupoli, amministrazioni di piccoli paesi di montagna senza soldi in cassa, coraggiosi direttori di parchi, funzionari poco puntuali, Finanzieri arguti, pastori senza pecore, pecore senza pastori, parlamentari di ogni ordine e grado e, non ultimo, mafiosi mafiosamente mafiosi.

[3] Politica Agricola Comune europea.

Pascoli di carta. Le mani sulla montagna

Autore: Giannandrea Mencini
Editore: Kellermann Editore, 2021
Pagine: 207
Prezzo di copertina: € 16,00

Kellermann Editore

Giannandrea Mencini

IN ALTO E AL GELO
Storia di fisiologia estrema e di esplorazioni

Il miglior libro per le giornate più calde di agosto. Un libro di cui si sentiva l’esigenza che raccoglie quanto compiuto da numerosi scienziati nei luoghi più remoti della Terra a partire dalla fine dell’800[1].
L’autrice è Vanessa Heggie, ricercatrice, storica della medicina dell’Università di Birmingham. Con questa opera si pone come la prima studiosa ad aver approfondito quanto accade al corpo umano esposto a condizioni climatiche e ambientali estreme.

Protagonisti di In alto e al gelo sono gli scienziati che hanno affiancato alpinisti ed esploratori in giro per il mondo meno ospitale. Gente preziosa che ha contribuito alla riuscita delle grandi avventure ma di cui, i più, non conoscono neppure un nome.

Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, al seguito dell’espansione coloniale delle nazioni europee, sono stati molti gli scienziati che si sono spinti in luoghi estremi per studiare le reazioni del fisico umano esposto a disagi di varia natura (Himalaya, grandi deserti, Artide e Antartide), gettando i presupposti della wilderness medicine.

Anche se la vostra conoscenza in fisiologia è pressoché parziale la lettura del libro è piena di informazioni che potrebbero farvi fare una bella figura quando, in quota, questo inverno potrete finalmente non limitarvi più ad un semplice “accidenti, che freddo!” e raccontare del francese Paul Bert e del fisiologo italiano Angelo Mosso, ideatore della Capanna Regina Margherita sul Monte Rosa a 4450 metri, oggi considerati padri nobili della medicina di montagna e i primi che lavorarono sull’ipossia.

Nel libro si descrivono anche i laboratori di ricerca presso il centro minerario di Cerro de Pasco in Perù a più di 4300 metri, oltre che del Pikes Peak gestito dall’esercito degli Stati Uniti a 4302 metri, in Colorado.[2]

È sempre presente nel libro un punto di osservazione molto oggettivo: gli scienziati hanno certo contribuito a risolvere molte delle questioni legate alla sopravvivenza in ambienti estremi ma, altrettanto, hanno spesso tenuto un atteggiamento coloniale verso il sapere “tradizionale” considerandolo come statico e in contrapposizione con la scienza del primo mondo. Insomma la scienza (come accadde per la religione) si mise spesso in una posizione di presunta superiorità nei confronti dei locali ritardando l’acquisizione di importanti conoscenze.

L’autrice ci avvicina alla Silver Hut Expedition, ideata da Edmund Hillary (sir) e Griffith Pugh nel 1960 nella Rolwaling Valley in Nepal, costituì una tappa epocale grazie agli studi di alcuni ricercatori sulla fisiologia dell’alta quota, tra i quali Barry Bishop, Michael Gill, Sjukhamay Lahiri, Jim Milledge e John West[3]. Fu in quell’occasione che si discusse della possibilità di raggiungere la vetta dell’Everest senza l’utilizzo di ossigeno supplementare[4].

Quasi quindici anni dopo il fisiologo Paolo Cerretelli era con la vittoriosa spedizione italiana all’Everest organizzata da Guido Monzino e dall’esercito italiano[5].

Venne studiata anche l’alimentazione, un aspetto pratico fondamentale, specialmente nelle zone polari, dove, come in Antartide, venne utilizzato il pemmican, miscela concentrata di grassi e proteine. Per contro, nel corso delle esplorazioni nel deserto o in altre zone molto calde venne adottata una dieta a basso contenuto proteico. E, ancora, l’efficacia degli equipaggiamenti, i meccanismi dell’acclimatazione, le tecnologie migliori. Tutta roba che diamo per scontata tirando su la zip della giacca a vento mentre usciamo dal rifugio per fumare ma che deve molto al lavoro dei ricercatori del passato.

