Racconto

IL GIORNO PIÙ LUNGO DELLA MIA VITA

"A 32 anni di distanza non so proprio dire come abbiamo potuto farcela, dove abbiamo trovato le forze per andare avanti nonostante tutto ci dicesse di arrenderci."

testo di Oscar Padovani

Versanti meridionali della Civetta: Torre Venezia, Cantoi del Pelsa, Val dei Cantoni, Busazza, Torre Trieste (ph. Manrico Dell'Agnola)
14/04/2021
5 min
«Paolooo! Paaoolooo!» Niente, silenzio assoluto. Eppure le corde erano ancora tese, in tiro, quindi per forza lui era ancora appeso da qualche parte lì sotto.

Non si vedeva a un palmo dal naso, una nebbia fittissima impediva lo sguardo oltre a qualche metro. Nel silenzio assoluto intanto nevicava.
Era già passata un’ora da quando si era calato da quell’esile terrazzino, minuscola cengia di 40 centimetri dove io battevo i piedi e i denti dal freddo. Chiamavo ogni tanto con tutto il fiato in corpo, invano, non mi ritornava alcuna risposta, nessun segno di vita, eppure lui era ancora lì appeso, lo sentivo, lo sapevo, ma cosa stesse facendo era un mistero.

26 giugno 1988
Torre Trieste, spigolo ovest, via Tissi

Avevamo attaccato all’alba anche se il tempo non era dei migliori: qualche nuvola bassa e pesante era incollata alle pareti , ma non minacciava temporali. La decisione era presa: si va su. Lo zoccolo e primi sei tiri erano filati lisci e veloci, la roccia non era proprio saldissima, né la via evidente, ma si sa che le vie di spigolo non corrono mai sugli spigoli, vanno sempre un po’ di qua o un po’ di là e comunque te le devi cercare. Solo al settimo tiro (friabile) avevamo perso un po’ di tempo finendo troppo a destra, quasi nel ventre concavo e marcio della parete, là dove sale la Piussi – Radaelli.
“Se a metà non trovate la via, puntate allora sempre a sinistra, verso lo spigolo” ci aveva detto alcuni giorni prima Gigi Dal Pozzo. Aveva ragione.

Ottavo, nono, decimo… quattordicesimo tiro, come treni veloci su roccia bellissima, salda e proteggibile. Quindicesimo tiro (tratto chiave 5°+ e 6°) inizia a piovere, non forte ma tanto bagnata sì, mannaggia! E sul più bello. Ma, dico io, non poteva aspettare un pochino che eravamo quasi fuori? Niet. Niente da fare.
Decidiamo di andare avanti, perché sopra c’è il Camino Cozzi dove ci sono i punti di sosta per effettuare le calate in corda doppia. Nei colatoi e nei camini quando piove, piove di più che fuori: al loro interno l’acqua si incanala e ti arriva tutta in testa, magari anche con qualche sasso. Restiamo allora fuori: variante Couzy due tiri bellissimi di 6°, un passaggio di 7°, roccia fantastica a buchetti come un gruviera, se non era per la pioggia me la sarei persa, grazie pioggia, grande Couzy. Il Camino Cozzi finisce su un enorme pietrone piatto con sopra suo fratello gemello, enorme e piatto pure lui, ottimo posto da bivacco, piatto, asciutto e sicuro.

Inizia a nevicare. In realtà non è proprio neve, non è nemmeno grandine e neanche pioggia. E’ polistirolo: palline morbide come di polistirolo che nel silenzio assoluto scendono leggere a coprire tutto. Freddo becco.
Attilio Tissi e compagni ci sapevano fare, arrampicavano con scarponi, calzettoni di lana, braghe alla zuava di velluto a coste. Noi invece, che crediamo di esser dei gran fighi usiamo le scarpette (io le Mariacher di due numeri più piccole) per migliorare l’aderenza ed anche senza calzini, sempre per l’aderenza. E’ questi momenti che capisci che avevano ragione loro. Freddo becco.

Non c’è storia, dobbiamo scendere subito con le doppie dal sassone piatto. Scelta intelligente. Le doppie dalla Trieste sono di numero infinito: una, due, tre, quattro… sette, otto.
Terrazzino. Un esile terrazzino immerso nella nebbia e nel polistirolo. Di sicuro siamo sopra la gran cengia superiore, ma non si vede un tubo, nebbione, neve di polistirolo e le corde che, invitanti svolazzano sotto di noi senza che se ne veda la fine.
«Hai fatto il nodo in fondo?»
«Sì, certo!»
«Allora scendo io»
«Vai Paolo!»

Paolo sui primi tiri della via Tissi
15° tiro, tratto chiave della via, e inizia a piovere...

