Reportage

#109 LA CRESTA SIGNAL

testo e foto di Claudio Bovio  / Bellinzago Novarese (NO)

04/01/2021
9 min
Il Bando del BC20

La cresta Signal

di Claudio Bovio

Ci siamo innamorati della parete est del Rosa quando mia moglie, consapevole del fatto che stavo rischiando la “sindrome di burnout” per svariati motivi, insistette nel prendere casa, in affitto, a Pecetto di Macugnaga.
Le donne sono sempre più lungimiranti di noi maschietti e, come sempre, aveva ragione!

Quando si sale al Belvedere si rimane abbagliati dall’imponenza della massicciata, si possono ammirare le principali cime, la Gnifetti, la Zumstein, la Dufour e la Nordend, uno spettacolo mozzafiato che sempre si rinnova. Colpisce la forma del bellissimo anfiteatro di alta montagna, in particolare si nota che dalla Tre Amici si innalza la cresta Signal che porta alla punta Ghifetti, dalla quale troneggia austera la capanna Margerita. Questo particolare disegno orografico lo si apprezza anche da casa, in pianura, a 103 km di distanza.

Inizialmente non immaginavo neppure che lassù si potesse salire, mi accontentavo delle bellissime passeggiate al rifugio Zamboni Zappa, poi al lago delle Locce, al bivacco Marinelli, al bivacco Belloni, alla punta Battisti, al Pizzo Nero e al Pizzo Bianco e al rifugio Sella. Una meraviglia lassù, paesaggi che col cambiare delle stagioni mutano sostanzialmente di aspetto ma che rimangono sempre di una attrazione e di un fascino unici.
Le mie competenze alpinistiche erano limitate all’escursionismo in alta montagna finché un giorno, grazie agli amici compaesani Mauro, Daniele e Amparo, mi avvicino alla arrampicata. E’ questa una attività che mi piace, ci alleniamo prima sulla palestra di roccia a Macugnaga, poi a Premia e infine il vero battesimo, con calata finale, sulla Aguille de Marbrèes tra il Monte Bianco e il Dente del Gigante. Mi sento pronto per affrontare la Cresta Signal e contatto la guida Mauro Mairati. Trovo un amico, Alberto, col quale condivideremo l’avventura.

Mauro, la guida alpina, ci da la conferma per il 4 e 5 agosto 2017, sono date che ricorderò per tutta la vita. Il programma è semplicissimo, al contrario della via da affrontare che è decisamente più impegnativa. Alle sei del mattino partiamo con la mia macchina dal campo sportivo del paese, Bellinzago Novarese, la sera prima con Alberto abbiamo controllato minuziosamente il materiale da portare. Alle sette e quaranta siamo ad Alagna, ci cambiamo e prendiamo il bus navetta delle otto che ci lascerà in località Acqua Bianca. Alle 8.23 iniziamo la salita, in breve tempo siamo al rifugio Pastore per poi giungere al rifugio Barba Ferrero dove ci aspetta il simpatico gestore, qui facciamo il pieno di acqua e ci prepariamo al tratto più duro.

Dietro il rifugio Barba Ferrero noto con piacere la “ casa delle marmotte “, una baita adibita da House dog, il rifugio per gli amici a 4 zampe. Che bella cosa, penso alla sensibilità e attenzione del gestore. Ora la salita si fa incalzante, lo zaino pesa, dobbiamo portarci oltre al materiale tecnico il necessario per due giorni, acqua compresa. Terminato il ripido sentiero dove vediamo solo poche mucche al pascolo, località alpe Vigne, lo scenario cambia completamente, siamo dove fino a pochi anni fa era presente il ghiacciaio dal quale nasce il fiume Sesia, ne è evidente lo scioglimento, le rocce sulle quali saliamo sono particolarmente levigate. Dopo puntiamo a sinistra, e di lì a poco inizierà ciò che rimane del ghiacciaio sud delle Locce. Nel frattempo si alza una fastidiosa nebbia che ci accompagnerà sino al bivacco Luigina Resegotti.