Perfetto per essere consultato, anche dopo averlo letto per intero, è un libro unico nel suo genere, un riferimento illuminante per tutti coloro che vogliano approfondire le origini della ricerca biomedica in condizioni ambientali estreme. Lo stile chiaro lo rende adatto a chiunque apprezzi il mondo della scienza e i processi che portano alla sua evoluzione. Affascinante. E sento già un po’ meno caldo.
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[1] A capire meglio alcune delle parti più approfondite del testo ha contribuito il dottor Giancelso Agazzi, membro della Commissione Medica del CAI, della Commissione Medica CISA-IKARMe della Società di Medicina di Montagna.

[2] Dunque, non si parla solo della spocchiosa scienza occidentale, ma vengono citati ricercatori dell’America Latina, come Carlos Medrano Monge, direttore dell’Instituto de Biologia y Patologia Andina, fondato nel 1931.

[3] L’esplorazione e la ricerca scientifica erano in quei periodi di dominio maschile. Le donne vennero escluse fino agli anni ‘50. Nonostante avessero una buona reputazione in campo scientifico, fossero presenti ovunque e si impegnassero molto nella ricerca, furono poco considerate e citate.

[4] Ciò fu realizzato nel 1978 da Reinhold Messner e Peter Habeler.

[5] Una spedizione al passo con i tempi (di allora): 53 militari di cui 32 dell’Esercito, 3 della Marina Militare, 6 dell’Aeronautica Militare e 2 cileni scelti dal Capo della spedizione, appunto Monzino. Si organizzò il trasferimento di ben 110 tonnellate di materiali da Cameri a Kathmandu con 10 voli di C-130. Tra questi materiali i preziosi tappeti che abbellirono la tenda di Monzino, uomo che non rinunciò mai alla sua eleganza.

In alto e al gelo

Autore: Vanessa Heggie
Editore: Codice edizioni, 2021
Pagine: 366
Prezzo di copertina: € 29,00

Codice edizioni

La Silver Hut sul ghiacciaio Mingbo, in Nepal
Vanessa Heggie

LA CAPANNA DI UNABOMBER O DELLA VIOLENZA
Dieci metri quadri di follia

Un piccolo ed elegante libro, nel formato e nel numero delle pagine, con un apparato iconografico eccellente, scritto da Michael Jacob, storico e teorico del paesaggio, esperto di cinema, pittura e fotografia[1] che ci porta ad incontrare l’oggetto più paradossale ed iconico di Ted Kaczynski, conosciuto – grazie anche a Netflix – come Unabomber: la sua capanna.

Chi di noi non ha mai sognato, o almeno pensato, di vivere in una bella capanna, magari davanti ad un ruscello pescando trote e fumandosi qualche cannetta[2] e, soprattutto, lontano dagli imbecilli? Ted/Unabomber lo ha fatto: ne ha costruita una nel mezzo di un bosco nel Montana. Iniziata nel 1971 con l’acquisto del terreno ci vivrà fino al 1996 quando la scambierà con una cella di massima sicurezza dove dovrà rimanere fino alla morte. Amen.

Vivere in una capanna non è cosa da tutti. Non per tutti, ma nel mondo della wilderness non è così inusuale[3]. L’autore azzarda da subito un parallelo che, alla luce della tesi poi svolta perfettamente e in una sola manciata di pagine, non risulta così scandaloso. Il fatto di costruire una piccola abitazione con le proprie mani, di nutrirsi nel modo più semplice possibile (…) passando il tempo principalmente a scrivere rende Kaczynski un erede ed imitatore improbabile di Henry David Thoreau. E oltre alla vita nella capanna, tutte e due sembrano costruite su un identico progetto filologico, i principi dell’autore di Walden: life in the woods sono fatti propri dal maestro terrorista[4].Tanto da sostenere, citando fonti eminenti, che i due non sono così antitetici.

E, in un viaggio a ritroso nel tempo Jacob presenta, in modo chiaro, come negli Stati Uniti la capanna sia un segno sovradeterminato che (ne) attraversa la storia.

Nel libro si va oltre, sostenendo che la capanna funzioni come una specie di termometro, di indicatore di un possibile aumento di pressione (e nel caso di Kaczynski di esplosione imminente) e non solo nei grandi spazi nordamericani e/o di frontiera[5] diventando quindi un posto dove pensare ad un’altra via. E dal pensare al filosofare il passo è breve: lo sapeva bene Martin Heidegger (e anche Cartesio) che, nella classica complessità della lingua tedesca aveva definito con Hüttendasein, l’essere-nella-capanna.

La capanna di Heidegger ci sembra più vicina, forse più europea, rispetto a quella del matto bombarolo. Sei x sette, divisa in quattro piccoli spazi vide il filosofo soggiornarvi per più di quarant’anni. Anche qui un parallelo con Kaczynski che non è per nulla fuori luogo. Qui l’affinità più significativa risiede nell’attacco rivolto alla tecnologia moderna.

