Racconto

#31
DAL KARACORUM ALL’APPENNINO

La stagione del freddo e del buio era appena arrivata, in cadenza, come avviene ogni anno, col suo stato d’animo inebriante; luna “guerriera” la chiamavano...

testo e foto di Francesco Verzulli  / Sovicille (SI)

13/01/2022
7 min
Marco_Rossignoli_014

Dal Karacorum all’Appennino

testo di Francesco Verzulli

La stagione del freddo e del buio era appena arrivata, in cadenza, come avviene ogni anno, col suo stato d’animo inebriante; luna “guerriera” la chiamavano, l’ultima luna d’inverno, quella che mi illumina mentre attraverso il bosco spoglio.

Seguo con l’occhio il profilo di queste montagne, la luna delle ultime scorribande prima dell’arrivo dell’inverno, una luna che illumina anche questo racconto orale, che inizia così davanti al un fuoco di un seccatoio;  ad attendermi c’è una figura, una di quelle persone generose che amano la conversazione e la sua voce, che avevo sentito già altre volte intonare e salmodiare, alla fioca luce del fuoco inizia a raccontare che in Appennino, questo, è un posto molto importante nell’economia di montagna, dove la castagna rappresenta un dono, arrivato con Matilde di Canossa, il dono degli ultimi mille anni, cioè da quando è stata importata e coltivata. Seicento anni dopo invece quando la fame non rappresentava più un rischio ma era un dato di fatto, i Gesuiti hanno portato le patate dal Sudamerica mettendo un altro tassello importante, castagne e patate hanno rappresentato l’economia di un mondo inesorabilmente finito di una comunità residuale. Con queste premesse mi chiedo allora cosa bisogna fare per tenere in vita ciò che resta della comunità, cosa difendere, cosa c’è di residuale di un sistema?

In fondo, senza scomodare troppo Augè, mi ripeto che in un mondo di “non-luoghi” essere ancora un residuale di comunità non è cosa di poco conto ed è sempre meglio di niente.
È così che questa storia assume un ampio respiro e perché no, una bella rincorsa: in qualche modo le numerose comunità-località sparse in tutto il territorio montano d’Europa, dal Portogallo, ai Pirenei, alla Francia Centrale, all’arco alpino, a tutto il mondo dei Balcani, fino a ciò che c’è prima degli Urali, rappresentando essi uno stacco molto forte, negli anni, hanno vissuto tutti la stessa condizione socio-economica-religiosa, ovvero una società costruita attorno agli stessi cardini, in special modo negli ultimi cento anni di storia di questo pezzo di mondo. Ma qui c’è già un problema, queste sono tutte “terre di confine”, un confine che è molto più di quello che uno ipotizza mentre pensa ai confini geografici, anche se, qui, davanti a questo fuoco, c’è un confine geografico molto importante, qui davanti a questo fuoco, c’è la barriera che divide il “mondo delle steppe” dal “mondo mediterraneo” e questo nella storia ha voluto dire moltissimo. Ad oggi vuol dire che fin qui si condisce col burro e da qui in giù si condisce con l’olio e questa che può sembrare una cosa di poco conto, ha fatto differenza incredibile nell’economia montana dei duemila anni precedenti, vuol dire che comunque quello che succede a Karacorum arriva, comunque in modo seppur “diluito” fin qui, davanti a questo fuoco. Davanti a questo fuoco così come davanti ai tanti fuochi d’Appennino, ci troviamo immersi in scrigni di storia e di storie, vero motore per un ritorno allo “stupore”.

“In un mondo di “non-luoghi” essere ancora un residuale di comunità non è cosa di poco conto.“

Davanti a questo fuoco così come davanti ai tanti fuochi d’Appennino, ci troviamo immersi in scrigni di storia e di storie, vero motore per un ritorno allo “stupore” (foto di Francesco Verzulli da un’idea di Nicola Magrin).

Anche se negli anni poi la situazione è andata definendosi verso ciò che in molti raccontano, ovvero  storie molto diverse nella visione che il progresso ha indotto in quelli che hanno quantomeno tentato l’abbandono “fisico” di alcuni luoghi, dopo che quello morale era peraltro già avvenuto; raccontano di quanto eravamo poveri e quanto eravamo fuori da tutto, raccontano di quanto siamo fortunati ed essere diventati operai, piccoli impiegati, ad abitare in città, in appartamenti, ognuno con la propria auto, qualcuno anche con la doppia casa, «adesso sì che siamo civili»  dicevano «ed invece prima non avevamo niente eravamo poveri» aggiungevano, ecco, questa è una bufala incredibile lasciatemelo dire! Però è quello che ci siamo raccontati negli ultimi duecento anni ed ormai è dato per assodato.