Calziamo i ramponi e iniziamo la salita su ghiaccio che si fa sempre più impegnativa. Ad un certo punto il cielo si apre per un attimo lasciandoci intravedere la sagoma del bivacco, è ancora lontano ma perlomeno sappiamo in che direzione andare. Mauro ci porta con sicurezza all’attacco della ripida ferrata che ci condurrà alla capanna Resegotti.
In poco più di sei ore abbiamo percorso un dislivello di quasi 2200 metri, siamo stanchi ma contenti di essere arrivati piuttosto velocemente. Il bivacco Resegotti è un capolavoro, inimmaginabile pensare che a 3624 metri possa esserci una struttura simile. La capanna è arroccata sulla cima Tre Amci ed è un grosso rettangolo color rosso in legno, rivestita di rame di proprietà del Cai di Varallo Sesia. Nell’ampio rifugio con gabinetto si trovano una piccola cucina con stufa a legna, fornelletto a gas e un ampio dormitorio con una ventina di posti letto distribuiti su due livelli.

Lasciamo gli zaini all’ingresso del rifugio e ancora pochi passi siamo sulla cresta del ghiacciaio, da lì lo spettacolo che immaginavo, ma visto veramente è stata per me una sensazione unica. Con i piedi siamo in val Sesia e se ci sporgiamo, con la testa, in val Anzasca! Da lì vedo i percorsi che conosco molto bene, esattamente sotto di noi appare evidente e grande il lago glaciale delle Locce, poi in fondo all’alpe Pedriola il mitico rifugio Zamboni Zappa, di fronte a noi appena a destra si alza il Pizzo Bianco, sulla nostra destra l’imponente Grober!
E’ lo spettacolo che avevo sognato ma ora lo vedo realmente ed è molto più affascinante di quanto potessi immaginare.

Nel notare il serpentone della morena del ghiacciaio del Belvedere non posso non pensare a Valerio, con lui siamo andati alla “caccia” di ingressi che portano alle oscurità e profondità di quel luogo misterioso. Qualche anno fa Valerio, con alcuni componenti del gruppo speleologico di Novara e Biella ha scoperto la grotta “Effimera“, un cunicolo lunghissimo e mutevole, scavato dall’acqua che scorre sotto la morena del Belvedere. A ben pensarci è una cosa strana infilarsi in un cunicolo mutevole, nel ghiaccio con acqua che scorre, per scoprirne quanto è lungo. Una grotta appunto effimera, come il nome del lago che minacciò Macugnaga e anche il nome dato al cunicolo scoperto da Valerio, del resto anche andare in montagna è una attività non certo effimera ma piuttosto superflua, che possiede però un fascino unico e che trasmette emozioni che solo lei può dare.

Nel frattempo da sud-ovest arriva definitivo il fronte nebbioso che già ci aveva accompagnato durante la salita, pertanto ci rintaniamo nel sottostante bivacco. E’ il primo pomeriggio, Alberto propone un caffè con il fondo di una busta lasciata chissà da chi e poi decido di infilarmi in branda per riposare un po’. Fortunatamente ci sono coperte in abbondanza, la temperatura non è bassissima ma è molto umido per cui la sensazione di freddo viene ampliata. E’ una saggia decisione che viene condivisa, fortunatamente riuscirò a riposare un poco, durante la notte successiva sarà difficile prendere sonno.

Più tardi la nebbia avrà avvolto tutto, esco dal Bivacco per suonare col flauto dolce il Silenzio e Signore delle cime, ma non vedo più neppure la balconata in legno, sono preoccupato, se non si alza questo nebbione come potremo proseguire il giorno successivo?
Il mio cellulare è nello zaino pertanto chiedo a Mauro l’ora, dice le 18, in realtà sono quasi le 20. Mauro è troppo forte, non lo conoscevo ma ne avevo sentito parlare, tutti lo descrivono come una buona guida alpina, non è vero è una eccellente guida alpina, scrupoloso, attento e disponibile, ha solo l’altimetro e l’orologio scassati. Ad un certo punto un piccolo colpo di scena, nel silenzio e nell’ oscurità del luogo giungono delle voci!

Si stanno avvicinando altri due colleghi alpinisti che a fatica hanno raggiunto il bivacco per la nebbia, anche loro sono stupiti nel vederci, il gestore del Barba Ferrero li aveva avvisati della nostra salita, ma il bivacco appariva deserto, silenzioso e buio. Infatti la luce alimentata da piccoli pannelli solari non funziona e noi stavamo appisolati in branda.
Dopo le presentazioni e dopo aver condiviso la cena, ci concordiamo sull’orario della sveglia, le quattro del mattino e ci corichiamo. Sono due alpinisti eterogenei, il ragazzo di Domodossola è palestrato, il suo amico lavora e vive a Borgomanero non sembra particolarmente atletico ed è parecchio più anziano. Prima di coricarci uno dei due chiede scusa in anticipo perché sa di russare.