Il testo, come detto, è supportato da immagini ricercate e significative: la foto di Heidegger, pantaloni di fustagno, maglioncino di lana e cravatta, che riempie alla fontana un secchio di metallo smaltato e scheggiato mi commuove così come trovo incredibile l’immagine di un’altra capanna filosofica che apparteneva a Wittgenstein. Posta su uno sperone di roccia che sorge dal fiordo, al margine di un grande bosco di betulle a Skjolden, Norvegia è un altro tassello di questo universo delle capanne.

Pensava nella sua capanna Thoreau, è così faceva Kaczynski e pensavano tanti filosofi[6] e poi si sono aggiunti gli architetti che hanno cercato tra le rustiche pareti di legno un segno che esprimesse i loro concetti fondamentali. Su tutti e per tutti il Cabanon di Le Courbusier. Come per gli altri protagonisti di questo libro anche il superarchitetto costruisce (lui per sé) una capanna in faccia al mondo e la riempie di simboli.

Le pagine di La capanna di Unabomber sono dense di significato, spesse eppure leggibili e, anche, condivisibili. Kaczynski, al netto della costruzione e dell’invio delle bombe, se lo pensiamo senza alcun contatto con quella dimensione esterna che ha attaccato fisicamente, rappresenta una sorta di sant’uomo tipicamente nordamericano, un Henry Thoreau reincarnato.[7] E non è una cosa così facile di digerire.

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[1] Tra le sue innumerevoli attività c’è anche quella di direttore della Collana Di monte in monte di Tararà editore di Verbania.

[2] Se pensate di essere gli unici cercate su Instagram , ma è solo uno dei tanti esempi, Cabin Porn. Quella pagina ha poco meno di 650mila follower.

[3] Le mie capanne preferite le ho viste sugli albi de Il Grande Blek. Blek Macigno: avessi avuto i suoi bicipiti.

[4] La costruzione, e la progettazione prima, della capanna, è per Unabomber e per Thoreau la condizione essenziale per tutto ciò che verrà poi. Nel bene e nel male.

[5] Si intitola Quattro Capanne (o della semplicità) il saggio, pubblicato da Nottetempo, di Leonardo Caffo che, intrecciando maggiormente concetti filosofici e di architettura, intercetta gli stessi temi esposti nel breve testo dal paesaggista svizzero. Qua le quattro capanne sono quelle di Thoreau, Kaczynski, Jeanneret-Gris/ Le Corbusier e Wittgenstein.

[6] Anche altri due libri usciti da poco dedicano spazio al pensare tra quattro mura di legno. Arne Aess, Siamo l’aria che respiriamo. Saggi di ecologia profonda di Piano B edizioni, 2021. L’autore sviluppò un forte senso di connessione con la montagna durante le estati che trascorreva in una baita di famiglia sul monte Hallingskarvet. La tradizionale vita nelle capanne, tipica in Norvegia durante i periodi di vacanza, è infatti, secondo Naess, il miglior antico contro i comportamenti distruttivi della vita moderna. Nel 1938 costruì una baita ai piedi delle sue rupi, al limite della linea arborea, dove passò in totale quasi 12 anni. Chiamò questa baita Tvergastein, e qui approfondì il suo rapporto con la montagna e elaborò la sua filosofia.
Il secondo, sempre per Piano B edizioni, è L’arte di vedere le cose. Leggere il libro della natura, di John Burroughs. Poeta e naturalista statunitense, con Henry David Thoreau e John Muir è considerato tra i più ispirati cantori della natura selvaggia e uno dei primi e più importanti esponenti del nature writing. Anche lui capanàt: instancabile camminatore e pensatore nel 1895 lasciò la sua abitazione per andare a vivere nei boschi in una capanna di tronchi detta “Slabside” – oggi preservata in una riserva di 200 acri nel Mid-Hudson River Valley  a New York istituita in suo nome – un luogo incontaminato e selvaggio dove Burroughs visse per molti anni. Qui apprese l’arte di vedere le cose, un’educazione dell’occhio e dello spirito tesa a scoprire il senso e lo scopo del creato.

[7] Qui non approfondiamo l’analisi più interessante tra tutte (pure interessanti) ovvero quella che si addentra nel sottotitolo del libro, nel mondo della violenza, più specificatamente, negli Stati Uniti  che sono portatori di una violenza generalizzata. Leggetela da voi: qualche brivido vi attraverserà la schiena.