Peccato che c’è sempre qualcuno che “rovina il gioco” e la verità è che noi non siamo mai stati così poveri, non siamo mai stati così insignificanti, non siamo mai stati così inutili come in questi pochi decenni di “modernità”, di cui, ne siamo diventati fautori, per cui tutto quello che è nuovo è “giusto” e tutto quello che è vecchio va distrutto, bene, in questo tempo abbiamo perso la nostra ragion d’essere ed il nostro spazio di manovra, la nostra libertà.
Quella stessa ragion d’essere che affonda le radici nei paesi, posti dove una volta c’erano monasteri ora scomparsi, sui quali è stato costruito il paese “nuovo”, posti dove i vecchi centenari raccontano ancora oggi storie di monaci a guardia dei passi montani, storie che connettono ad esempio l’Appennino e l’Occitania, definendo un mondo da cui deriviamo, ancora una volta un mondo di frontiera.

Ad esempio, davanti a questo fuoco si racconta che in appennino arriva proprio la strada dell’eresia del mondo occitano, quella legata a Maria Maddalena, che sbarca a Marsiglia e si ritira sulle montagne diventando un’eremita a tutti gli effetti, “donna delle grotte e delle selve” entrando di fatto in quello spazio mistico e un po’ magico rappresentato da queste figure; spostandosi poi verso l’Italia passando appunto per il Colle della Maddalena, ridiscendendo per la Via ligure arriva in Appennino, proprio attraverso quelle località in cui, ancora oggi abbiamo tracce del suo culto, tracce che poi si perdono verso la pianura padana.

L’Appennino e l’Occitania, appunto, i nostri viaggi, le nostre esperienze personali, come fonte d’ispirazione e come accade spesso,  come occasione di confronto, in questo caso ad esempio con le valli alpine, in relazione con tutto quello che è il racconto finora: posti attraversati dalla storia, legati da un filo conduttore comune e che mai come ora si stringe in un nodo di “restanza” e marginalità, posti particolari certo, spesso valli “chiuse”, lunghe e strette, l’Alta Val Maira ne è esempio, quando la percorri ti senti subito “sovrastato ad avvolto” e ti rendi subito conto che stai camminando dentro  una valle che ad oggi non conduce a nessun valico percorribile in auto e che anzi, è una di quei posti il cui destino si lega paradossalmente al nostro racconto davanti a questo fuoco, all’avvento dell’automobile e al cosi detto “benessere”.

“Quando cammino, spesso in una condizione di solitudine, dove è solo il battito del tuo petto a fare l’andatura.“

Fuori c’è un’aria blu di gelo e ripenso al Karacorum, penso ad un tempo che si è fermato, a questi posti dell’anima custodi di tesori inattesi, luoghi fisici tenuti assieme da una condizione.

Luna “guerriera” la chiamavano, l’ultima d’inverno, quella che mi illumina mentre attraverso il bosco spoglio seguo con l’occhio il profilo dei monti, la luna delle ultime scorribande prima dell’arrivo dell’inverno.

Ben altra storia invece mi salta subito all’occhio quando si attraversavano le Alpi a piedi o a cavallo, numerose valli delle Alpi Occidentali erano percorse da vie di comunicazione con l’altro versante (pensiamo al viaggio di Maria Maddalena) ed in questo caso quello della Provenza; infatti, in Val Maira si parlava e si parla ancora la lingua occitana, la “Langue d’Oc”. È proprio con l’avvento delle automobili e delle ferrovie le valli attraversate da queste vie di comunicazione sono rimaste vive, mentre le altre, quelle “chiuse” sono cadute nel oblìo, così è avvenuto anche alla Val Maira che fino alla metà del ‘900 quando un certo tipo di modello di vita è andato in crisi anche la questa valle, come molte altre valli alpine, si è spopolata rapidamente, alcune comunità hanno perso anche il 90% della propria popolazione, ne ho viva percezione a Marmora o quando arrivo a Chiappera, l’ultima “frontiera”, l’ultima borgata, il fondo vero e proprio della valle; la cosa davvero impressionante che mi salta in testa è che laddove si è fermato il “progresso”, ovvero la strada carrozzabile, i versanti delle valli ed i valligiani seppur divisi da un confine fisico e amministrativo, sono rimasti “comunità” o residuale di quest’ultima, grazie alla propria identità linguistica, che ha attraversato quei confini. E mi chiedo: «siamo a questo punto proprio sicuri che non avevamo sbagliato qualcosa nel definisci poveri? Almeno sul quando esserlo stati?».

Fuori c’è un’aria blu di gelo e qui calore umano e questo fuoco a scaldarci, ripenso al Karacorum, mai così vicino, ai Tuvani ed ai popoli delle steppe, cavalieri dei Monti Altai, che ad un tratto divengono “cugini” dei cavalieri transumanti del nostro Appennino, alla loro “medicina magica”, ci diciamo che forse un po’ tutti ne avremmo bisogno, penso ad un tempo che si è fermato ed a questi “posti dell’anima” custodi di tesori inattesi, luoghi fisici tenuti assieme da una condizione.
La condivisione del sapere è merito di persone ci guardano dentro e tutto ciò avviene e spesso si ripete, che sia durante un cammino, una scalata, o mentre si beve un buon bicchiere in compagnia nell’atmosfera diradata di un bivacco di alta montagna, quando ci si ferma a raccontarsi tutte le montagne che abbiamo nelle gambe, così come è successo a me, hai la sensazione che un giorno qualsiasi della tua esperienza può non accadere mai nella vita di qualcun altro; è proprio in questi casi penso che bisogna ritenersi fortunati per aver vissuto, visto ed ascoltato così tanto ed in modo così forte ed implacabile, mai come tempo fine a se stesso.