Devo ammettere che la notte l’ ho passata insonne, la tensione della salita, la stanchezza e lo scandire regolare del rumore che ha accompagnato il sonno del mio vicino di branda, hanno compromesso la possibilità di addormentarmi. Poco prima delle quattro Mauro si alza poi suona la sveglia e ci si prepara a percorrere la parte più impegnativa della nostra via. Facciamo una discreta colazione con tè e biscotti, nel frattempo i due colleghi sono già partiti.

Alle 4.30 salutiamo la capanna Resegotti pensando al sacrificio e alle fatiche immense che oltre un secolo fa altri scalatori ci misero nel costruire il Bivacco, dedicata nel 1927 a Luigina Resegotti, travolta da una valanga lo stesso anno. Ci mettiamo un po’ nel prepararci al buio con la sola luce frontale ma finalmente si parte.

Il cielo ora è stellato, un cielo mai visto, da lassù le stelle luminosissime sembrano più vicine e non fa per nulla freddo, la temperatura è bassa ma non provo disagio. Da subito si devono affrontare le ripidissime e ghiacciate creste, fortunatamente ho i ramponi nuovi, con i quali mi aggrappo inizialmente con qualche difficoltà alle strette lingue immacolate. Mauro immediatamente mi ricorda come mettere i piedi e la paura che mi attanagliava sparisce.

E’ buio ma vediamo distintamente sopra di noi le luci delle frontali dei due colleghi che, come noi, stanno percorrendo una delle più belle vie del monte Rosa: la cresta Signal. E’ una via impegnativa, una classica alpinistica ma in questo periodo non molto frequentata. Il periodo migliore è da giugno ai primi di luglio, poi il caldo, questo anno eccezionale, compromette la quantità e la qualità della neve e soprattutto del ghiaccio. Mi sarebbe piaciuto arrivarci da Macugnaga ma sarebbe stato troppo rischioso, il ghiacciaio delle Locce è troppo crepacciato e, in prossimità della punta Tre Amici le continue scariche di massi avrebbero compromesso seriamente la possibilità di salirvi.

Nel Percorrere la Cresta Signal non si fa una via alpinistica ma si compie un vero e proprio viaggio, come dice Paleari. Abitualmente si salgono le cime del Rosa arrivando, con la funivia oltre i 3000 metri, nel nostro viaggio partiamo dai 1300 metri di Alagna attraversando boschi di faggi e conifere, man mano che si sale rimangono solo le conifere, poi solo arbusti, erba e bellissimi e piccolissimi fiori. Proseguendo si vedono grandi rocce di svariati colori, sfasciumi e ghiacciai, più in alto le creste ghiacciate e sommitali, poi un misto di roccia e neve per arrivare alle immacolate distese bianche che circondano la Capanna Margherita.

Arriva l’alba ed è pura magia. Il monte Rosa deve il suo nome dal termine “rouese“, parola che in patois che significa ghiacciaio. E’ altrettanto vero che all’alba e al tramonto per un breve periodo, il sole illuminando ghiacciai e rocce, prevalentemente chiare del massiccio, lo colora di Rosa! Questo spettacolo si perpetua da sempre ed è visto da milioni di persone, in tutta la pianura padana in ogni giorno sereno, fenomeno che si amplifica durante le terse giornate invernali. E’ una visione che toglie il fiato, da est, la “mia“ valle, arriva piano piano a fare capolino il sole dando di lì a poco luminosità, calore e la forza nel proseguire.

Abbiamo ormai superato il colle Signal e il risalto detto anche Gendarme, subito dietro il risalto inizia la parte intermedia della salita e la via non è facilmente individuabile. Alberto ed io siamo tranquilli in quanto la nostra guida alpina Mauro conosce perfettamente il percorso, ma i due compagni conosciuti la sera precedente, sembrano in difficoltà i quali, da ragguardevole distanza, ci chiedono aiuto. Il percorso non è ovviamente indicato e vi sono pochi chiodi, si possono però scorgere i segni dei ramponi sulle rocce. Se ci si sposta solo di pochi metri una via di terzo o quarto grado può diventare molto più impegnativa o addirittura impossibile da risalire. Oltre al tempo per ritornare sui propri passi occorre considerare la stanchezza, spesso sottovalutata, che in quota si fa sentire, 900 metri di dislivello, dai 3624 ai 4554 e con quelle pendenze, eccome se si fanno sentire.