Nevica polistirolo su quel esile terrazzino e da un ora batto piedi e denti dal freddo. Di Paolo non ho più notizie.
«Paolooo! Paaooloooo!» Niente. “Ma cossa elo drio far quel mona?”, penso tra me.
Quando proprio sto perdendo ogni speranza, mi giunge dal fondo oscuro e nebbioso un flebile eco lontano: «Corda liberaaaaaa!»
Mi calo veloce, non vedo l’ora di chiedergli cosa sia successo (in verità non ne potevo più dal freddo). Dove termina la corda la parete rientra di un 4-5 metri e me lo vedo lì, lontano dalla corda, rannicchiato come un pulcino bagnato e infreddolito e mi vien pure da ridere a vederlo così fuori dal nido, sperduto tra le rocce.

«Spiegami come hai fatto ad andare lì».
«Tasi va» mi dice, «La corda era finita…».
«Lo vedo e allora?».
«Allora le ho provate tutte… a dondolarmi, ma inutile, a lanciare una scarpetta legata coi cordoni delle scarpe, ma niente da fare, ho fatto pure il lancio del martello per vedere se riuscivo ad incastrarlo da qualche parte…».
«E allora come hai fatto?».
«Non lo so».

Mi tira dentro, siamo di nuovo assieme, almeno ci si parla. Quando uno dice: oggi è una giornata fortunata!
Fondamentalmente odio far le doppie con le due mezze corde legate assieme, perché il nodo, anche quello galleggiante, sarò io sfigato, ma mi si incastra sempre da qualche parte (secondo me lo fa apposta perché ha capito che mi sta sulle balle). Infatti l’esito è scontato: dopo aver mollato un capo corda che come un razzo si fionda in su, l’altro capo, maledetto lui, proprio non vuole scendere, bloccato chissà dove, cinquanta metri più in alto.
«E adesso non abbiamo più neanche le corde per calarci. Che sfiga ragazzi!».

La grande cengia superiore della parete sud della Torre Trieste era proprio sotto di noi, la vedevamo, ma come arrivarci? Un po’ arrampicando in discesa e un po’ usando cordini di rinvio e sosta legati assieme, piantando un paio di chiodi, qualche nut, l’unica cosa che potevamo fare era scendere e mettere finalmente i piedi su qualcosa di orizzontale. Non so dire come abbiamo potuto farcela, il ricordo dei gesti e dei pensieri si confonde tra appigli bagnati, mani gelate, neve polistirolo e buio che oscurava le cose, non nevicava più quando giungemmo a quella benedetta cengia, pioveva ed era ormai notte.

Paolo mi guarda e dice: «Io mi fermo qui», lo guardo, non so proprio più che dire. Fermarsi significava dover passare una notte infernale, senza nulla per bivaccare, al freddo e sotto la pioggia fino a mattina e quel che è peggio, i famigliari non vedendoci rientrare di sicuro avrebbero allertato il soccorso alpino.
No! Non voglio! Nessuno ci ha obbligato a venire qui, ci siamo venuti con le nostre forze e ne usciremo con le nostre capacità.
Quindi si scende: piano, molto piano, con la massima concentrazione, vietati i passi falsi, un passo dopo l’altro con attenzione, lentamente, usando tutto quello che abbiamo, cordini, fettucce, cordoni delle scarpe, tutto. Ci basta tenere la sinistra e imboccare il secondo canale: quello sotto il Castello della Busazza. Un passo dopo l’altro con determinazione, sotto la pioggia, al buio, orientandoci con le frontali.

E’ stato il giorno più lungo per noi, infinito, duro, stremante.
Solo ben dopo la mezzanotte eravamo finalmente sul sentiero che porta a valle, a capanna Trieste, al parcheggio, alla vita. Ci siamo abbracciati, l’alpinismo per noi finiva lì! Quel 26 giugno 1988 ci eravamo veramente andati troppo vicino.

A 32 anni di distanza non so proprio dire come abbiamo potuto farcela, dove abbiamo trovato le forze per andare avanti nonostante tutto ci dicesse di arrenderci. Non so nemmeno dire perché non abbiamo smesso di arrampicare e il sabato successivo tornammo su quel canalone per recuperare le corde e tutto il materiale che come Pollicino avevamo lasciato lungo la discesa. E negli anni successivi di vie ne abbiamo fatte assieme ancora tante.

Oscar e Paolo ai tempi della via Tissi.
Paolo e Oscar 32 anni dopo la via Tissi.
Oscar Padovani

Oscar Padovani

Non sono un alpinista di punta, ho fatto le mie vie per la gioia di farle, molte le ho ripetute per la gioia di ripeterle. Sono stato per una decina d'anni istruttore regionale CAI di sci alpinismo e ho fatto tante belle salite e altrettante discese. Da una decina di anni mi arrampico soprattutto sugli alberi: recupero e reintroduco le vecchie varietà di alberi da frutta della Val Belluna. Piante maestose che ancora ci parlano di un passato in equilibrio tra uomo e natura. Insomma: salvo alberi e pianto alberi, quando posso vado in montagna.


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