Quando cammino, spesso in una condizione di solitudine, dove è solo il battito del tuo petto a fare l’andatura, accede qualcosa, rivolgi lo sguardo nella “giusta direzione”, come se ci fosse stato un richiamo, e in un momento accadono cose meravigliose ed eccezionali e dentro di te tutto ritorna ad essere così chiaro, tutto ritorna “nella propria forma” ed emotivamente hai quella condizione di “casa”, quella dalla quale tutto è partito e dal quale tutto si alimenta. Così ritrovi il tuo posto nel mondo, con le occasioni di confronto che il vento della vita mi ha regalato, un piacere da condividere in pienezza, lì dove lascio ancora una volta pezzi di me, ad alimentare quell’effettivo valore aggiunto rappresentato dalle umane qualità, dalle anime, che ho curato, custodito e condiviso gelosamente.

Perché che tu sia un cantore, un cavaliere, una narratrice, un montanaro errante, non c’è differenza: in noi c’è ancora la curiosità di un ragazzino che impara a vivere e raccontare dalle persone che gli stanno intorno, che siamo “gente che non si tiene niente nel cuore” perché come dico sempre «non c’è panorama che valga un incontro». Sentimenti ormai necessari, come la malta che tiene insieme queste righe, come pietre di una borgata alpina, di una “località” appenninica, dove un vento non smette mai di girare.
Mia madre è una montagna ed il mio posto è qui, io sono quel vento che viaggia tra le steppe del Karacorum e l’Appennino transumante.

_____
Grazie a Giovanni per le parole e la fiducia e a Francesca per la pazienza.

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Francesco Verzulli

Francesco Verzulli

Fin da bambino con una grande passione per la montagna, pratico escursionismo, alpinismo e arrampicata. Credo che in ogni luogo ci siano storie, fatte di uomini, paesi, rifugi e che dentro questi ultimi si conservino ancora storie di incontri e di mondi che non aspettano altro di essere condivise.


Il mio blog | Seguo Altitudini per il taglio che ha rispetto al resto, ritrovandomi in quello che è lo spirito e la visione con cui vengono raccontate le cose.
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9 commenti:

  1. Federica ha detto:

    Leggere questo racconto è sentire, tradotto in parole, esattamente quello che si prova nel cammino e nella condivisione delle esperienze con i compagni già noti e con gli incontri nuovi.
    Complimenti Francesco, cammina e scrivi.

    1. Francesco Francesco ha detto:

      Grazie Federica, continuerò a camminare, a scrivere…e a condividere.

  2. Arianna ha detto:

    Ci sono parole che non dovrebbero mai smettere di essere scritte e lette, e queste sono senza dubbio tra quelle.
    Parole che traducono emozioni, e lo fanno nel modo più vero e puro, di chi ha vissuto ciò che racconta con un’intensità unica, e lo comunica allo stesso modo.

    1. Francesco Francesco ha detto:

      Vivere, vivere intensamente, vivere “un po’ di più, un po’ più forte” non si può fare altrimenti…Grazie Arianna!

  3. Franca ha detto:

    Grazie Fra’ per avermi resa partecipe del tuo “viaggio”… Il “ritorno allo stupore” mi ha incantata e credo che nulla valga l’arricchimento interiore quanto il condividere la profondità di quella conoscenza che ci deriva dalle esperienze umane, dalle emozioni lontane ed antiche che superano ogni sorta di barriera, per rivivere in ogni luogo, in ogni tempo, in un tutto che plasma continuamente la nostra crescita e trasformazione…
    Come il tuo “viaggio”…
    Un abbraccio forte! ❤

  4. Patrizia ha detto:

    Bravo Fra, con l’augurio che questo sia l’inizio di un nuovo capitolo della tua storia. Noi lettori, resteremo in attesa di nuovi racconti da leggere, attraverso i quali, immaginare e “toccare con mano” i luoghi della tua narrazione.
    Congratulazioni!

  5. Sonia ha detto:

    Parole che scaldano l’anima come quel fuoco del seccatoio. Complimenti!

  6. Laura ha detto:

    Sei il poeta dell’escursione!

  7. Versili Olmi Simone ha detto:

    Finalmente ho avuto la possibilità di leggere questo racconto in completa solitudine, più volte ho provato a leggerlo ma sistematicamente venivo disturbato da qualcosa o da qualcuno, questo è il prezzo che paghiamo per la nostra modernità, la mancanza di tempo. Volevo accogliere queste parole con il giusto rispetto, conosco l’autore e conosco i suoi sentimenti. Ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovato in quella valle in quei si-luoghi, mi sono ritrovato a casa. Complimenti Francesco, l’attesa é stata premiata, aspetto il prossimo racconto, magari da ascoltare davanti al crepitare di un bel fuoco.

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