I nostri compagni di salita, dopo aver scelto un tratto troppo impegnativo, decidono di seguirci. Ora vediamo distintamente la maestosa ed austera capanna Margherita, è lì sopra la nostra testa a sinistra, ma ci vorrà ancora parecchio prima di raggiungerla!
Continuiamo a salire su roccia alternando tratti di passaggi difficili a punti più semplici sino ad una parete decisamente più articolata. Abbiamo puntato a destra e la capanna non la vediamo più ora seguiamo il grande risalto superiore.

Siamo sempre in compagnia, anche i due “colleghi“ sono con noi ma ora salgono proprio fianco a fianco, dobbiamo stare molto attenti ed aspettare di essere fuori tiro in quanto il terreno è molto instabile pertanto cadono di sovente pietre di varie dimensioni. Affrontiamo ora un tratto molto ripido su un canalino ghiacciato, Mauro preferisce metterci in sicurezza con un chiodo da ghiaccio, ci troviamo ora sul bordo del grande risalto, terminato il quale la ritrovata e vicina capanna Margherita ci infonde allegria! Abbiamo ancora da superare il torrione sommitale a destra ma i ripidi pendii sono molto instabili con scariche di pietre e ghiaccio. Superata anche la pre cima della Gnifetti abbiamo solo da salire un ripido camino di roccia e ghiaccio per sbucare, finalmente, sui pianori glaciali sommitali.

“Siamo fuori ragazzi“ dice Mauro, grande felicità e vigorose strette di mano ma sentivo che qualcosa doveva succedere. Sulla cresta appena percorsa non un alito di vento, come spesso accade, sul ghiacciaio sommitale invece soffia un vento molto forte e teso, ci mettiamo il guscio e riprendiamo la via per la Margherita, ormai vicinissima. Superiamo la punta Gnifetti nel frattempo anche i nostri compagni di viaggio stanno sbucando dal camino che abbiamo da poco superato.
Il ghiaccio è molto duro, e, nel primo tratto non vi sono particolari pendenze, che però troveremo poco dopo, proprio a pochi metri dalla Capanna Margherita. Occorre sferzare un primo e un secondo colpo di picca per poter penetrare il ghiaccio durissimo sul ripido pendio, la Margherita è a pochissimi passi quando penso “ci mancherebbe che proprio ora capiti qualcosa“.

Non ho neppure terminato il pensiero che Mauro impreca, cosa succede, chiediamo contemporaneamente Alberto ed io. Mauro urla: «Tutto bene?» e poi ancora più forte «TUTTO BENE?». Noi siamo girati di schiena e non vediamo, i nostri due compagni sono scivolati rovinosamente per oltre una cinquantina di metri. E’ una sabato di agosto, la giornata è bella e a mezzogiorno circa alla Margherita ci sale molta gente che prontamente soccorre i due sfortunati compagni di salita. Arrivati alla capanna Margherita sentiamo dalla radio ricetrasmittente dei gestori che è stato allertato l’elisoccorso. Dopo un panino e una birretta scendiamo a Punta Indren alla funivia, piuttosto velocemente, felici per l’avventura ma anche un poco scossi per l’incidente.

Penso sia stata la salita della vita, quella della cresta Signal, ma spero che la via più bella debba ancora a venire. Neanche la cresta Rey per la Dufour mi ha lasciato quelle emozioni. Ancora una volta la montagna ci insegna che merita rispetto, ci ripaga con grandi soddisfazioni se attenti, meticolosi e preparati ma a volte non basta.

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Claudio Bovio

Claudio Bovio

Sono un diversamente giovane, che si è avvicinato alla montagna all’età di 50 anni. In questi 10 anni però ho recuperato, salendo parecchi 4000. Nella vita ho iniziato con il lavoro vero e pesante ma estremamente gratificante: la panetteria di famiglia. La musica mi ha portato altrove. Dopo gli studi in conservatorio inizio l’attività suonando in orchestre sinfoniche, jazz band, gruppi strumentali e vocali vari tra i quali la pluri premiata orchestra di fiati Accademia. Gioie e dolori la banda musicale, che dirigo per oltre un trentennio. Insegno nella vecchia Scuola Media, ora Scuola secondaria di primo grado da quasi 40 anni. La montagna mi salva da un probabile crollo quando, nel 2015, un assessorato, la Scuola, i corsi musicali e la Banda Musicale quasi mi schiacciano. Lasciati molti impegni mi dedico ora alla famiglia, in particolare ai tre splendidi nipotini di 10, 9 e 1 anno. Oggi la montagna è sempre presente nella mia vita, in tutti i suoi scenari: trekking, arrampicate, ferrate e sci, da quello alpinistico alla discesa in pista.


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