La capanna di Unabomber

Autore: Michael Jacob
Editore: LetteraVentidue Edizioni, 2020
Pagine: 112
Prezzo di copertina: € 12,00

LetteraVentidue Edizioni

La capanna è oggi esposta in un museo americano, il Newseum a Washington.
Michael Jacob

PERCORSI DELLA LINGUA MÒCHENA/ BENG VAN BERSNTOLERISCH
Un catalogo da leggere e non da sfogliare

Percorsi della lingua mòchena non è un libro, ma il catalogo di una mostra presso l’Istituto Culturale Mòcheno a Palù della Fersina[1]
In genere i cataloghi nascono per stare lì in bella vista, nel ripiano più alto della libreria. Non questo che invece è un prezioso testo sulla vita in montagna di una comunità piccola ma vitale: i Mòcheni[2]. Dicono bene i curatori del testo che descrivere il mondo del linguaggio e della lingua è una operazione molto complessa ma che in Percorsi viene brillantemente superata.

È un libro che si rivolge principalmente ai membri della comunità mòchena affinché, almeno così mi pare, si ravvivi il senso di appartenenza ad una lingua che anche se parlata da pochi non è certo una lingua povera[3] e si passi, in modo efficace, alla trascrizione ortografica, ovvero l’utilizzo di una forma scritta corrente. Ma è anche una raccolta di saggi che interessano quanti vogliono approfondire, e non attraverso concetti di esclusione ma di inclusione, il tema dell’essere montanaro in un tempo che cambia velocemente.

In una valle come quella mòchena i concetti di lingua debole, dialetto, plurilinguismo sono toccati dal quotidiano. La storia sociale della Valle del Fersina, ma anche di tante altre isole linguistiche, è una storia fatta di colonizzazioni, persecuzioni, adattamenti, nazionalismi, economie per nulla statiche[4]. Tutto questo è ben spiegato dai tanti contributi specialistici che, suddivisi in capitoli, accompagnano il lettore e il visitatore della mostra (e ancora di più della Valle) alla scoperta della lingua mòchena e della comunità dei parlanti la stessa.

Tra gli approfondimenti più trasversali credo si possa mettere quello di Daniela Mereu, ricercatrice post dottorato presso l’Università di Bolzano, che indaga l’osmosi tra la lingua mòchena, il dialetto trentino e l’italiano. Trasversale perché i contatti descritti sono quelli che chiunque tra noi è cresciuto tra due (o tre) lingue ritrova tra le proprie parole più recondite ed antiche[5].

In conclusione un catalogo da leggere e non da sfogliare. Per imparare dove nasce questa lingua così ostica, parlata dall’equivalente di un gruppo di condomini a Porta Venezia eppure resistente, forte e orgogliosa. Una lingua su cui costruire, e non si tratta solo del mòcheno, una uguaglianza sostanziale tra comunità maggiori e minori.

Il testo è reso elegante dalle belle illustrazioni di Licia Zuppardi.

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[1] https://www.bersntol.it/L-istituto

[2] La comunità mòchena è insediata nella parte alta del corso del torrente Fersina, prima che questo attraversi la piana di Pergine all’imbocco della Valsugana. Fanno parte della comunità i tre comuni di Frassilongo/Garait, Fierozzo/Vlarotz e Palù del Fersina/Palai en Bersntal. Meno di mille abitanti.

[3] Si legge in Percorsi: un pensiero negativo nei confronti di una determinata lingua può essere letto e trasmesso, anche se non direttamente espresso.

[4] In effetti la definizione isola per la comunità mòchena è inesatta: nessuna comunità isolata e incapace di adattarsi agli avvenimenti avrebbe potuto resistere così a lungo.

[5] Per me, cresciuto tra italiano e dialetto, è stata una bella conferma ritrovare i prestiti e i calchi del sistema linguistico che Mereu descrive per il mòcheno ma che si adattano anche al parlare dei miei genitori, dei miei amici, di tanti anziani che incontro in giro per i monti.

Percorsi della lingua mòchena

Autore: a cura di Claudia Marchesoni, Daniela Mereu e Leo Toller
Editore: Bersntoler Kulturinstitut, 2021
Pagine: 252
Prezzo di copertina: € 13,00

Bersntoler Kulturinstitut

Illustrazione di Licia Zuppardi
Carnival in Val dei Mocheni
Davide Torri

Davide Torri

Insegno a scuola (chi non sa fare nulla, insegna), ed insegno pure scienze motorie (e chi non sa insegnare, insegna ginnastica). Sarà per questo che sono obbligato alla curiosità. L'ho indirizzata verso le cose più visibili che ho davanti agli occhi: le montagne. E così mi sono accorto che, molto piccole, come formiche, sulle montagne ci stanno le persone. Forti e fragili.
Collaboro da anni con altitudini.it e pubblico lì sopra i miei racconti.


Il mio blog | Scrivo su altitudini.it da molto tempo. Mi piace starci perché, nonostante sia virtuale, è un luogo dove la concretezza delle persone e delle montagne è sempre lì: da toccare.
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